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Ladyhawke (1985): tira più una piuma di donna falco che una coppia di Hauer e Broderick

Vi ricordo care lettrici e cari lettori, che questa
introduzione, per assecondare le psicosi dell’autore di questo Blog, andrebbe
letta nella vostra testa, con una voce un po’ nasale tipo narratore e magari,
una musichetta stile medioevale in sottofondo, una cosetta come questa, siete
pronti? Ok cominciamo!


In un preciso
momento, di quel periodo storico leggendario per le sue pettinature cotonate e
i jeans a vita alta, gli anni ’80 inviarono il più improbabile degli araldi per
insegnarci tre grandi lezioni di vita, questa è la seconda: l’epica
cavalleresca e l’importanza della fi… ehm, dell’amore!

Benvenute dame e
cavalieri, al secondo capitolo di quella che tutti ricordano come… La trilogia
del Broderick!




Mi piace sempre scherzare, dicendo che ho avuto come balia
da bambino Richard Donner, enorme responsabile dei miei (dis)gusti
cinematografici, uno che ha iniziato la sua filmografia, sbattendosene della
regola per cui dirigere bambini e animali sarebbe la tomba per qualunque
carriera, con “Il presagio” (1976) ha firmato un classico (con bambini e animali) per poi inventare il
cinema di super eroi, mostrando al mondo che un (Super)uomo poteva volare.
Ma è stato negli anni ’80 che Donner mi ha preso sotto la
sua ala protettiva, mandando a segno un’infilata clamorosa di titoli che hanno
fatto la storia, ad esempio Arma Letale
(che già basterebbe), ma non pago di aver contribuito massicciamente
all’immaginario collettivo, con una pietra miliare di formazione come I Goonies, nello stesso anno, il 1985, Richard Donner è riuscito a dirigere un film che sognava da un pezzo, “Ladyhawke”,
il tutto giova ricordarlo, mentre rinunciava alla regia di Ragazzi perduti (restando a bordo solo come produttore), regalando
al compianto Joel Schumacher la possibilità di brillare. Parafrasando Indy, il
cervello di Donner dovrebbe stare in un museo!

Alla collezione di Richard, aggiungere tranquillamente anche questo classico.

Richard aveva a lungo cercato di portare al cinema “Ladyhawke”, era
pronto a girarlo per la Warner andando fino in Inghilterra oppure in Cecoslovacchia, pur di mantenere bassi i costi e dirigere finalmente questa storia, che per un po’
avrebbe dovuto avere come protagonista Sir Sean Connery e uno tra Sean Penn e
Dustin Hoffman, nella parte di Philippe Gaston (storia vera).

Quando il produttore Alan Ladd Jr. diede “luce verde” al
progetto, lo scenario era cambiato, bisognava ringiovanire un po’ l’età dei
personaggi e Donner, che di dirigere gioventù sul set ha sempre fatto un vanto, ha pensato di affidare al lanciatissimo Matthew Broderick, protagonista di Wargames (anche noto come “La trilogia
del Broderick – Capitolo primo”) la parte del ladruncolo Philippe “Il topo” Gaston,
mentre per il ruolo del protagonista, una non competitiva per la parte… vai
Kurt Russell roba tua!

“K-Kurt Russell? Non sapevo stessimo girando fuga da Aguillon”

Voi sapete benissimo che da queste Bare, il vecchio Kurt gode di infinita stima, Donner lo considerava perfetto per il ruolo di Etienne
Navarre, che sarebbe stato l’ennesimo personaggio di culto, in una carriera piena di personaggi di culto per Kurt. Per il ruolo del malvagio vescovo, la Warner fa fare un
provino a Rutger Hauer, che secondo la produzione sarebbe stato proprio perfetto
per il ruolo. Ma come? Dopo Eureka? Dopo aver rifiutato il ruolo da cattivo in
“Sfinge” (1981), un altro cattivo? Rutger in questo vescovo scritto con il
pennarellone a punta grossa, proprio non ci trova nulla di interessante, non
somiglia nemmeno lontanamente al cattivo carismatico di I Falchi della Notte,
quindi preferisce rispondere alla chiamata del suo concittadino Paul Verhoeven
e andare in Spagna, a girare guarda caso un altro film in costume con spade e
cavalieri, L’amore e il sangue.

Chiusura del cerchio, visto che ha iniziato la carriera con Floris (lo sceneggiato Olandese non Giovanni)

Il ruolo del vescovo viene affidato al sosia di Luca
Cordero di Montezemolo ovvero John Wood (che vi devo dire? A me ricorda lui
quando guardo il film. Sono strano lo so), che per altro dopo Wargames riforma l’accoppiata con Matthew
Broderick, confermando così la mia folle teoria per cui i due film sono parte
di una stessa trilogia. Vi ho già detto recentemente che sono strano no? Ok, andiamo
avanti.

Il cattivissimo Luca Cordero di Montezemolo, in un film che urla fortissimo: cloro al clero!

A questo punto però la faccenda si complica, durante la
pre produzione Kurt Russell e Richard Donner si annusano, si piacciono ma non
riescono a trovare un punto d’accordo sul personaggio, Kurt molla tutto e vola
a Chinatown dall’amico John Carpenter per far tremare i pilastri del cielo,
Donner non perde tempo, alza il telefono e propone il ruolo all’attore che lo
aveva colpito con un provino incredibile: «Rutger ti aspettiamo in Italia!», la
risposta dell’Olandese Volante? «Avete spazio? Perché verrei giù con il camper
e beh, è piuttosto grosso» (storia vera).

Rutger guida quel suo carrozzone gigantesco dalla Spagna
fino all’Aquila dove il film è stato girato, tra il viaggio e il tempo di
parcheggiare quel catafalco, Hauer arriva in piena notte, meritato riposo? Mica
tanto, perché come racconta in maniera esilarante nel suo libro “All Those
Moments” (2007), qualcuno della troupe si infila di straforo dentro il
carrozzone, provocando le urla scomposte di Ineke ten Kate, la moglie di Rutger
sposata di fresco proprio nel 1985, rimasta accanto a lui fino alla sua scomparsa, che tutta nuda nel cuore della notte
abruzzese, comincia a inveire in Olandese stretto, parole che immagino non siano
scritte nella Bibbia, tutte dedicate al visitatore non atteso, messo
ovviamente in fuga. Insomma Rutger, anche oggi, si dorme domani.

“Io ho visto nottate che voi umani non potreste immaginarvi…”

In compenso il set è un casino allucinante, avete
presente Rick Dalton che dice che gli
Italiani sono abituati a doppiare gli attori stranieri, quindi non sanno cosa
sia il silenzio sul set? Ecco proprio così, Donner che secondo Hauer è un
orsacchiottone tutto buone maniere, passa il tempo con le vene del collo bene
in vista, ad invocare il silenzio e a tentare di comunicare con la troupe, in
linea di massima deve esserci riuscito, perché i costumi di Nanà Cecchi sono
splenditi e la fotografia di Vittorio Storaro è ancora uno dei motivi per cui
vale la pena vedere questo, beh questo Classido!

Si perché “Ladyhawke” è diventato un film di formazione
unico nel suo genere, talmente azzeccato da saper conquistare buona parte del
pubblico malgrado difetti evidentissimi, alcuni anche accentuati da Padre Tempo, che non perdona davvero nessuno. Forse per noi maschietti era un po’ troppo
sdolcinato, in particolare se quello che speravamo di trovare in un film erano
le spadate e gli ammazzamenti (che comunque non mancano), però devo essere
onesto, da bambino vedere “Ladyhawke” mi trasmetteva un grande senso di epica,
forse complici anche le musiche firmate da Andrew Powell, celebre per il suo
lavoro con gli Alan Parsons Project.

Queste immagini, questa musica: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’epica cavalleresca.

Richard Donner fa iniziare il suo racconto con un espediente
vecchio come la narrazione stessa, ma sempre efficace: hai un mondo caratterizzato dalle sue
regole interne da presentare al pubblico? Utilizza il punto di vista di un
personaggio con cui gli spettatori si potranno identificare e metà del gioco
sarà fatto. Matthew Broderick è semplicemente perfetto per il ruolo del
furbetto astuto ma tutto sommato candido, Philippe Gaston il topo che alla
gogna, preferisce la fogna e comincia il film scappando dalle guardie, per altro
guidate da una sorta di sosia di Roberto Recchioni. Se ve lo state chiedendo,
vale la stessa regola di Montezemolo descritta lassù, sono strano, ma ne sono consapevole.

“Quindi non vi piace il mio Dylan Dog… bravi, bravi, proprio bravi”

Quando Philippe fa il gradasso e Recchioni gli è quasi
addosso, Donner si gioca un altro momento classico, l’entrata in scena
dell’eroe, che con colpi di balestra, spadate ben assestate e cavalcando il
suo cavallo nero chiamato Golia, ha il volto e il corpo di Rutger Hauer, un
cavaliere nero per cui vale la regola aurea di Gigi Proietti. La sua entrata in
scena sulle note della colonna sonora è semplicemente mitica, anche perché Rutger
Hauer qui interpreta il personaggio nel modo opposto a quello che ci si
aspetterebbe dal ruolo, proprio per questo risulta memorabile.

Per prima cosa, non sorride quasi mai – anche perché non
ne ha nessun vero motivo -, ma a guardarlo ha l’aspetto dell’antagonista, fisicamente
risulta minaccioso e Hauer poi, trova il modo di rendere Etienne Navarre, un personaggio
gravato dal peso di una situazione da cui non può uscire, costretto a tenersi
rabbia (e amore) dentro, ecco perché quando può (intra)vedere la sua Isabeau, oppure scagliarsi contro i nemici, lo fa con tale impeto e il film, ci guadagna
parecchio dalla sua interpretazione.

L’occhio spento lo sguardo di cemento, lei è il mio piccione falco, io il suo monumento (quasi-cit.)

Di che parliamo adesso? Di Isabeau o del fatto che da
mezz’ora sto mettendo a durissima prova il mio francese pezzente, per scrivere i
nomi dei personaggi? Siccome so di chi vorreste parlare, metterò a dura prova
le vostre aspettative, più di quanto non abbia già fatto con il francese, dedicandomi alla “French Connection” (passatemi la
citazione) di questo film.

Etienne Navarre e la sua amata Isabeau D’Anjou sono stati
maledetti dal vescovo, nemmeno tanto velatamente innamorato della donna, con
una sola frase («Sempre insieme, eternamente divisi») il film abbraccia tutto
quel passo epico che lo ha sempre caratterizzato. Si perché la maledizione
lanciata sui due amanti, prevede che di giorno lei abbia le sembianze di un
falco, mentre di notte quando lei può finalmente tornare ad essere una donna,
lui si trasformi in un enorme lupo nero, alla ricerca di un giorno senza la
notte e una notte senza il giorno, per provare a spezzare l’incantesimo.

Qual è l’animale più veloce del mondo? L’aquila, perché… Là! Qui! Là! (ok, questa era tremenda)

Siccome in uno strambo Paese a forma di scarpa dobbiamo
sempre farci riconoscere, un film che si chiama “Donna falco”, girato ed
ambientato all’Aquila in Italia, nel doppiaggio Italiano è diventato un luogo
immaginario (ma “franzoso” nella pronuncia) chiamato Aguillon. Ma perché dico
io? Questo film ha potuto avvalersi dei veri paesaggi e dei veri castelli
dell’Abruzzo, ma per qualche oscura ragione il doppiaggio Italiano ha pensato
bene di non cavalcare questo dettaglio, ma d’altra parte non saremmo un Paese
strambo (e a forma di scarpa) se così non fosse. Bene, vi ho tediati
abbastanza, ora possiamo parlare di Isabeau.

Le gioie della vita secondo l’avvocato Federico Buffa: la
cioccolata, Michelle Pfeiffer e Kobe Bryant in campo aperto. Concentriamoci sul
secondo punto, la Pfeiffer arrivava da “Scarface” (1983) dove era bellissima,
ha avuto il tempo di passare per il cult che amiamo in troppo pochi (io di
sicuro), “Tutto in una notte” (1985) dove era molto più bella e per di più anche
sensualissima, qui nei (pochi) panni della principessa in pericolo, l’oggetto
del desiderio di tutti, le viene essenzialmente chiesto di lasciare senza
parole il pubblico ad ogni fugace apparizione, mettendo in chiaro il perché Etienne
patisca tutto quello che patisce (compreso sopportare Philippe Gaston) per lei,
quindi per Michelle Pfeiffer in questo film aggiungo solo due parole: missione
compiuta.

Anche l’autore della didascalia qui, si dichiara senza parola.

In un’ideale lista di donne più belle mai viste in un
film, considerando che il primo posto è già assegnato d’ufficio a Claudia Cardinale, penso che la Michelle
Pfeiffer di “Ladyhawke” potrebbe giocarsela per il podio, è di un bello da
tirarti via l’aria dai polmoni, oltre ad essere una delle ragioni per cui il
film è ancora così tanto amato.

Si perché parliamoci chiaro, “Ladyhawke” è stato girato
in Italia perché la Warner non voleva spenderci troppi soldi, e in certi momenti mostra davvero il fianco, anche con alcuni passaggi della trama che
girano un po’ a vuoto. Per tentare di mettere epica nella storia, in alcuni momenti, Richard
Donner ci dà dentro con il tema musicale, ma l’effetto rischia di raggiungere la
zona parodia. Inoltre non sempre il ritmo resta altissimo, specialmente nel
secondo atto il film procede con un po’ di fiatone, però vive e muore sul
talento dei tecnici e degli attori che vi hanno preso parte. Richard Donner ha
davvero cavato sangue dalle rape da una storiella minimale, se i tre personaggi
sono tutti azzeccati e noi spettatori finiamo a patteggiare totalmente per loro, è perché gli
attori hanno potuto dare il meglio, anche da questo si riconosce un grande
regista.

L’autore della didascalia alza le mani dalla tastiera per applaudire davanti a tanta meraviglia.

Il linguaggio del corpo minaccioso e tragico di Rutger
Hauer, la bellezza eterea di Michelle Pfeiffer e il brio con cui Matthew
Broderick riesce a non rendere mai odioso un personaggio che avrebbe tutte le
carte in regola per esserlo, fanno galoppare il film fino al suo finale in
crescendo (quelle campane, quella dannate campane, che ansia tutte le volte!),
vivendo di singoli momenti che presi singolarmente funzionano ancora alla
grande e si sono scolpiti nella memoria collettiva.

La lezione che ci insegna “Ladyhawke” è che nella vita, tira più una piuma di donna falco che una coppia di Hauer e Broderick… no!
Cioè, la lezione di questo film è quella che il regista giusto e i giusti
attori, possono rendere un classico anche una storia semplice come questa, che
ha distribuito epica e romanticismo a manciate abbondanti, ad almeno un paio di
generazioni di pubblico, rendendo mitici tutti i suoi protagonisti.

Al Cavaliere Rutger, non je dovete caca er cazzo! (quasi-cit.)

Uno di loro, il compianto Rutger Hauer lo stiamo
omaggiando di settimana in settimana nella rubrica che ci porta oltre le porte di Tannhäuser, anzi
fate un salto dal Zinefilo che anche lui oggi ha qualcosa da raccontarci sul
film!

La prossima settimana andremo ancora oltre le porte di
Tannhäuser, ma affronteremo anche l’ultimo capitolo della trilogia del
Broderick, quindi non mancate, questa Bara ha ancora parecchi strambi posti in cui portarvi.

Non perdetevi la locandina d’epoca del film dalle pagine di IPMP!

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