Home » Recensioni » L’albero del male (1990): SOS tata maligna cercasi

L’albero del male (1990): SOS tata maligna cercasi

Alan Smithee è il regista più prolifico della storia di
Hollywood, perché a lui vengono accreditati tutti i film disconosciuti.
Anagramma di “The alias men” è l’equivalente Yankee di Ajeje Brazorf, il nome
fittizio che fornite quando non volete essere riconosciuti, quindi vi do il
benvenuto al nuovo capitolo della rubrica… Hurricane Billy LUCRABILI
HENRY!

Nella sua biografia “Il buio e la luce”, William Friedkin
arriva a definire Rampage assassino senza colpa? Come il punto più basso della sua carriera, facendo calare un velo
pietoso su un film che nel libro non compare minimamente, il nostro Billy ha concesso aneddoti e racconti su tutti i suoi lavori, ma un assordante
silenzio a volte è il commento migliore possibile per il suo ritorno al genere
Horror.

Posso essere blasfemo? Posso dimostrare di aver fatto mia la
volontà di sconvolgere il pubblico del regista di Chicago? William Friedkin
verrà eternamente ricordato per un solo film, grande, famoso, fondamentale, ma solo per quello, quando, invece, i polizieschi e soprattutto gli inseguimenti, sono quelli che lo hanno
reso il grande regista che è. Ma io sono solo un amichevole Cassidy di
quartiere, cosa può valere il mio parere davanti a quello di tutto il pubblico
che nel 1990, diciassette anni dopo l’unico film horror (e per cui verrà
ricordato) del nostro Billy, voleva un altro titolo in grado di
sconvolgerlo? Un film che Friedkin voleva così disperatamente che, infatti, a
dirigerlo, sarebbe dovuto essere Sam Raimi.

I titoli di testa, che vi mettono in guardian (ah-ah)

Che non è un omonimo, è proprio quel Sam Raimi e, a ben
guardare, non è nemmeno difficile capire come mai il regista del Michigan fosse
stato scelto: alberi assassini, motoseghe, sembrano proprio materiale per il
regista di Evil Dead. Ma prima è
necessario fare un passo indietro e tornare al materiale di partenza, il
romanzo “The Nanny” (1987) scritto da Dan Greenburg.

Dan Greenburg non è un autore che è stato molto tradotto
nella nostra lingua, ma nella sua carriera ha scritto molti libri per bambini e
parecchi rivolti ai più grandicelli, per certi versi il suo “The Nanny” (che
non prevede nessuna tata cotonata di nome Francesca, lo dico per mettere le
mani avanti) è un po’ il libro che unisce le due anime dello scrittore, visto
che è arrivato in un momento in cui la società stava cambiando: ora a lavorare
erano entrambi i genitori, quindi una figura come quella della tata che si
prendesse cura dei figli stava diventando una necessità, ma occhio a chi ti
metti in casa! Vi rendete conto da soli che è già uno spunto perfetto per un
horror: la babysitter che da preda ideale diventa a sua volta fonte di terrore. Non è un caso se il cinema contemporaneo abbia cavalcato la figura della
cattiva bambinaia.

Nessuna tata di nome Francesca dalla ciociaria, ve lo assicuro.

Se “Rosemary’s Baby” (1968) di Roman Polański era, oltre che
un capolavoro, anche una riflessione sul senso di inadeguatezza al ruolo di
madre, tutto dal punto di vista femminile, “The Nanny”, ribattezzato “The
guardian” dopo i primi rimaneggiamenti della sceneggiatura, faceva quasi lo
stesso dal punto di vista paterno, ma qui la fantasia dei creativi ci ha messo
lo zampino, perché il primo sceneggiatore coinvolto, Stephen Volk, era
interessato a rendere la babysitter una reincarnazione del demone ebraico
Lilith, ma con la pre-produzione che andava per le lunghe abbiamo finito per
perdere il regista: Sam Raimi, infatti, ha colto l’occasione al volo per andare a
dirigere un progetto molto sentito, tangenzialmente anche uno dei film che ho
visto, rivisto e amato di più in tutta la mia vita, ovvero Darkman, quindi direi che da parte mia non ho proprio nessun
rimpianto di non aver mai visto Sam alle prese con la cattiva tata di questo
film.

Ora, io non so dirvi se le cose si siano svolte davvero in
questo modo, il silenzio di William Friedkin nel suo romanzo mi costringe a
lavorare un po’ di fantasia, ma con l’inizio di una nuova decade e i fasti del
passato ormai alle spalle, io non riesco a non immaginarmi orde di
appassionati, tutti sotto i balconi di casa Friedkin ad intonare: «Biiiiily! Facci
un altro Horror Biiiiiiily! Solo una dài!». Ed è a questo punto della storia
che diciassette anni dopo l’unico film per cui verrà ricordato, il nostro Billy
accetta e, ovviamente, lo fa alla sua maniera.

“Che carino, speriamo non cominci a vomitare verde”

Il cambio di titolo da “The Nanny” a “The guardian” è
proprio farina del sacco del regista di Chicago, via con questa storia di Lilith,
qui ci vogliono i culti dei druidi, pare che Friedkin avesse fatto letture
interessanti sul tema e il suo piano è quello di infilare riferimenti alla
cultura celtica nel film, la stessa che predica che abbattere un albero è quasi
equivalente a compiere un omicidio, ma siccome in “Il buio e la luce” il nostor
Billy tace, secondo me gli unici Celtici che interessavano davvero al regista
appassionato di basket erano i suoi Boston Celtics, non ho altre spiegazioni,
perché “The guardian” mette su una buona atmosfera da favola nera, ma è un film
ben più che pasticciato e poco riuscito.

Come da sua tradizione, Billy non punta ad attrici e attori
famosi, lui vuole chi sa recitare, motivo per cui in “The guardian” non ci sono
grandi nomi, l’unico che ricordo è il mitico Miguel Ferrer nel piccolissimo
ruolo del poliziotto impegnato ad investigare (per due minuti), ho visto questo
film due volte, la seconda in vista di questa rubrica e del film ho conservato
solo memoria della presenza di Ferrer, una di quelle facce che (complice le
mille visioni di Robocop) amo
ritrovare nei film, ma del resto di “The guardian” non ricordavo un accidenti e
questo vi dice già molto della qualità stessa della pellicola.

Carey Lowell viene scelta per il ruolo di mamma Kate
Starling, personaggio che mette al mondo il pargolo, fa la gelosa con il marito
quando si presentano tate troppo avvenenti e poi sparisce dal film, perché
tanto quasi tutto ruota attorno a papà Phil Starling, interpretato da Dwier
Brown, ma soprattutto dalla tata malvagia, Camilla Grandier ruolo che Billy ha
affidato a Jenny Seagrove, preferita anche ad una giovane Uma Thurman (storia
vera). Uma non sai che proiettile hai schivato!

Una bambinaia con il pollice verde.

William Friedkin ci cala subito nell’atmosfera da favola
nera, dopo alcune frasi sui culti druidici, il film comincia con un bimbo
intento a leggere “Hansel e Gretel”, mentre papà Phil Starling è intento a
leggere “IT” di Stephen King, insomma un modo chiarissimo per farci calare in
questa favola che ruota proprio intorno ai più piccoli, visto che la cattiva
tata del film è una vestale di un antico culto druidico, gli alberi sono dei
guardiani (così abbiamo spiegato anche il titolo originale) e nel boschetto della
fantasia dietro la casa dei protagonisti ci sta questo enorme albero che si
divora la gente, di cui Camilla Grandier è la rappresentante umana o una menata
del genere, perché tutto questo è il modo gentile di girare attorno al
questione: questo è un film dove un albero si mangia la gente, bene, ma non
benissimo.

Il film, come da lunga tradizione degli Horror inizia con un
trasloco, gli Starling si trasferiscono da Chicago (città natale di Billy) alla
California in modo che papà Phill possa fare meglio il suo non ben precisato
lavoro, i terremoti, normali amministrazione californiana diventano subito
presagio di sventura e quando la coppia mette al mondo il piccolo Jake, si
rivolgeranno all’agenzia dal nome sibillino “Guardian angel” per trovare una
babysitter di fiducia.

“Mi piacciono i bambini, sono così teneri e poi con le patate al forno sono una bontà”, “Ma tate non comuniste non ne avevano all’agenzia?”

Arriverà la bella Camilla Grandier (Jenny Seagrove) e subito
inizieranno gli sguardi malandrini, i sogni bagnati e tutto il campionario con
cui Billy Friedkin prova a infilare un po’ di S-E-S-S-O in questa atmosfera da
favola nera, ottenendo, però, ben poco perché il ritmo latita e le premesse
scricchiolano, quindi tocca mostrare un po’ d’azione per dare qualcosa al
pubblico.

L’aggressione da parte di un gruppo di motociclisti nel
bosco, intenzionati a violentare Camilla, diventa l’occasione per mostrare
l’albero al centro del culto in azione, con i suoi rami assassini nessuno
metterà addobbi di Natale su questo abete!

Visto così, sembra più un albero di Halloween.

Parliamoci chiaro: se il titolo “The guardian” risulta un
po’ più quadrato e serio nel suo far riferimento ai culti druidici, qui da noi
in uno strambo Paese a forma di scarpa, le cose sono andate molto peggio, già,
perché “L’albero del male” è un titolo che puzza di b-movie scadente lontano un
chilometro che, per altro fa a cazzotti con la messa in scena da favola oscura
che, poi, sono anche gli unici momenti buoni del film.

Ad esempio i lupi, agenti del male evocati da Camilla, che
ogni tanto (non si sa perché) di notte si veste da ninja rossa per strusciarsi
sui rami del suddetto albero, ma che ha anche il potere necessario per evocare
i lupacchiotti che con la loro presenza ci riportano subito nell’atmosfera
della favola oltre ad essere minacciosi, molto minacciosi visto che papà Phil
assediato in casa, resta uno dei passaggi migliori di tutta la pellicola, anche
perché trovo molto logico il fatto che nessuno della polizia potrebbe mai
davvero prendere sul serio qualcuno che telefonando dichiara di stare subendo
un assedio da parte di un gruppo di lupi. Ceeeerto, scrivo tutto sulla mia
macchina da scrivere invisibile e le mando subito una volante!

“Wendi? Sono a casa amore!” (cit.)

Quando poi Camilla diventa la rappresentazione fisica del
male, quello a cui assistiamo è una donna nuda pittata di verde, muschi e
licheni, che cammina con passo lento e deciso e gli occhi sbarrati. Posso
capire tutto, anche l’idea di ribaltare la figura materna e rassicurante di… Beh, Madre Natura, trasformandola in una creatura maligna, un’idea quasi leopardiana se vogliamo, però una donna nuda dipinta di verde, con tutta la
stima che ho per Billy Friedkin, non allaccia nemmeno le scarpe al costante
senso di minaccia dell’unico film per cui il regista di Chicago verrà ricordato.

Nel finale non ho idea di cosa sia successo, perché si fa più splatter, forse un
lascito della breve (brevissima!) gestione Sam Raimi: spuntano delle motoseghe e pare di assistere a
Billy Friedkin che fa il verso a Raimi, giocando, però, ad uno sport che non è
proprio il suo ed io peccherò anche di blasfemia cinematografica, ma “L’albero
del male” non fa che confermare la mia idea per cui Friedkin dovrebbe essere
ricordato più per i suoi polizieschi, oppure per i film in grado di mettere
tensione, ma di quella vera sul serio!

Siamo sicuri che questa scena non l’abbia diretta per davvero Sam Raimi?

Il disastro si completò al botteghino, dove “L’albero del
male” raccolse risate, impietoso il paragone con L’esorcista e non parlo solo di aspettative, tra i due film c’è un
abisso, quindi l’idea che mi sono fatto è che il nostro Billy cercasse solo un
espediente per scendere dalla giostra. L’occasione arriva il 27 aprile del
1990, quando il film comincia a circolare sulle televisioni americane,
riccamente sforbiciato (almeno dieci minuti in meno e parliamo di un film che
dura 92 minuti nella versione originale), Friedkin sbatte i pugni sul tavolo,
s’incazza come la proverbiale iena e rinnega il film, andando così a rimpolpare
la filmografia del (non) regista più attivo ad Hollywood, Alan Smithee (storia
vera).

Come potete vedere, la campagna pubblicitaria ha leggermente puntato sui trascorsi horror del nostro Billy.

Malgrado tutto, “L’albero del male” continua a venire
assegnato d’ufficio al regista di Chicago, lo trovate sotto la voce
“filmografia” in tutti i principali siti di cinema, per questo sostengo che i
tagli della versione televisiva fossero solo l’estremo tentativo di Billy di
liberarsi di un film in cui non ha mai creduto per davvero, realizzato in un
momento in cui la sua carriera non aveva più una direzione chiara e precisa da
ormai già troppo tempo. L’assordante silenzio di Friedkin che nella sua
biografia parla di tutto tranne di questo film, è una dichiarazione
d’intenti. Quindi, per il primo e unico capitolo della rubrica “Lucrabili Henry”
dedicata al prolifico Alan Smithee per oggi è tutto, tra sette giorni, invece,
torna la rubrica “Hurricane Billy”, per altro con un titolo che mi sta molto,
ma molto a cuore io ve lo dico: portatevi le scarpe da basket, vi serviranno.

Intanto vi ricordo il post Zinefilo dedicato al film di oggi!

0 0 voti
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti
Film del Giorno

Gangs of New York (2002): l’America è nata nelle strade

Di tutta la cerchia dei registi newyorkesi, per certi versi uno dei più autorevoli e rappresentativi cantori della Grande Mela è un figlio di immigrati, come del resto lo sono [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing