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L’alba del pianeta delle scimmie (2011): Date a Cesare quello che è di Cesare

Qual è il normale iter di una saga cinematografica famosa? Numerosi seguiti? Li abbiamo tutti. Un
remake di solito pessimo? Non manca nemmeno quello. Quindi, l’ultimo passaggio
obbligato non può che essere il reboot! Benvenuti al nuovo capitolo di… Blog of
the Apes!

All’alba del
nuovo millennio qualche capoccione della 20th Century Fox sorge dal suo letto,
si sbuccia una banana, si gratta la pera e le chiappe (non per forza in
quest’ordine) e pensa: “Quale nostro storico film non abbiamo ancora reso
Reboottante? Il pianeta delle scimmie!”.
Pronti via si parte con la produzione di un nuovo punto di partenza per la saga
quadrumane più famosa della storia del cinema.
La tradizione pretende la solita selva di nomi proposti come possibile
regista, ma alla fine la spunta Rupert Wyatt che senza saperlo diventa uno dei
primi registi a subire il trattamento che ormai è canonico: hai diretto un film
indipendente ben fatto? Ottimo! Ora ti troverai a capo di un baraccone costoso,
un blockbuster estivo con cui dimostrarci che puoi giocare in serie A. Sono
sicuro che avete sette o otto nomi di registi a cui è capitato lo stesso, con
risultati ben peggiori, non credo sia un caso che la sceneggiatura di questo “Rise
of the Planet of the Apes” sia stata affidata proprio ad Amanda Silver e Rick
Jaffa, sì, gli stessi di Jurassic World,
il titolo che riassume alla perfezione il modello di produzione (in massa) di
pellicole sopra descritto.
Lo dico subito: ho visto “L’alba del pianeta delle scimmie” al cinema alla sua uscita e devo
dire che lo trovai gradevole, rivedendolo ho notato ancora di più certi difetti
evidenti, ma è anche chiaro che Rupert Wyatt abbia fatto tutto sommato un buon
lavoro, anche un po’ a sorpresa, certo agli spettatori è richiesto un discreto
sforzo di fantasia per digerire certi passaggi, ma tranquilli, ora ne parliamo!



“Questo nuovo mondo ha creato solo problemi, maledette tredici colonie!”.

La base di questo
rilancio è chiaramente il film 1999 – Conquista della Terra, quindi ripartiamo proprio da Cesare, la scimmia che
guida i suoi simili alla rivolta, ma per renderlo un film fruibile da chiunque,
Silver e Jaffa scelgono di riassumere in 105 minuti tutta l’evoluzione (che
diventa rivoluzione, dove dice la frase di lancio del film) delle SIMMIE.

Bisogna anche
dire che qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, abbiamo deciso di
rispettare la tradizione del maltrattamento in fase di traduzione dei titoli, “Rise
of the Planet of the Apes” diventa “L’alba del pianeta delle scimmie”, un modo
tutto sommato sensato di adattare quel “Rise” che in italiano può indicare vari
concetti. Sapete la prima cosa che ho pensato quando ho letto il titolo italiano qual’è stata? Sai le risate se poi dovesse uscire davvero un “Dawn of
the Planet of the Apes”, ecco appunto, come mi secca avere sempre ragione!
(Cit.).
Nella saga originale,
l’astronauta Taylor (Charlton Heston) si ritrovava su un mondo (il nostro) in
cui la razza umana si era autodistrutta a colpi di bombe e le scimmie,
lentamente, nel corso di decenni, si sono evolute fino a colmare il vuoto di
potere lasciato dalla nostra disgraziata razza. “L’alba del pianeta delle
scimmie” condensa tutto questo sfruttando il trucco dello scienziato motivato e
guidato da nobili propositi, che utilizza la scienza e un siero rivoluzionario
chiamato ALZ-112 per dare il via alla scintilla evolutiva. Fa ridere che la
colpa di un pianeta popolato di scimmie, sia tutta di James Franco, uno che di
solito al massimo la scimmia ce l’ha sulla spalla, quando passa le giornate a
fumacchiare sul divano, nel fumoso soggiorno di casa di Seth Rogen.



“Sgancia il fumo James, tanto lo so che lo tieni in tasca”.

Per essere
proprio sicuri che le motivazioni dello scienziato puro di cuore non vengano
fraintese dal pubblico, Silver e Jaffa aggiungono un padre malato di Alzheimer,
che rappresenta la motivazione del protagonista e proprio per mettersi dalla
parte della ragione ed essere sicuro che NESSUNO metta in dubbio che questo
povero padre debba essere aiutato costi quel che costi, lo facciamo
interpretare a quel mito vivente di John Lithgow (applausi grazie!) che compare
pochissimo, ma siccome è un grande fa sfoggio di bravura anche con un
personaggio monodimensionale. La parola che state cercando è: talento.

Le iscrizioni al John Lithgow fan club sono sempre aperte, ve lo ricordo.

Veniamo ad un
altro punto chiave: ve lo immaginate voi questo stesso identico film, con delle
vere scimmie come protagoniste? Nel senso che lo immaginate James Franco che
tiene per la manina un vero scimpanzé e gli dice “Vieni Cesare torniamo a
casa”, un po’ come faceva Matthew Broderick in Fuga dal futuro? Ecco, secondo
voi sarebbe stato un film credibile? Ve la immaginate la rivolta finale sul
Golden Gate di San Francisco girata in questo modo? Sarebbe sembrata la puntata
più costosa di “Lancilotto 008” mai girata.

Ecco arriva Lancillotto scimpanzerozerootto (Cit.)

In nostro
soccorso arriva la tecnologia, la migliore che i soldi possano comprare nel
2011 (come nel 2017), ovvero la computer grafica della Weta, quella ci ha
regalato le battaglie de “Il Signore degli anelli” e il “King Kong” di Peter
Jackson, incluso nel pacchetto, dalla Nuova Zelanda, forse con già tutti i
sensori per il MOCAP attaccati sulla faccia, arriva anche Andy Serkis che dopo
Gollum e il Kong di Pietro Di Giacomo, è il singolo bipede sul pianeta con
maggior numero di ore di motion capture maturate in carriera.

Andy Serkis
arriva preparatissimo, oltre alla sua espressività, regala a Cesare tutta una
serie di movimenti scimmieschi del tutto credibili e se c’è qualcuno che ha
trasformato schermi verdi e freddi sensori in arte, quello è proprio Andy
Serkis, un tempo avevamo Peter Lorre e Lon Chaney Jr. oggi abbiamo Andy,
lasciatemi dire che non siamo cascati proprio malissimo dai!



Non solo Andy ha un gran talento, ma può stare in pigiama tutto il giorno!

Il passaggio
chiave de “L’alba del pianeta delle scimmie” è tutto qui, le scimmie sono
realizzate alla grande, il protagonista Cesare può contare sull’espressività e
il talento di Serkis, ma a livello inconscio come spettatori sappiamo che non
sono vere scimmie, motivo per qui tutto questo film altro non è che un grosso
cartone animato, che mescola attori veri e attori realizzati al computer. Questa
stessa identica storia, se fosse uscita che so, per la Pixar, probabilmente non
ci sarebbe stata grossa differenza.

Questo piccola, ma sostanziale differenza, permette al pubblico di accettare passaggi anche molto forzati, tipo l’Orango Maurice (omaggio a Maurice Evans, il Professor Zaius del film originale) che utilizzando il linguaggio dei segni, dice a Cesare di averlo imparato quando stava in un circo, oppure il fatto che Oranghi, Gorilla, Scimpanzè e per la prima volta nella saga un Bonobo, collaborino invece che massacrarsi come farebbero in natura. Avete presente gli animaletti di Madagascar che fuggono dallo zoo per cercare di raggiungere l’Africa? Stessa cosa, nessuno si pone il problema che leone Alex si divori la zebra Marty e poi pasteggi con i cosciotti di Gloria, no anzi, è normalissimo che collaborino, qui? Uguale!

If you’re going to San Francisco, be sure to wear some flowers in your hair (Cit.)

Da notare, infatti, che i personaggi siano proprio caratterizzati in base al ruolo, il cattivissimo Koba, ha l’occhio sgarrato per farci capire che è la versione cattiva di Cesare, ironico che abbiano scelto proprio un Bonobo per questo personaggio, la scimmia, se non addirittura l’animale più pacifico di madre natura, anche perché passa le sue giornate ad accoppiarsi… Secondo voi uno così ha qualche ragione per essere incazzato in vita sua?

Digerito questo punto, “Rise of the Planet of the Apes” diventa un cartone animato (con attori) del tutto scimmia centrico, la prima parte del film si concentra su Cesare così tanto che è impossibile non provare empatia per lui ed identificarsi della sua rivolta, in quest’ottica non può mancare nemmeno il vicino di casa stronzo scritto con il pennarellone a punta grossa, oppure il guardiano della, ehm, prigione per scimmie? Che insulta le scimmie citando più volte Charlton Heston a ruoli invertiti (lo sentiamo ripetere la frase sulla zampacce puzzolenti, ma anche gridare “È un manicomio!” proprio come faceva Taylor nel primo film), che passa il tempo a dire che le scimmie sono stupide, però poi ne affronta una armata di idrante, con in mano un taser elettrico. No, sul serio, se questi sono i rappresentati della razza umana, qui signora mia tempo tre giorni sarà tutto un pianeta di scimmie!

Una volta almeno eravamo rappresentati da Charlton Heston, ora ci tocca ‘sto Nino D’Angelo qui.

Rupert Wyatt si concentra su Cesare, si prende tutto il tempo necessario per farci patteggiare con il personaggio, gli basta inquadrare il guinzaglio nella mano di James Franco e gli occhioni teneroni (sempre per il discorso cartone animato) di Maurice, per farci rivivere a tutti il trauma di quando mamma e papà ci hanno smollati alla colonia estiva, avete presente, no? Quei traumi da cui non ti riprendi mai davvero…


“Ti divertirai tanto, tanti nuovi amici con cui giocare…” Cesare, ci hanno fregati tutti così.

Inoltre, siccome il modello regista-indipendente-gettato-nelle-fiamme-dei-blockbuster era ancora in fase di formulazione del 2011, Rupert Wyatt si rivela straordinariamente adatto a dirigere un film che per buona parte è una specie di “La grande fuga” (1963) con le scimmie, oppure “Toy Story 3” (2010) se vogliamo restare nell’ambito cartoni animati. Anche perché l’unica regia precedente di Wyatt era il solidissimo “Prison Escape” (2008) con Brian Cox (che, non a caso, compare anche in questo film) a capo di una fuga da una prigione inglese, visto una volta ad un Torino Film Festival di una vita fa.


Quello che non ricordavo dalla prima visione al cinema, è l’esagerato numero di rimandi alla saga originale, la madre di Cesare è soprannominata “Bright Eyes” che poi è come Zira chiamava Taylor nel film del 1968, il nostro protagonista, costruisce un puzzle che rappresenta una statua della libertà (occhiolino occhiolino!), persino la veterinaria Freida Pinto (ma che fine ha fatto?) arriva a dire “Adoro gli scimpanzé” che è la stessa frase che diceva Armando, il proprietario del circo in Fuga dal pianeta delle scimmie. Pensate che sono riusciti persino a ficcarci dentro un cameo di Charlton Heston, nei televisori lasciati accesi per le scimmie nelle loro gabbie, passano le immagini dei film, “I dieci comandamenti” (1956) e “Il tormento e l’estasi” (1965) non sto nemmeno a dirvi chi è il protagonista di entrambe le pellicole, troppo facile!


