
Quando Lucius ha iniziato la sua rubrica sui ladri di cadaveri Burke e Hare, gli ho chiesto se potevo imbucarmi alla festa, perché come sapete ogni occasione per me è ottima per portare su questa Bara il cinema del mio amico John Landis, poi ehi! Bara Volante, ladri di cadaveri, un matrimonio perfetto.
Sapete che quando c’è di mezzo il mio amico John, tutto diventa un po’ più pazzerello, quindi questa ve la devo proprio raccontare: 2010, la Wing-woman ha per le mani un paio di biglietti per spettacoli gratuiti in un cinema dalle nostre parti, ma sono validi solo per quella domenica, io per casini vari non posso raggiungerla, quindi per non perderli decide di andare al cinema con una sua amica che si presenta all’ultimo secondo. Siamo nel 2010 no? Quindi qual è il film sulla bocca di tutti in quel momento? A mani basse “Il discorso del re” e visto che era in cartellone in quel cinema, si opta per quello più su indicazioni dell’amica che della Wing-woman, che già odia arrivare in ritardo figuriamoci entrare in sala con i biglietti staccati al volo perdendosi i titoli di testa. Oh beh poco male, la sala è comunque vuota, quindi non un grosso problema.

Inizia il film e per essere la storia vera di un monarca che deve fare un discorso, ci sono parecchie scene buffe, un sacco di morti e questo re, che non si vede mai, infatti nel corso del film, una gag ricorrente consiste proprio nei dottori chiamati più volte al cospetto del monarca, che però all’ultimo secondo non compare mai. Insomma, passa più di metà film e non solo il re non si vede, ma non fa nemmeno ‘sto cazzarola di discorso del titolo, per il semplice fatto che nella fretta generale, la maschera ha indicato alla Wing-woman la sala sbagliata, e quindi si è infilata in quella accanto che proiettava “Burke & Hare” (da noi “Ladri di cadaveri”) il nuovo film del mio amico John Landis, che a casa Cassidy è noto anche come “Il discorso del re giusto” (storia vera). Ed ora, dopo questa storia potrò finalmente iniziare quella non-rubrica sui film “scambiabili”, quelli a cui si può cambiare il titolo senza problemi, nella sezione commenti accetto suggerimenti.

A dodici anni di distanza dal suo ultimo lavoro, ovvero il sottovalutato “Delitto imperfetto” (1998), il mio amico John rompe il silenzio e torna al cinema con un altro film, purtroppo anche l’ultimo della sua filmografia salvo clamorosi colpi di scena. Anche se bisogna essere precisi, per certi versi nel 2010 abbiamo raccolto i semi del lavoro fatto da Mick Garris (sempre sia lodato!), che con la sua Masters of Horror ha convinto parecchi Maestri a tornare dietro la macchina da presa, infatti nello stesso anno abbiamo avuto il nuovo Landis e il nuovo Carpenter, anche se ad essere veramente precisi, l’ultimo lavoro del regista di Chicago prima della sua trasferta ad Edimburgo, consisteva nel divertente episodio “Il Messaggio” (In Sickness and in Health) della serie Fear itself. Prima o poi mi deciderò a trattare per bene anche questi lavori televisivi di Landis, perché sono assolutamente meritevoli, proprio come “Burke & Hare”.

Della vera storia dei due ladri di cadaveri, vi ha già raccontato tutto Lucius nella sua rubrica che vi raccomando caldamente, come succede sempre con il cinema di mezzo, quando una storia vera diventa patrimonio della settima arte è la leggenda a tenere banco, non a caso il film di John Landis inizia con la sardonica frase che ben riassume tutta l’operazione: Questa è una storia vera. Ad eccezione delle parti che non lo sono.
Anche perché questa versione della storia delle due “Iene” in realtà ignora quasi del tutto l’adattamento di Stevenson con Boris Karloff, non tiene conto delle versioni con Stanlio, Ollio o Peter Cushing se non per il tono comico, ma punta dritto alla giugulare, basta guardarlo per capire che gli sceneggiatori Piers Ashworth e Nick Moorcroft (entrambi britannici) abbiano giocato in casa, prendendo ispirazione da I mercanti di carne umana, la prova schiacciante? In quel film è netta la divisione tra i due proletari Burke e Hare, che tirano a campare vendendo cadaveri freschi ai dottori, ritratti come ricchi, boriosi e animati solo dal capitale, tutta roba che per assurdo, è perfettamente nelle corde del regista di Chicago, che della critica sociale e dello sfottò della parte ricca della società (quella che a casa sua coincide storicamente con i Repubblicani) ha sempre fatto la sua cifra stilistica, da Una poltrona per due passando per Il principe cerca moglie, anche se gli esempi sarebbero tanti.

