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L’aereo più pazzo del mondo (1980): ho scelto il giorno sbagliato per smettere di festeggiare un classico

Come dice il mio amico Sergio: sono cresciuto con Zucker-Abrahams-Zucker e ne pago le
conseguenze.

Parliamoci chiaro, il 2020 è stato un anno che in più di
un’occasione ha acceso la scritta “Don’t panic” a bordo, i momenti grotteschi
non sono mancanti e proprio per questo, il compleanno più importante
dell’anno non possono che essere i primi quarant’anni di un capolavoro come “L’aereo
più pazzo del mondo”.

La verità è che far ridere è qualcosa di dannatamente
serio, se quelli che per me rappresentano lo zero comico assoluto, ovvero i Monty Python, si sono formati metà a Cambridge e l’altra metà ad Oxford (e Terry Gilliam chissà dove in giro per il
pianeta), mentre quelli che da sempre considero i veri geni della comicità americana
ovvero Jim Abrahams e i fratelli David e Jerry Zucker, si sono conosciuti all’università del Wisconsin e qui tra una festa e un Toga Party, sono entrati
a far parte del gruppo teatrale del Kentucky Fried Theater, insieme ad alcuni
nomi che hanno per sempre impresso il loro nome nei film degli anni ’80, come
l’acchiappa fantasmi Harold Ramis e
uno dei miei preferiti, il mio amico John Landis.

Linee aeree ZAZ, volare non è mai stato così divertente.

Proprio Landis, in quanto portatore del fuoco della
comicità americana nel decennio dei Jeans a vita alta, suggerì a
Zucker-Abrahams-Zucker (anche noti come ZAZ), che se volevano il pieno controllo
dei film che fino a quel momento si erano limitati a sceneggiare (da soli
oppure come trio), avrebbero dovuto passare dietro alla macchina da presa.
Detto fatto e il loro esordio, non avrebbe potuto essere più al fulmicotone di
così.

Per quello che mi riguarda, ZAZ insieme ai Python,
completano la sacra trilogia dei geni della comicità insieme a Mel Brooks, da
cui hanno ereditato il testimone delle parodie cinematografiche, un’arte ormai
purtroppo perduta che però Zucker-Abrahams-Zucker hanno portato a livello
Olimpico. Infatti il loro esordio da registi, era un piano bellicoso,
prendere di mira un intero genere che nel decennio appena terminato aveva
spopolato: il disaster-movie.

L’assistente di volo della Bara Volante, dove tutto è assurdo (anche il salvagente)

Se l’antica e nobile arte della parodia fosse ancora in
voga, il 2020 forse sarebbe stato l’anno giusto per cominciare a sfottere i
film di super eroi, perché il cinema popolare ha sempre un genere prediletto
che fa staccare tanti biglietti al botteghino (scusa zio Martino Scorsese), di
solito l’inizio della fine per un genere popolare è proprio l’arrivo delle
parodie. ZAZ per i film con aerei di linea in difficoltà, sono stati
l’equivalente di un’intossicazione alimentare provocata dal cibo servito in
volo.

Quello che erroneamente viene spesso riportato, è che
“Airplane!” – da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa in fissa con i
titoli chilometrici “L’aereo più pazzo del mondo” – sia una parodia dei vari
film della serie “Airport” (e i suoi tanti imitatori), quando in realtà si
tratta di una presa per i fondelli, quasi scena per scena di “Zero Hour!”
(1957). Rivisto oggi il film da noi intitolato “Ora zero” (senza caratteristico
punto esclamativo) fa lo strano effetto di sembrare la versione seria di “L’aereo
più pazzo del mondo”, per farvi capire di che livello di presa per i fondelli
parliamo, basta dire che nel film del 1957 troviamo tutto, dall’intossicazione
alimentare al pilota traumatizzato dalla guerra che non vuol più volare, che
per altro si chiama proprio Ted Striker, tanto che per evitare problemi di
carattere legale, Zucker-Abrahams-Zucker finirono per acquistare i diritti
dallo sceneggiatore del film, Arthur Hailey che per altro aveva anche scritto
il libro da cui venne tratto il primo “Airport” (1970) in modo da poter dormire
tra due guanciali (storia vera). Anche se la domanda vera è un’altra: ma che
razza di traumi ha avuto Arthur Hailey sugli aerei di linea? Un giorno qualcuno
farà una biografia su di lui e allora tutto ci sarà più chiaro.

Arthur Hailey in coda al Check-In prima del decollo.

“Airplane!” sta a “Zero Hour!” come il film pauroso
noleggiato e visto tra amici, magari bevendone un paio (e fumandone
altrettante), quando la volontà di seguire la trama viene messa un momento da
parte in favore di un attacco di “scemeria” di gruppo, che di solito consiste
in ridoppiaggio dei dialoghi ad uso ridere, e battutacce più o meno riuscite
che alla lunga, fanno diventare il film un piccolo culto di gruppo, non
guardatemi alzando il sopracciglio, lo avete fatto anche voi un sacco di volte!
L’unico caso analogo che possiamo considerare resta quindi “Scary Movie”
(2000), che prendeva come modello Scream
(e il suo titolo di lavorazione) per sbeffeggiare non solo il film ma
amorevolmente, un intero genere cinematografico, con il risultato finale di
diventare una parodia quasi più famosa del film originale. Non è certo un caso
se la saga di “Scary Movie”, tra alti e bassi (e due capitoli diretti proprio
da David Zucker, giusto per chiudere il cerchio) sia stata l’ultima grande
parodia cinematografica, prima della morte del genere per eccesso di film di
infima qualità sfornata. Film che hanno fallito perché non hanno capito, che
far ridere con una parodia, richiede non solo un grande amore e una enorme
conoscenza del genere preso di mira, ma anche abbondanti dosi di serietà, come
dicevo lassù, far ridere è una cosa seria!

Il genio di Zucker-Abrahams-Zucker è stato proprio
questo, portare in scena quantitativi abbondati di quel tipo di umorismo che io
preferisco (quello assurdo), affidandosi a volti dannatamente seri, la
selezione degli attori del film è stata portata avanti proprio con questo
spirito, nessun comico, ma veri attori drammatici oppure in alternativa,
personaggi talmente sopra le righe, da non essere degli attori (Kareem
Abdul-Jabbar) e a volte, nemmeno degli esseri umani (Otto il pilota
automatico).

“Tu lo conosci questo?”, “Ci siamo conosciuti ad un concerto, era il pallone da spiaggia che il pubblico faceva rimbalzare”

Ancora oggi tanti spettatori, ritrovando qualche vecchio
film di Leslie Nielsen, si stupiscono (faticando a restare seri) di trovarsi
davanti dei ruoli seri per il mitico attore. Leslie Nielsen arrivava da
un’infinità di titoli drammatici e anche qualche Horror, quando ZAZ gli presentarono la sceneggiatura del film la
sua reazione fu chiarissima: «Per quale motivo gli spettatori dovrebbero ridere
a un disastro aereo?» (storia vera).

Leslie Nielsen, il navigato attore drammatico.

Malgrado Nielsen desiderasse da tempo cimentarsi con la
commedia, i tre sceneggiatori dovettero fargli una corte spietata per
convincerlo, ma avevano già capito che un volto noto dei film seri era quello
di cui avevano bisogno, considerando la svolta comica presa dalla carriera
dell’attore, e il fatto che ancora tutti oggi lo ricordino per il suo spassoso
tenente Frank Drebin di “Una pallottola spuntata” (serie tv di ZAZ e relativi
seguiti cinematografici), il trio ci aveva visto davvero lungo.

Lo stesso possiamo dire di Robert Stack, una vita intera
dedicata ai ruoli da duro cinematografico, secondo ZAZ poteva essere solo lui
ad interpretare il tostissimo Rex Kramer, ma per trovare il tono giusto per
l’interpretazione, i tre registi mostrarono a Stack la registrazione di un suo
imitatore che ne faceva amabilmente il verso, quindi di fatto il risoluto Rex
Kramer (con i suoi numerosi occhiali da sole) di fatto non è altro che Robert
Stack che imita l’imitatore di Robert Stack, sembra uno scioglilingua ma in realtà è una… Storia vera! Se vi sembra
grottesco, vuol dire che siete entrati nell’ottica di un film che ha fatto del
surreale la sua cifra stilistica.

“Voglio vederci chiaro su questa storia del mio imitatore!”

Visto che mi sono lanciato nel vuoto con gli attori,
tanto vale aggiungere che anche Lloyd Bridges è diventato uno di quella facce
che a posteriori, fa strano ritrovare in film drammatici, quando invece ne
aveva interpretati tanti, ma il suo responsabile della torre di controllo Steve
McCroskey, con il suo tormentone sul giorno sbagliato per scegliere di smettere
di fumare, è diventato talmente iconico da etichettare per sempre il papà dei
due futuri attori Jeff e Beau.

“Ho scelto il giorno sbagliato per smettere di leggere post sulla Bara Volante!”

La serietà di fondo del film, quella necessaria a rendere
efficaci i momenti comici, la possiamo ritrovare in tutti i reparti del film, a
partire dalla bellissima colonna sonora, che ad esclusione dei rimandi al tema di
John Williams di Lo Squalo (la
geniale scene d’apertura, anche se il primo a sfottere Bruce al cinema, fu il suo stesso papà Steven Spielberg)
e “Stayin’ Alive” concessa dai Bee Gees per la spassosa scena della discoteca,
la colonna sonora del film potrebbe essere quella di un serissimo film
drammatico, tanto da non essere certo stata composta dall’ultimo della pista,
ma dal grande Elmer Bernstein, uno che in carriera aveva composto le musiche
per I magnifici sette e “La grande
fuga” (1963), giusto per fare due titoli da niente.

John Travolta? Dilettante.

L’unico tentativo da parte della Paramount Pictures di
far rientrare il film nei canoni della commedia classica, è stato cercare di
imporre un vero comico come protagonista, uno a caso tra Bill Murray o Chevy
Chase, entrambi rispediti al mittente da ZAZ senza nessun rimpianto (storia
vera). Per il traumatizzato Ted Striker venne scelto l’esordiente Robert Hays, con la sua faccia da bravo ragazzo americano, stesso discorso per l’assistente
di volo Elaine Dickinson, ruolo che che nei piani originali della Paramount
sarebbe dovuto andare a Sigourney Weaver (che probabilmente avrebbe fatto
atterrare da sola l’aereo dopo dieci minuti, sparando fuori dal portellone
posteriore il cibo precotto al grido di «Get away from her, you bitch!»), ma
che alla fine venne assegnato all’adorabile Julie Hagerty, che con quella sua
combinazione di occhioni e sorrisone, ho sempre trovato anche molto carina, se
mi è concesso un parere extra cinematografico. Ora però scusatemi, da
appassionato di basket ho un paragrafo che mi sta particolarmente a cuore.

Non volermene Sigourney.

Nato Lewis Alcindor Junior prima della conversione
religiosa, Kareem Abdul-Jabbar meriterebbe una biografia anche più di Arthur
Hailey. Mettiamola così, chiunque abbia detto che nessun uomo è un’isola, non
ha mai conosciuto Kareem Abdul-Jabbar, un corpo da super uomo irreale su cui è
stata montata la testa di un grande intellettuale nero davvero eclettico.
Introverso, di pochissime parole ma con una capacità di prestarsi all’arte
(anche quella espressa su un campo da basket) come pochi. Al cinema ci è stato
pochissimo, ma con due ruoli storici, uno accanto al Maestro Bruce Lee
(prossimamente su queste Bare) l’altra qui, nei panni del co-pilota sotto
mentite spoglie Roger Murdock, che abbattendo il muro meta cinematografico,
viene subito riconosciuto dal ragazzino invitato a visitare la cabina di
pilotaggio. Pare che Kareem abbia accettato la parte in cambio di 35 mila fogli
verdi, con sopra facce di alcuni ex presidenti defunti, giusto il prezzo di un
tappeto che aveva puntato e che voleva comprarsi (storia vera), in pratica il
grande Lebowski alto 2,18. Accusato dal ragazzino di essere troppo “molle” in
difesa sui cambi della NBA, con la sua frase di culto («Dì a papà che ci provi
lui a marcare quei Cristoni grandi e grossi per 48 minuti!»), ha regalato un
tormentone a tutti i giocatori di basket del pianeta, ma se parliamo di frasi e
momenti di culto, mi tocca scoperchiare il vaso di pandora, perché questo film
ne è strapieno!

Persino l’immagine di Jabbar in questo post è alta e lunga come lui.

Scrivere qualcosa, qualunque cosa su un film come “L’aereo
più pazzo del mondo” per celebrare i suoi primi quarant’anni, vorrebbe dire
finire semplicemente per riportare tutti i passaggi geniali e divertenti della
pellicola, in poche parole una trascrizione completa della sceneggiatura visto
che in 88 minuti di durata, il film ha SOLO momenti geniali entrati a far parte
del mito. Dalla leggendaria “Don’t panic”, fino alla fila per far calmare la
signora (a colpi di schiaffi) in preda ad una crisi di nervi, passando per la bimba cardiopatica a
bordo, da allietare con una bella canzoncina. Ognuno ha i suoi cento momenti
preferiti di questo film, come è giusto che sia visto che si tratta di una
pietra miliare, anche perché ve lo dico subito, se non vi piace questo film,
non solo non vi conosco e non ho voglia di conoscervi, ma vuol dire che non vi
piace un Classido!

Quello che posso aggiungere forse è la risposta ad una
domanda: perché non mi stancherò mai di vedere e rivedere “L’aereo più pazzo
del mondo”? Non solo perché rappresenta in pieno quel tipo di comicità assurda
che mi fa ridere di gusto (tipo le due voci della zona rossa e della zona
bianca, che litigano tra di loro all’interfono dell’aeroporto, oppure il
biglietto fumante per la sezione fumatori), ma anche perché questo film
rappresenta in pieno quello che facciamo noi spettatori in poltrona, quando un
film non ci piace e ci annoia, iniziamo a prenderne in giro i passaggi
sottolineandone l’assurdità. Ed è l’assurdità a fare di questo film un classico,
i piccoli passaggi senza alcun senso e per ciò esilaranti: la moglie del
pilota che dorme con un cavallo nel letto, oppure quando iniziano a volare “con
gli strumenti”, suonando un pezzo allegrotto con una piccola orchestra
improvvisata dentro la cabina di pilotaggio. Su fino ai momenti epici come Otto
il pilota automatico, ribadisco, scegliete il vostro momento preferito, avete
solo l’imbarazzo della scelta.

Volare con gli strumenti (ogni volta rido come il cretino che sono)

Non mi stancherò mai di vedere e rivedere “Airplane!”
anche perché è il padre nobile della parodia cinematografica a tutto tondo, in
un film che prende per i fondelli i disastri aerei al cinema, è del tutto
normale veder cominciare una scena di ballo, perfetta parodia di un altro
classico come “La febbre del sabato sera” (1977). Perché questo film
è un perfetto calderone che attinge a piene mani dalla cultura popolare, che ha
saputo restituire indietro centinaia di momenti di culto. Vale la pena vedere
rivedere il film per ritrovare tutti i passaggi diventati leggendari, sia in
lingua originale che doppiato, perché come molti film con questo tipo di
umorismo assurdo, il doppiaggio qualcosa si è fumato, come ad esempio la
battuta su Shirley («Surely you can’t be serious», «I am serious, and don’t
call me Shirley») diventata parte del patrimonio culturale occidentale.

Ci sono dei passaggi poi dove semplicemente il doppiaggio
italiano fa spallucce e va avanti veloce, facendo finta di nulla incapace di
tradurre a dovere, come quando del ehm, materiale marrone colpisce le pale di
un ventilatore, quella che è una tipica espressione Yankee per dire che ora le
cose vanno male, ma presto potrebbero andare drammaticamente peggio, che nella
versione doppiata del film resta semplicemente inspiegabile. Quindi il mio
consiglio davanti ad un film così, è quello di non fermarsi alle battute facili
e memorabili, ma di approfondire le ragioni che in quarant’anni lo hanno reso
un classico, magari dopo aver letto l’illuminante post di Doppiaggi Italioti dedicato al film.

Il tipo di umorismo assurdo a cui devo molte delle mie caSSate.

Nel 1980 gli “allievi” hanno superato il maestro, infatti
i critici all’uscita cercarono di paragonare il film di ZAZ a quello di John Landis, uscito lo stesso anno. Un paragone inutile visto che The Blues Brothers è diventato un fenomeno di costume partendo da
un omaggio alla musica Blues, fino a quel momento dedicata ad una ristretta
cerchia di pubblico, mentre “Airplane!” puntava da subito al bersaglio grosso,
riuscendo nella sua impresa di fare da pietra tombale ad un genere, portando in
sala lo stesso pubblico che fino al giorno prima andava a vedere anche il
dodicesimo film della serie “Airport”. Al netto di un budget di tre milioni e
mezzo di fogli verdi, con sopra facce di ex presidenti defunti, l’aereo più
pazzo del mondo diventò il quarto più grande incasso del 1980, dietro all’imprendibile L’impero colpisce ancora
ma davanti a titoli come The Blues Brothers appunto, ma anche Shining.
Cosa vi dicevo? Per far ridere, per prima cosa serve un gran cervello e da
questo punto di vista Zucker-Abrahams-Zucker erano tre teste incredibili.

Ed ora se volete scusarmi, vado a rivedermi il film per
festeggiare. Lascio la Bara Volante nelle mani del pilota automatico Otto, ma
non fidatevi di lui, è un pallone gonfiato!

Questa Bara Volante è in ottime mani (di plastica)
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