“Indovina cosa sto per dire. Inizia per ‘N’, vuoi comprare una vocale?”.

Trattandosi di un blockbuster estivo, però, il nostro Rupert Wyatt ad un certo punto deve aver sentito sulla spalla il “toc toc” del ditone dei produttori, pronti a dirgli “Buttaci dentro l’azione!”, motivo per cui se la prima parte del film risulta comunque solida e impegnata a descrivere l’andamento causa ed effetto di tutte le scelte dei personaggi, man mano che ci avviciniamo alla fine, la trama sembra dire: “Boh dai, fino qui siamo andati abbastanza bene, ora possiamo sbracare!”.


“Abbiamo un bel sole su San Francisco, con possibili precipitazioni di Gorilla nel pomeriggio”.

Motivo per cui il capo di James Franco, passa dal cacciarlo dallo studio, ma non dicendo niente del fatto che la scimmia Cesare vive in casa con lui, a rivolerlo a bordo non appena l’ALZ-112 dà prova di funzionare (per un po’) su papà John Lithgow, ma anche il fatto che l’assistente pasticcione di Franco, infettato dalla nuova versione del farmaco, sparga il suo virus per il mondo, senza che nessuno (nemmeno lui stesso!) si preoccupi del fatto che sputare sangue non sia poi tanto normale.


Il passaggio logico che trovo più dettato dalla fretta è quando le scimmie rese intelligenti dal composto, liberano le scimmie dello Zoo di San Francisco che, senza colpo ferire, rimpolpano le fila dei quadrumani rivoltosi, come se sapessero già cosa fare e come farlo. Scusate, ma sono solo io che penso che un branco di scimmie non esposte all’ALZ-112 (quindi normalissime scimmie), non farebbe altro che arrampicarsi all’albero più alto, lanciando cacca di scimmia sui passanti alla faccia della rivoluzione di Cesare?


“Un, due, tre… STELLA!”.

La caciara finale sul Golden Gate è tutta l’azione che i produttori volevano, Rupert Wyatt fa un lavoro tutto sommato decente nel gestire l’ultima sequenza, ma poi appena può ritorna sulle piste del SUO film, in buona sostanza “Rise of the Planet of the Apes” è quasi una storiella auto conclusiva di padre e figli, una specie di A boy and his dog, ma con al posto del cane, uno scimmia che parla e che si mette a capo di rivolte. Il finale avviene nel bosco, qui Cesare dice a papà James Franco “Cesare casa” ed io realizzo… Cacchio ma è il finale di Bigfoot e i suoi amici! Ecco perché nel cast compare John Lithgow! Ora è tutto chiaro!


“Vai a casa James, tranquillo. Siamo rimasti traumatizzati tutti da Harry”.

Insomma, i difetti ci sono e allo spettatore è richiesto di digerire diversi passaggi non proprio cartesiani, però alla fine è impossibile non patteggiare per Cesare e pur avendone già tutte le caratteristiche, risulta più solido dei blockbuster sfornati negli ultimi cinque o sei anni, anche se, devo dirlo, giustificare la prossima distruzione della razza umana per mano degli effetti collaterali del composto in una scena di due minuti piazzata dopo i titoli di coda, è una grande idea! Davvero poi ambientarla in aereoporto, lasciandoci tutti con il dubbio sul futuro, ideona! Era la stessa già usata da Terry Gilliam ne “L’Esercito delle dodici scimmie” (1995) grandi! Vuoi vedere che il virus ha avuto effetto anche sulla qualità delle sceneggiatura dei blockbuster usciti dopo il 2011?


Per restare in
tema, vi consiglio il video commento al film di Evit, e la recensione, anzi la
recenZione del Zinefilo!
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