Per il mio amico John, studioso ed enorme appassionato del cinema classico (infatti è tra i “Guru” di Trailers from hell, il più bel sito dell’Internet), la possibilità di girare negli Ealing Studios di Londra è una grande gioia, il suo modo per omaggiare film che hanno saputo mescolare orrore e commedia girati proprio in quei luoghi come “Sangue blu” (1949) e “La signora omicidi” (1955), infatti “Ladri di cadaveri – Burke & Hare” ci proietta subito nella Edimburgo del 1828, anche grazie alla fotografia impeccabile in tal senso di John Mathieson, al resto invece ci pensa il mio amico John.
Senza mettere mano ad una riga del copione, il regista di Chicago sforna un lavoro che sembra quasi scritto di suo pugno da quanto risulta “Landissiano” fino al midollo, l’umorismo nerissimo domina fin dal primo minuto, la storia di due città, o meglio, di una città come Edimburgo tirata per la giacchetta da due accademie di chirurgia, da una parte quella del progressista Dr. Robert Knox (Tom Wilkinson) dall’altra quella del conservatore Dr. Monro (Tim Curry, nuovamente diretto da Landis dopo il bellissimo Oscar), ci viene illustrata dal boia e voce narrante, interpretato dal cantare e comico inglese Bill Bailey. Basta la scena dell’esecuzione di Maggie la pazza a ricordarci che John Landis è sbarcato in città, coadiuvato da un cast selezionato alla perfezione.

William Burke, irlandese, è affidato a Simon Pegg, che irlandese non lo è ma perfetto per il ruolo sì, allo stesso modo l’altro “paddy” ovvero William Hare viene affidato ad Andy Serkis, inglese, che doppiato parla con la voce di Aragorn (cortocircuito!) e che sostituisce quello che forse sarebbe stato uno dei pochi scozzesi veri del cast, ovvero David Tennant, originariamente scelto per il ruolo ma incastrato in un contratto televisivo che non gli ha permesso di prendere parte al film, se ve lo state chiedendo no, non stava girando Doctor Who.

Siccome per questa versione il film si ispira a “I mercanti di carne umana” (1972), Burke e Hare sono ritratti come due truffatori da poco, in un gioco di parole complicato da rendere in italiano, spacciano croste di formaggio per miracoloso muschio del Donegal, e proprio perché nel film del 1972 erano entrambi “accoppiati” (oltre che accoppanti), qui bisogna fare quasi lo stesso.
Burke si prende una cotta per la rossa aspirante attrice, attualmente impiegata presso beh, la più antica professione del mondo, ovvero Ginny interpretata da Isla Fisher, fonte di guai per il protagonista ma anche la prima donna a mettere su una rappresentazione teatrale del Macbeth tutta ala femminile. Questo permette a Landis di offrire una piccola parte alla mitica Jenny Agutter, nei panni dell’attrice che recita male all’audizione, considerando che nel cast compare anche John Woodvine nei panni di Lord Provost, si respira di nuovo l’aria di Un lupo mannaro americano a Londra, anche se questa volta Landis parla di due iene ad Edimburgo.

L’altro personaggio femminile, che presto scoprirà il traffico segreto del marito è Lucky, la moglie di Hare, in perenne lotta con gli scarsi introiti della loro attività di affittacamere e con la bottiglia, interpretata in modo sbarazzino da un’altra bravissima attrice che ci permette di giocare al giochino dei sei gradi di separazione. Visto che si tratta di Jessica Hynes, qui i famigerati gradi sono anche meno dei canonici sei visto che insieme a Pegg recitava nella mitica Spaced, insomma con Landis in circolazione la rimpatriata tra amici è sempre dietro l’angolo.

La critica al capitale non è nemmeno velata, il tono da commedia stempera, e per essere un film dell’orrore, bisogna dire che “Burke & Hare” fa piuttosto ridere, perché se le nostre due Iene irlandesi ad Edimburgo fiutano domanda e offerta, e dopo un morto per caso venduto per cinque sterline al dottor Knox, capiscono che per continuare la loro attività, i cadaveri freschi devono iniziare a procurarseli, non con poche difficoltà visto che non riescono ad avere la meglio su un ubriaco spinto giù dalle scale e non cavano un corpo che sia uno da un incidente ad una carrozza provocato abbattendo alberi, ah per altro, uno dei malcapitati a bordo è impersonato dal regista Michael Winner (storia vera).

Se Burke & Hare sono disperati e con pochi scrupoli nella loro volontà di salire i gradini della scala sociale («Ma stiamo uscendo di senno?», «No stiamo entrando in affari»), attorno a loro ci sono altrettante “Iene”, come il dottor Knox che in nome delle scoperte scientifiche, chiude un occhio, se non tutti e due sulla provenienza dei cadaveri necessari alle sue lezioni, così come le donne della loro vita, una ne approfitta per inventare le onoranze funebri, dove i cadaveri non vanno procurati, ma arrivano già defunti, mentre la seconda ne approfitta per vedersi finanziata la sua opera teatrale, la macchina del capitalismo corre veloce, alimentata sulla pelle delle persone… Letteralmente! Solo che tutto questo Landis lo racconta con il sorriso e l’umorismo nero, insieme alla sua solita Joy De Vivre malgrado l’alto quantitativo di morti ammazzati.

Certo “Burke & Hare” è sbilanciato verso il lato commedia, ma la morte dell’omone sovrappeso nel vicolo, ucciso a colpi di paura (e di arresto cardiaco) ci ricorda che Landis è Maestro sia di Horror che di commedia, ovvio che se facciamo il paragone (come hanno fatto TUTTI all’uscita del film) con i suoi film più celebri, questo film risulterà essere un capitolo minore, ma aggiungerei anche G.A.C. (Grazie Al Cazzo), quelli se li era scritti di suoi pugno durante gli anni ’80, il decennio di cui è stato araldo e migliore interprete. Qui Landis è bravissimo a mettersi al servizio di una storia che ha saputo scegliersi saggiamente, infatti esattamente come il film di Carpenter del 2010 anche questo è fin troppo sottovalutato perché andiamo sempre di fretta ad etichettare ed archiviare, invece di valutare, qualche esempio?
Quando i protagonisti sono inseguiti nel cimitero dalla milizia di Edimburgo, uno dei soldati cade in una tomba spaventato dall’abbaiare di un cane, una strizzata d’occhio ad una famosa leggenda di Edimburgo, quella di Greyfriars Bobby, uno Skye terrier che nel XIX secolo, passava il suo tempo a custodire la tomba del proprietario defunto, John Gray. Guardate la razza del cane e il nome sulla tomba in quella scena e avrete un’idea della cura con cui Landis si è approcciato alla sua trasferta scozzese.

Una delle gag ricorrenti del film poi, consiste nel fare di Burke & Hare quasi dei precursori del XX secolo, ora, non voglio scomodare Alan Moore e il suo “From Hell”, perché qui il tono è decisamente virato al comico, però proliferano battute sulla tecnica di soffocamento che prende il nome proprio da uno dei due personaggi, per non parlare della sottotrama legata alle origini della fotografia (e di conseguenza poi al cinema) fino a dettagli, come il fatto che Hare non si tolga mai il suo caratteristico cappello a cilindro (nemmeno quando fa sesso), che poi è lo stesso che diventerà uno standard per tutti i becchini inglesi. Da questo punto di vista “Burke & Hare” è un fuoco di fila di trovate, perché Landis è così, non ha bisogno di sfoggiare intelligenza, al massimo si prodiga proprio nel contrario, ad apparire scemo e leggero per farci ridere, perché il suo cinema colto e intelligente lo è sempre stato, senza bisogno di farlo pesare al pubblico.
L’influenza di Landis è largamente sottovalutata, la capacità naturale di mescolare i generi e di far cambiare il tono alla storia è diventata un modello su larga scala, tanto che molti cinefili non sono nemmeno pronti a riconoscere quanto l’impronta di Landis sulla settima arte sia stata fondamentale, derubricando sempre tutto a “Sono solo commediole”, quando è piuttosto chiaro che l’umorismo nero di Lynch, Tarantino o dei fratelli Coen, non sarebbe mai esistito senza il lavoro del mio amico John, che qui mescola atmosfere della Hammer al primo Mel Brooks degli anni ’70, ritrovando in Pegg e Serkis due perfetti cartoni animati umanoidi, impeccabili per i rispettivi ruoli.

Il vecchio Maestro, tornato dopo anni di “esilio” televisivo qui non sfoggia nemmeno un segno di ruggine nel suo cinema, riuscendo a giocarsela alla perfezione con titoli quasi coevi come “I sell the dead” (2008), risultato? Un film molto sottovalutato, come sempre con Landis di mezzo, più intelligente di quello che vuole dare a vedere e anche più preparato. Non chiami a recitare una leggenda come Christopher Lee (in un ruolo spassosissimo) se non vuoi omaggiare la Hammer, così come i titoli di coda, sulle note di I’m Gonna Be (500 Miles), dove ancora una volta, dopo la frase di apertura, Landis alza il sipario sulla sua farsa, quindi i francesi che in foto invece di dire «Cheese» dicono «Formage» sono interpretati dalla famiglia del regista Costa Gavras e tra i “parrucconi” rappresentanti dell’autorità, ci sono autorità vere come Ray Harryhausen, senza la quale, giova ricordato, Landis non sarebbe mai diventato un regista, quindi è quasi poetico che il suo ultimo film tra gli ultimi fotogrammi, renda omaggio alle origini, e se Sergio Leone in un suo film famosino aveva fatto “recitare” un vero scheletro, Landis chiude il cerchio su questa storia vera (ad eccezione delle parti che non lo sono), accreditando nei titoli di coda del suo film il vero William Burke. Diavolo di un Landis! Ti voglio bene non cambiare mai.

Anzi, sono piuttosto sicuro che se continuerò a guardare questo film, come ho sempre fatto nel corso di tutti questi anni, non solo avrò conferma del fatto che è “Il discorso del re giusto”, ma riuscirò anche a scovare dove Landis ha nascosto il suo caratteristico “See you next Wednesday”, ma considerando che il Dottore nell’episodio scritto da Neil Gaiman intitolato “Nightmare in silver” salutava Clara Oswald proprio con questa frase, e che in questo film avrebbe dovuto recitare un celebre Dottore, diciamo che vale come citazione di sponda.
Intanto voi fate un salto a leggervi il ciclo a tema del Zinefilo e il suo post sul film di oggi!

Sepolto in precedenza lunedì 16 ottobre 2023


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing