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L’altra faccia del pianeta delle scimmie (1970): forse il più brutto sequel di sempre

Ghostbusters 2? Poca roba, ma possiamo fare di peggio. “S. Darko”? Matrix Reloaded”? Questes ono due belle schifezze, ma per il titolo di peggior seguito della storia delc inema, il più serio candidato è il protagonista di oggi della rubrica… Blog of The apes!

Ogni casa cinematografica che mette in produzione un film spera di azzeccare la formula vincente, ma nemmeno nei più spudorati sogni di gloria i tipi della 20th Century Fox avevano osato immaginare il trionfo che è stato Il pianeta delle scimmie, un successo che da solo ha dato vita ad un vero culto per le scimmie che, chiaramente, la major non era pronta a gestire. Eppure, là fuori era pieno di persone che sventolando dollarazzi in mano urlavano “Vogliamo le scimmie! Vogliamo le scimmie!”, bisogna buttare fuori un film il prima possibile, non tanto per il pubblico, quanto per le casse della 20th Century Fox.

Dare un seguito ad un film che ha rivoluzionato la storia del cinema non è certo un’impresa semplice, eppure spesso piove sul bagnato, se il successo del primo film è stato un miracolo inatteso, ancora più inatteso è stato il ritorno in scena di Pierre Boulle, che mentre le sale del mondo proiettavano il film liberamente tratto dal suo libro, ha pensato di scriverne un seguito, intitolato “Planet of the Men”, la storia della rivolta degli uomini guidati da Taylor e della riconquista del dominio sul pianeta devastato. Un soggetto con un certo fascino bisogna dirlo e anche estremamente coerente, se le scimmie per Boulle rappresentavano i carcerieri della sua prigionia in Indocina, un sentimento di rivalsa, tipo quello dei protagonisti de “Il ponte sul fiume Kwai” (sempre scritto da Boulle) è anche logico. Cosa fai se sei la 20th Century Fox e la soluzione ai tuoi problemi ti bussa alla porta? Facile, gli dici “No grazie, non siamo interessati, ci pensiamo noi”. Mi piace immaginare che Boulle si sia acceso la pipa e sia tornato a casina sua fischiettando un motivetto orecchiabile.

Fino ai titoli di testa è ancora un bel film, traquilli dopo peggiora.

Il problema per i volponi del ventesimo secolo, era anche qualche problemino economico dovuto ai flop di filmoni costosi come “Tora! Tora! Tora!” (1970), quindi per produrre questo scimmiesco sequel possono contare solo su tre milioni di ex presidenti spirati stampati su carta verde, ma assumono il regista Ted Post, perché grazie alla sua gavetta televisiva (in “Gunsmoke” e “Ai confini della realtà”) promette di completare il film con 2 milioni e mezzo. Post mantiene la parola, il film esce e resta primo in classifica per due sole settimane, sufficienti comunque a ripagarsi il costo e, considerando quanto fa pietà il film, questo dovrebbe farci capire che la mania per le scimmie, in una scala da zero a Beatlemania era parecchio, ma parecchio in alto.

Potevate almeno togliervi la pelliccia prima di fare la sauna.

Il buon Ted Post non è un cretino, nella stessa carriera è riuscito a dirigere questo, uno dei più brutti (se non il peggior) sequel di tutti i tempi, ma anche uno davvero molto bello come Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan, la differenza è che “Magnum Force” era scritto da un geniaccio come Millius, questo invece, da uno spaesato Paul Dehn, l’uomo che darà la direzione a tutta la scimmio-saga, ma prima di farlo, qui ha dato il peggio di se stesso.

“Beneath the Planet of the Apes” è senza ombra di dubbio il peggior capitolo, c’è davvero poco da salvare in questo film, forse solo il chilometrico, ma azzeccato titolo italiano e il fatto che del cast tecnico e degli attori, siano tornati tutti, anzi, quasi tutti. Mr. Scimmia onoraria, Roddy McDowall è accreditato, ma compare nuovamente nei panni di Cornelius solo nelle scene d’archivio prese dal film precedente, sotto la maschera viene sostituito da David Watson e a proposito di maschere, sono frutto del lavoro del geniale John Chambers, ma sono solo maschere, perché il lungo lavoro di trucco del grande John venne abolito per contenere i costi di produzione, cosa che, purtroppo, si nota. In più di una scena, l’illusione garantita dallo splendido make-up di Chambers salta ed è impossibile non vedere solo tante comparse con indosso maschera da scimmia.

Sembra il costume da gorilla di Una poltrona per due.

Se non altro, gli altri tornano quasi tutti, Linda Harrison nei pochi panni di Nova e Kim Hunter in quelli di Zira, su sua stessa richiesta, in un ruolo del tutto minore, torna persino Charlton Heston, ma su di lui lasciatemi l’icona aperta che dopo ripasso.

Ora voi direte: “Quale grande idea avranno avuto i volponi del ventesimo secolo per rinunciare alla proposta di Boulle?”. Ah, una genialata! Vi ricordate l’astronave di Taylor e del suo equipaggio del primo film? Bene, a seguirlo nel suo viaggio è stata lanciata una seconda astronave, con a bordo l’astronauta Brent (James Franciscus) campione di partenze intelligenti, precipita sullo stesso identico “Pianeta alieno” nell’anno 3955 dopo l’arrivo di Taylor che, però, era stato calcolato nell’anno 3978, questo per farci capire con che enorme cura del dettaglio è stata scritta la trama.
Sono anni che me lo chiedo: “Ma la seconda missione di Brent, a cosa serviva esattamente?”. Perché lanciare due viaggi verso l’ignoto della durata di 700 anni a così breve distanza? Non riesco a pensare ad altro che a Brent, impegnato a sbracciarsi fuori dal finestrino della sua nave e a gridare: “Taylor!! Il Telepass!! Lo hai lasciato sul comodino!!”.

Sparare sulla croce rossa, nel vero senso della parola.

A ben pensarci, non credo esista un titolo più azzeccato di “L’altra faccia del pianeta delle scimmie”, quasi meta cinematografico, perché se il pianeta delle scimmie è un capolavoro, questo dev’essere “L’altra faccia”, quindi una ciofeca imbarazzante e vi garantisco che esegue il suo compito alla perfezione!

Seguendo in modo pedestre il manuale del brutto sequel macina soldi Hollywoodiano, questo film è
un’imbarazzante brutta copia di quello precedente, ogni scena è ricalcata pari pari, ma del tutto priva di enfasi, si comincia proprio dal protagonista, James Franciscus noto per tanti ruoli da avvocato e dottore in televisione e alla ricerca di una scusa per sfoggiare il suo corpo allenato da ore sui campi da Tennis (storia vera) sembra un sosia di Heston dai lineamenti più aggraziati, ma a livello di carisma, prende scoppole anche da un Gibbone asmatico.

Belli belli in modo assurdo (Cit.)

Di fatto, rivediamo gli stessi eventi del primo film, con un attore di soap opera imbalsamato al posto di Heston, il nostro eroe dall’emotività manifesta è convinto di essere precipitato su un pianeta alieno, no? Bene, quindi chiunque avrebbe una reazione a veder arrivare quella strappona di Nova a cavallo, chiunque, ma non lui! È normale che il primo contatto con una forma di vita aliena, avvenga con una mora scosciata, no? Benissimo da qui in poi va anche peggio.

«Mi scusi signorina aliena del pianeta alieno, per il centro di qua vado bene?»

Il passo successivo è seguire il piano abbozzato di Taylor, disperso nella zona proibita e raggiungere Zira e Cornelius, qui Brent vede per la prima volta la società delle scimmie, un’intera comunità di scimmie antropomorfe che parlano! La sua reazione? Niente, zero, tracciato piatto.

Poi ditemi che faccio sempre battutacce sui biondi poco svegli, eh?

Non fa una piega nemmeno davanti ai deliri guerrafondai del generale Ursus, il gorillone che serve a sottolineare gli elementi sessantottini del primo film, ma anche ad avvicinare i gorilla al ruolo che ricoprivano anche nella serie tv, ovvero quello dei cattivi, qui impegnati a disperdere un sit in di protesta dei pacifici scimpanzé.

Give peace monkey a chance.

Per la parte di Ursus, erano stati contattati Orson Welles prima ed Ernest Borgnine poi, ma i tagli al budget hanno fatto sì che a recitare i deliri del gorilla paramilitare finì James Gregory che ha la responsabilità di rendere credibile il fatto che con un solo discorso motivazionale in stile “Noi della Gorillo-Lega, ce lo abbiamo duro il manganello!” faccia sì che centinaia di anni di Dogmi e divieti sulla zona proibita cadano, ecco responsabilità impossibile visto che l’idea è una menata che non sta né in cielo né in terra.

Procedendo di idiozia in idiozia, ricalcando il film originale, Brent e Nova finiscono tra le rovine ovviamente di New York, logico dopo il finale del film precedente, no? Qui l’idea in sé non è nemmeno bruttissima, mostrare la Grande Mela come se fosse Pompei, o comunque un’antica civiltà finita in declino, peccato che le scenografie siano fatte riciclando i vecchi set disponibili, quindi non molto scintillanti e visto che siamo in argomento, lasciatemi smentire la leggenda urbana per cui il set del concilio, sia lo stesso utilizzato poi in “Superman” (1978), perché il film di di Richard Donner è stato girato tutto in Inghilterra a differenza di questo che è americano come la torta di mele.

Tipo i cantieri lungo la Salerno-Reggio Calabria.

Potrei demolire scena per scena “Beneath the Planet of the Apes”, ma basta dire che l’unico momento in cui si differenzia rispetto al film originale, è quando introduce i potentissimi (e ridicolissimi) umani telepatici, che poi se sono umani, perché sono telepatici e nascondono il loro aspetto dietro maschere di gomma? Ma soprattutto, perché vanno in giro conciati come i Power Rangers divisi per colore?

Quando non sai come uscire dai guai chiama al volo i Power Rangers!

Penso che l’idea sia quella di un’evoluzione degli umani dovuta alle radiazioni, considerando che i Power Ranger venerano un razzo (ho detto RAZZO) che altro non è che un “Ordigno fine di mondo” come avrebbero detto ne “Il Dottor Stranamore”. No, sul serio questo film è un cataclisma di trovate ridicole, perché in un film che promette in pianeta pieno di scimmie evolute, il piatto principale devono essere cinque minchioni, con la cuffia da piscina in testa e i colori come le squadre di giochi senza frontiere che comunicano telepaticamente con un suono urticante, sapete quelle cose che ti si ficcano in testa, tipo il fischio del modem a 56k o una canzone di Alessandra Amoroso.

No, ma io dico: ma chissenefrega di ‘sti Power Rangers, io sarei venuto qui per vedere le SIMMIE, invece niente, Rosso, giallo e più, rosa, nero e blu, i colori Power Rangers, ma tanto il capo del gruppo è comunque il maschio BIANCO. Secondo voi qual’è la reazione di Brent davanti ad un gruppo di telepati? Nessuna ovviamente, tracciato piatto. Quando questo branco di scemi ci ammorba con un’infinità scena di preghiera del razzo (ho detto RAZZO) atomico lui cosa fa? Nulla, zero reazioni, sembra Marina Massironi quando faceva la gag dei Bulgari.

«Brrr rabbrividiamo!»

Ci vuole qualcosa per scuotere il nostro Brent, gli inteligentissimi Power Rangers che vivono e venerano sto razzo (ho detto RAZZO) che altro non è che la più potente arma nucleare funzionante del mondo. Cosa fanno? Si tolgono le maschere di gomma rivelando un make up orrendo che li fa sembrare… Li fa sembrare… Ecco, voi come chiamereste qualcuno che vive accanto ad un arma tanto potente? Se fossero in due Ernesto ed Evaristo. Ma su questo punto, passate a trovare il Zinefilo, che ha davvero detto la parola definitiva (ed esilarante!) sull’argomento.

Davvero un film del razzo (ho anche la foto per dimostrarlo).

Vi giuro che sento imbarazzo io per gli autori di questa robaccia, per uscire da questa situazione disdicevole, riprendo l’icona lasciata aperta lassù: Charlton Heston! Sì, perché ovviamente Taylor era scappato nella Zona Proibita, è stato catturato dalle teste di razzo (Razzo, con la “R”) e qui ci vuole un finale, che nella mente degli autori, dev’essere almeno al livello di quello del film precedente.

La prima bozza di idea, prevedeva una grande esplosione (non apocalittica) e i protagonisti che tornano da Zira e Cornelius, liberano gli umani dalle gabbie, dando inizio ad una nuova comunità in cui scimmie e umani vivono insieme, mettono dei fiori nei loro capelli e fanno giro giro tondo tutti insieme, una cosa del genere, potete immaginare che l’idea non sia piaciuta tanto (ah perché quella dei Power Ranger invece era bella!), anche se in parte è stata riciclata per l’inizio del quinto capitolo della saga “Anno 2670 – Ultimo atto”, ne parleremo!
Come lo finiamo ‘sto razzo di film? Tranquilli, ci pensa Charlton! Le pretese dell’attore erano chiare, voleva che il suo personaggio comparisse poco e morisse a fine film e pur di partecipare, ha dato in beneficenza il suo cachet (storia vera!). Le parole di Heston? Eccole: «Why don’t I just set off this bomb and destroy the world. That’s the end of the sequels». Notate bene “Sequels” plurale, vi rendete conto? Heston aveva capito che tutta la saga rischiava di degenerare e come una spia voleva sabotare l’operazione! Grande!
Il grande Charlton in sacrificio per noi spettatori!

Scherzi a parte, il finale cerca di essere un climax degli del film precedente, senza avere la stessa epica e potenza cinematografica, se proprio devo dire una cosa positiva su questo finale, è che risulta ancora più nichilista del film originale, sono convinto che NESSUN film moderno avrebbe le palle di portare in scena una conclusione come questa pur di restare coerente con il suo messaggio cinico contro l’umanità, ma è davvero l’unica cosa positiva che posso dire.

Come scrivevo parlando de “Il pianeta delle scimmie”, per me questa saga è un’unica grande storia in cinque parti e questo capitolo, arrivato per secondo, a livello cronologico in realtà sarebbe l’ULTIMO della saga, ma ne parleremo nel resto della rubrica tranquilli. Insomma, la prossima volta che vi chiedono qual è il più brutto sequel della storia del cinema, non fate sempre gli stessi titoli, ricordatevi di L’altra faccia del pianeta delle scimmie il film che è entrato nella storia del cinema, dall’altra parte: quella sbagliata!
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