
l bello di una rubrica su William Friedkin è anche quello di poter spaziare tra i generi, come vedremo in questo nuovo appuntamento con… Hurricane Billy!

Ancora pesto dopo gli scarsi incassi e le tante polemiche sollevate dal bellissimo, ma maltrattato Cruising, il nostro William Friedkin si gode la sua tuttosommato tranquilla routine, fino ad una mattina dell’autunno del 1980, dopo una colazione a base di uova e bacon nella sua bella casa in stile ranch a Bel Air, Billy sale a bordo della sua Mercedes per andare al lavoro, quando un dolore acuto lo colpì improvvisamente al braccio sinistro, guidando a dieci chilometri all’ora con mani tremolanti, Friedkin raggiunge gli stabilimenti della Warner tra i sudori freddi e cade di faccia a terra.
Nella sua autobiografia “Il buio e la luce” (edita da Bompiani), Friedkin racconta tutti i dettagli della corsa in ambulanza all’ospedale, del suo risveglio dopo l’attacco di cuore e del difficile percorso di recupero necessario per poter tornare a deambulare autonomamente, un paio di pagine piuttosto intense scritte da Billy che ne dedica altrettante al suo lavoro successivo, l’episodio intitolato “Nightcrawlers” (qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa “Quelli che strisciano di notte”) della serie tv Ai confini della realtà, di cui magari parleremo in separata sede. Tutto questo per dire che William Friedkin ha preferito raccontare del suo percorso di recupero, piuttosto che scrivere anche una sola riga di quella volta in cui ha diretto Chevy Chase! Poi ditemi pure che io ho dei pregiudizi nei confronti della comicità del vecchio Chevy (avreste ragione), ma Hurricane Billy gioca nella mia stessa squadra.

Eppure “Deal of the Century”, da noi diligentemente tradotto in “L’affare del secolo” è tutto tranne che un pessimo film, leggermente bipolare visto che scarta da un tono all’altro, dalla commedia alla satira bellica, ma bisogna aspettarselo da un film che ha come protagonisti uno di quelli che sopporto con più fatica (Chevy Chase) e una delle predilette di questa Bara (Sigourney Weaver).

Nel mezzo ci sta un film che, per certi versi, ha molto in comune con Pollice da scasso, ma è più facile da identificare nel genere commedia, visto che ha un comico come Chase nel ruolo del protagonista, piuttosto che un attore come Peter Falk. Eppure, entrambi i film hanno un punto di vista molto satirico sugli eventi raccontati, per certi versi potremmo definirli due film Coeniani, usciti quando Ethan e Joel erano ancora impegnati a spazzare la neve dal vialetto di casa in Minnesota, mentre Friedkin già tracciata qualcuna delle traiettorie del loro cinema.
Inoltre, se Pollice da scasso si rifaceva palesemente alle nostrane commedie come “I soliti ignoti” (1958), sarebbe stato carino capire dalle parole del nostro Billy, se, per caso, tra i titoli che hanno ispirato “L’affare del secolo” ci fosse anche “Finchè c’è guerra c’è speranza” (1974) con Alberto Sordi, visto che i due film sono molto simili, solo che uno può contare sulla sconfinata e strapotente industria bellica Yankee.

Con alcune pubblicità decisamente satiriche (non proprio Paul Verhoeven ma sulla falsariga), il nostro Billy ci introduce al mondo dei grandi fabbricanti di morte armi, pronti a rivoluzionare l’arte della guerra con l’ultimo ritrovato tecnologico, il drone senza pilota Peacemaker (l’ironia sta tutta nel nome) che garantirà il primato bellico a tutti i Paesi con basso tasso di piovosità, visto che il modello ha un piccolissimo difetto, esposto all’acqua impazzisce perdendo ogni controllo, quindi dopo aver speso miliardi di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti per svilupparlo, ora l’ideale sarebbe scaricare il bidone a qualche Paese del terzo mondo (per gli americani, tutti quelli che stanno fuori dai loro confini), meglio se comandato da qualche dittatore farlocco appoggiato dagli Yankee, in modo da vedere un nuovo potenziale bersaglio domani. Non c’è niente di più americano della guerra e della torta di mele, anzi considerando che la torta l’hanno importata dalla vecchia Inghilterra, il cerchio si stringe.
Ma di tutto questo, il protagonista Muntz (la faccia da schiaffi di Chevy Chase) non sa nulla, lui è un piccolo mercante d’armi che spera di fare il salto di qualità, in una divertente scena, lo vediamo in una stanza di un losco albergo, vendere come se fosse Giorgio Mastrota un fucile con RPG ad un gruppo di ribelli Sud Americani, per provare il valore dell’arma il nostro Muntz, finirà a sparare un colpo d’artiglieria all’auto del dittatore locale per cui combattono i suoi potenziali clienti, insomma: puro Chevy Chase al 100%. Se amate lo stile del famoso comico vi godrete anche questa sua prova, da parte mia che proprio non lo reggo, posso dire che oltre ad essere uno di quegli attori che di riffa o di raffa, è riuscito a farsi dirigere da tutti i miei preferiti, in questo film è perfetto, perché con quella sua faccia di mer… da schiaffi è perfetto per incarnare il commerciale puro, quello che mette il piede davanti alla porta finché non ti convince a comprare bombardanti di balle e bugie, una categoria su cui preferisco non dilungarmi, perché mi esporrei a denunce penali che, però, Chase ha sempre saputo incarnare alla perfezione e che, devo ammetterlo, per questo film risulta davvero azzeccato.

Per farci digerire la presenza dell’odioso (ma comunque bravissimo) Chevy Chase nel doppio ruolo anche di narratore, con tanto di voce fuori campo, Billy Friedkin pensa bene di regalarci una lunga inquadratura sulle gambe chilometriche di Catherine (Sigourney Weaver, sempre sia lodata!), bella di turno e moglie di un “contractor” del governo americano, un tale di nome Harold (Wallace Shawn) che diventerà la botta di culo del nostro protagonista, la casualità che gli permetterà di svoltare, per questo dico che “L’affare del secolo” è quasi un film dei Coen ante litteram, visto che la casualità è un elemento costante nel cinema dei fratelli del Minnesota che, forse, un po’ hanno imparato da Friedkin, non sarebbe male poterglielo chiedere.
Wallace Shawn è bravissimo ad interpretare un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, a casa lo aspetta una fatta a forma di Sigourney Weaver, ma lui non può tornare perché da mesi è incastrato in una stanza di un albergo in un Paese dimenticato da Dio dell’America del Sud, in attesa di una telefonata da parte del dipartimento della difesa Americano. In un’epoca in cui i cellulari non esistevano, Harold vive un dramma da camera esilarante e straziante in parti uguali, infatti l’uomo si suicida e secondo voi chi sarà il “paraculato” che passerà in quel momento a rispondere alla fatidica telefonata? Non è difficile intuirlo.
Muntz entra, quindi, nel giro che conta e in un affare da trecento milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, rimbalzando tra il governo americano e il solito dittatore dello stato libero di Bananas pronto a comprare, anche se il colloquio tra i due avviene in un ufficio pieno di galline e guardie armate, per un film sempre in equilibrio tra la denuncia sociale e la satira più grottesca.

Come, ad esempio, quando Muntz ci prova con la bella neo vedova Catherine, quando sul retro dell’auto su cui viaggiano è stata caricata la bara (non volante) del marito suicida, oppure attraverso il compare di Muntz, il suo socio Ray (l’attore che avete visto in tutti i film di cui non ricordate il nome, Gregory Hines) che vorrebbe smetterla di vendere armi, visto che sta attraversando una profonda crisi personale e religiosa che, ovviamente, Muntz ignorerà totalmente fino alle sue (tragicomiche) conseguenze.
Difetti? A parte Chevy Chase cu sui mi sono già espresso? Sicuramente il sottoutilizzo di Sigourney Weaver che compare in tre-scene-tre, una piuttosto divertente, ma in generale, viene utilizzata poco più che per ricoprire il ruolo della bella di turno, in un film su cui il regista non proferisce verbo, anche se secondo me tra due teste fumantine come quella nel nostro Billy e il divo Chevy, qualche sedia o qualche parolaccia deve pur essere volata, ma visto che vale il precetto Yankee “Don’t ask don’t tell”, posso aggiungere che “L’affare del secolo” parla chiaro e Friedkin è tutto sommato molto abile a gestire gli scarti di tono che, poi, sono la vera forza del film.
Ad esempio, quando Ray deve procurarsi un po’ di armi da vendere, si ritrova a dover trattar con un reduce che ha perso le gambe in chissà quale delle tante guerre americane (anche non tutte ricordate dai libri di storia), proprio quando quello, malgrado la sua condizione fisica, con ancora l’ardore nel cuore racconta di quanto laggiù in Mozambico, dava alle fiamme le capanne “di quelli là” che PIM! PUM! Scoppiettavano come Pop-Corn, solo che lo racconta a Ray che, in linea di massima, sarebbe un uomo di colore e nel primo piano su Gregory Hines, si vedono molti dei dolorosi rospi da ingoiare per un nero negli Stati Uniti (e quindi nel mondo occidentale).

“L’affare del secolo” è tutto così, mette una scena cretina e grottescamente comica, come quella del Peacemaker fuori controllo in volo su una città americana, per poi giocarsi tra le righe un momento di denuncia e critica sociale. Le due anime del film sono spesso un po’ scollate ed è probabile che Friedkin, con i suoi trascorsi da documentarista, tirasse la storia per la giacchetta verso una direzione più seria, mentre Chevy Chase, con fama di essere uno che ama accentrare l’attenzione se stesso, spingesse per momenti più comici e leggeri. Difficilmente riesco a pensare ad una coppia più stramba di quella composta dal comico di New York e dal regista di Chicago che forse si è trovato più a suo agio con un altro ragazzo di Chicago in altre occasioni.
Per assurdo (ma nemmeno tanto visto che i miei gusti sono stati messi in chiaro), le parti che preferisco del film sono quelle dove Chevy Chase non compare, infatti la scena migliore per me resta la litigata nel parcheggio di Ray, il classico momento in cui il testosterone di noi maschietti va fuori controllo e il rischio diventa quello di finire a fare a botte per i motivi più idioti, tipo per l’auto o per un parcheggio. William Friedkin è bravissimo a mettere alla berlina questi momenti di idiozia maschile (che oggi qualcuno definirebbe “mascolinità tossica”, ma io preferisco parlare di coglionaggine congenita), quando l’auto di Ray viene presa a colpi di mazza da Baseball da un tamarro che davanti alla sua donna non può passare per un mollaccione, peccato che Ray risolva la disputa tirando fuori dal bagagliaio dell’auto un lanciafiamme che nel traffico di Torino tornerebbe molto utile, ottimo modo per ridere sulla mentalità: « La pace, si ottiene con una potenza di fuoco superiore» (cit.)

Menzione speciale e mezzo punticino extra al film per il piccolo regalo, William Friedkin pensa di mettere in chiaro il tono farsesco della storia, mettendo sui titoli di coda “Santa Claus Is Comin’ To Town” nella versione cantata dai Chipmunks, il bimbo cresciuto con i cartoni animati di Alvin apprezza, anche se il film è il più classico caso di “titolo minore” nella filmografia di un regista ricordato per altro, di solito quando spunta Chevy Chase diretto dai miei preferiti, finisce per essere quasi sempre così. Questo non fa di “L’affare del secolo” un brutto film, anzi tutt’altro, però la prossima settimana magari alziamo un po’ l’asticella che dite? Se volete canticchiarvi un pezzo famoso di Tupac Shakur fino a venerdì prossimo, magari il tempo vi passerà più velocemente.
Sepolto in precedenza venerdì 5 novembre 2021


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing