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L’amore e il sangue (1985): Sesso e violenza nel Medioevo

Dicono che
nessuno sia profeta in patria, anche se il buon Paul nei Paesi Bassi ha fatto il
bello e il cattivo tempo, ora è il momento di alzare la posta in gioco, con il
film di oggi protagonista della rubrica… Sollevare un Paul Verhoeven!

In uno strambo Paese
a forma di scarpa, il primo film di Paul Verhoeven co prodotto con soldi
americani, ma comunque tutto girato in Europa (in spagna per la precisione), è
stato tradotto in maniera sensata con il titolo di “L’amore e il sangue”. Ma il
suo titolo originale, per quanto mi riguarda, è un fottuto capolavoro, non tanto
per il simbolo dell’addizione giovanile che mi ricorda l’odiata matematica, no,
ma per il fatto che “Flesh+Blood” è la più chiara e lampante dichiarazione d’intenti forse mai messa su da un regista. Carne e sangue, non è solo
quello che si trova in abbondanza in questo film, ma sembra il succo di quello
su cui è fondato tutto il cinema di Paul Verhoeven. Pensateci: è come se Cronenberg intitolasse un film
“Mutazioni del corpo + flessioni della mente”, oppure se Carpenter dirigesse “Tensione + Assedi + Western”, potrei andare
avanti così per ore, anzi aiutatemi a trasformare i commenti nella vostra
proposta di titolo definitivo per un regista a vostra scelta!

Ad una prima
occhiata “L’amore e il sangue” risulta davvero molto diverso dall’ultimo film
olandese di Polveròn ovvero Il quarto uomo, in realtà, anche con un dramma epico cavalleresco in costume,
ambientato nell’Europa orientale dell’anno 1501, Verhoeven mantiene tutte le
ossessioni del suo cinema e vi dirò di più, non si tratta nemmeno della prima
esperienza dietro alla macchina da presa di un film in costume per il nostro, no
non parlo di Kitty Tippel, le origini
di questo film vanno ricercate ancora più indietro nel tempo, nell’anno 1969.

“Avevo capito fosse un film in costume” , “Hai un collare no? Il tuo è un costume da cane”.

Proprio in questo
anno Paul Verhoeven dirige la serie per la televisione olandese intitolata
“Floris” che non è una biopic sulla vita dell’ex presentatore di Ballarò, bensì
una serie d’avventura composta da 12 episodi (più uno perduto) della durata di
30 minuti l’uno, che raccontano le avventure del cavaliere Floris van
Roozemond e della sua degna spalla l’Indiano Sindala, se volete farsi un’idea,
la risposta olandese al successo dello sceneggiato (una volta si diceva così) “Ivanhoe”
con Roger Moore. Così, pistola alla testa, provate un po’ a dire chi
interpretava l’impavido cavaliere? Bravi! Proprio Giovanni Floris Rutger
Hauer! Quindi, se ho fatto bene i conti (dannata matematica!) con “Floris” le
collaborazioni tra i due volano a cinque, per poi passare immediatamente a sei
proprio con “Flesh+Blood”, perché per andare a giocare con i soldini verdi con
sopra le facce di ex presidenti americani, Verhoeven si porta dietro il suo
attore feticcio.

Rutger è
all’apice della sua forma, nel frattempo è entrato nella storia del cinema
dalle porte (di Tannhäuser)
principali, inoltre, aveva appena recitato in un altro film di
culto in costume come “Ladyhawke” (1985), ma occhio che il giochino dei sei
gradi di separazione non è ancora terminato.



Monologhi intensi sotto la pioggia, un certo film ha davvero fatto da sparti acque (piovane) per la carriera di Rutger.

Sì, perché per il
ruolo di protagonista Verhoeven vorrebbe Rebecca De Mornay (che poi è la
classica bionda Verhoeveriana no?) che, però, a sua volta cerca di imporre nel
ruolo del suo fidanzato Stefan, il suo vero fidanzato di allora, Tom Cruise.
Appena Verhoeven lo scopre, da un’occhiata a Tommaso Missile e pur di non
averlo, fa fuori pure la De Mornay (storia vera). Ora, se io già avevo una
grossa stima per Verhoeven, dopo questo si è guadagnato altri dieci o dodici
punti simpatia! Ma tranquilli, il buon Tommaso si è consolato andando a
recitare in “Legend” (1985), ma questa è un’altra storia…

Altro giro, altra
bionda, Verhoeven per sostituire la De Mornay chiama Jennifer Jason Leigh e,
secondo me, fa un’ottima scelta, non solo perché “Doppia J” è bravissima (sempre!), ma perché è davvero perfetta in
coppia con Rutger. Deve averlo pensato anche Robert Harmon che l’anno dopo li
ha voluti entrambi nel fantastico The Hitcher.

“Ancora tu ma non dovevamo vederci più?”.

“Flesh+Blood”
nasce come reazione di Verhoeven a tutti quei film che mostrano il Medioevo
come un posticino tutto precisino, carino, pulitino, con dolci dame e baldi
cavalieri. Ricordate “Flesh+Blood”, carne e sangue, ovvero la materia di cui è
fatto il cinema di Verhoeven e soprattutto questo film, che porta in scena il Medioevo più trucido, lurido, pericoloso e decadente mai visto al cinema. Un
posto dove se non ti passano a filo di spada, puoi finire morto ammazzato in
altri adorabili modi, tipo con la peste, sistema molto in voga, sempre se
qualcuno non ti violenta brutalmente prima, insomma un posto ideale da
consigliare per le vacanze… A qualcuno che vi sta particolarmente sui maroni.

Sempre con un
occhio rivolto al cinema americano, come già ampiamente dimostrato in Spetters, Paul Verhoeven era molto
interessato a raccontare una storia che prevedesse due alleati, che
improvvisamente si ritrovano a combattere tra di loro dai due lati opposti
della barricata. L’ispirazione Verhoeven la cerca in film come “Il mucchio
selvaggio” (1969), “Vera Cruz” (1954) e “Il corsaro dell’isola verde” (1952)
che, però, vestiva di rosso, infatti in originale il film si chiamava “The
Crimson Pirate”, questo spiega il colore indossato da Rutger Hauer e la sua
banda di ribelli, ma su questo argomento tenetemi l’icona aperta che ripasso.



Branca! Branca! Branca! Rutger! Rutger! Rutger! Leon Leon Leon!

Lo ripeterò fino
alla nausea perché è una mia convinzione: i primi minuti di un film ne determinano
tutto l’andamento. Quelli di apertura di “Flesh+Blood” sono boom boom pronti
via! Verhoeven ci getta subito nel bel mezzo di una battaglia per la
riconquista della città del nobile Arnolfini (Fernando Hillbeck), ma la cura
potrebbe essere peggiore della malattia, perché per uscire vincitori
dall’assedio dalle mura della città, Arnolfini assolda una banda di gatti senza
collare veterani di mille campagne e per tenerli a bada, affida il difficile
compito al suo fidato capitano Hawkwood (Jack Thompson).

Questa banda di
mercenari saranno pure degli straccioni, ma in battaglia sono delle furie,
prendono la comunione in ginocchio nel fango dal prete della compagnia e poi si
sgargarozzano del vino, giusto per essere pronti all’impresa suicida. Qui
Verhoeven dedica a Rutger Hauer l’entrata dell’eroe, il suo personaggio Martin
entra inquadrato di spalle, spavaldo e armato di spadone medioevale, figo come
la neve a Natale e sulle note epiche che mi fanno subito pensare: «Bella questa
colonna sonora in stile Conan, sembra quasi… Basil!!» (Storia vera).



“Cassidy lo sai, con Basil non si sbaglia mai! Fa anche rima”.

Basil lo è
davvero, il grande Basil Poledouris riempie il film con note epiche, potenti e
un tema trascinante che ti si pianta in testa, ogni volta che sento il grande
compositore al lavoro, mi chiedo come mai non sia ricordato come davvero
meriterebbe, ovvero tra i migliori musicisti che abbiano mai prestato la loro
arte al cinema. Verhoeven lo ha voluto a tutti i costi dopo aver sentito la
colonna sonora di Conan il Distruttore,
ma non sarà l’ultima volta che i due collaboreranno insieme… Già mi frego le
mani pensando ai prossimi titoli che coinvolgono questi due grandi uomini di
cinema!

Come detto,
l’inizio è micidiale, con tanto di “Bomba rotante” non mancano già i morti e
nella presentazione dei personaggi, Verhoeven ci racconta i singoli
caratteri e le personali sfaccettature. Anche in un film come questo Verhoeven
non moralizza, ma ci presenta personaggi che non sono assoluti, difficile
indicare chi sia veramente buono o cattivo, diciamo che ci sono tante sfumature
di avidità, cattiveria, lussuria, senso di rivalsa che animano tutti i
personaggi, che saranno pure di finzione, ma funzionano proprio perché si
muovono in un Medioevo credibile, brutto, sporco e cattivo proprio come loro.

“Ragazzo dove vai con quell’affare? Abbiamo già una Bara Volante ci manca solo il Barile Rotolante dai!”.

Il figlio di Arnolfini,
Stefan (Tom Burlinson) viene tenuto dal padre lontano dalla battaglia, a sua
detta perché «La guerra è per gli stolti». Il ragazzo cresciuto nelle bambagia
preferisce la scienza all’azione, ma poi perde la testa per la bionda Agnese (Jennifer
Jason Leigh), sua promessa sposa verginella tutta pepe, perché l’argomento
“Polka orizzontale” le interessa molto e siccome nel 1501 non esisteva Youporn,
la ragazza si aggiusta e fa esperienza con quello che ha a disposizione.

“Nemmeno un modem 56k… che guazzabuglio medievale!”.

Piano piano
Verhoeven mette tutti i pezzi sulla scacchiera, dividendo da una parte i
Patrizi e dall’altra i Plebei, se dei ricconi vi ho parlato, mi pare giusto
parlarvi anche dei poveracci. La banda di mercenari guidata da Rutger Hauer si
lascia leggerissimamente prendere la mano e i festeggiamenti per la presa della
città, diventano più simili a razzie. Arnolfini non la prende benissimo,
comprensibile, immaginate voi l’idraulico che vi sistema il tubo gocciolante e
poi si porta via il vostro frigo pieno e fa la mano morta alla mostra signora,
voi non v’incazzereste? Ecco, nel 1501 le liti si risolvevano a cannonate, proprio come
fa Arnolfini.

Cacciati e
traditi, la banda di ribelli guidata da Martin (Rutger Hauer) si ritrova senza
una casa, nel mostrarci la loro condizione miserrima, Verhoeven, come al solito,
non tira via la mano, il bimbo partorito morto di Martin, viene seppellito (si
fa per dire) usando una botticella di vino vuota come bara (gulp!), ma sotto una
pioggia torrenziale, il ritrovamento di una statua di San Martino, l’unico
santo armato di spada, viene colta come un segno. Martin che porta il nome del
santo è l’uomo della provvidenza, da seguire in cerca di una casa, di fama
soldi e potere, quindi ancora una volta Rutger Hauer si ritrova a capo di una
banda di ribelli in fuga dal sistema, tra le cui fila milita anche Brion James,
formando ancora una volta le dinamiche dei due replicanti Nexus 6 di Blade Runner, scelta di casting voluta?
Non lo so, beccatevi la chicca intanto.

“Cerchiamo di non finire come l’ultima volta ok Rutty bello?”.

In una scena
grondante sesso e morte in puro stile Verhoeven, Stefan e Agnese si giurano
amore mangiando la radice di Mandragola cresciuta sotto il corpo penzolante di
un impiccato e vitaminizzata dai fluidi del sui corpo, tutti i fluidi… Paul non
ti smentisci mai!

Ma i due non
fanno in tempo a cambiare il loro stato su Facebook da “Liberi” a “Fidanzati”
un po’ perché Mark Zuckerberg sarebbe nato solo 483 anni dopo, ma anche perché
la compagnia di Martin incrocia il carro che trasporta Agnese che finisce
rapita dai mercenari ribelli. Damigella in pericolo e principe azzurro che
corre in suo soccorso? Sì, se questo fosse un film qualunque, ma siccome è
diretto da Paul Verhoeven, aggiungete pure copiose dosi di sesso e violenza,
carne e sangue, appunto.

Il romanticismo secondo il nostro amico Polveròn.

Non vedevo un Medioevo così lurido al cinema da parecchio, ma sono stati i denti dei
personaggi a darmi l’indizio giusto, prima di questo film, l’unico regista con
la fissa per i personaggi con i denti zozzi che ricordavo è uno dei miei
preferiti, il grande Terry Gilliam. Ecco, il Medioevo di questo film sembra
quello di “Jabberwocky” (1977), però con la peste, i morti e le violenze
sessuali al posto dell’ironia.

“Scusi? Manca ancora molto al Rinascimento? Qualche cura più scientifica mi farebbe comodo”.

Questa
rappresentazione così dettagliata è una marcia in più del film, basta guardare
l’impalcatura in legno indossata da un ferito Arnolfini per tenere su la testa,
oppure la cura dei costumi della grande Yvonne Blake (quella di Jesus Christ Superstar, tra le altre
cose). Una messa in scena così potente da diventare iconografica, proprio da
tutto questo carne, sangue e violenza assortite, Kentaro Miura ha preso
ispirazione per il suo celebre Manga “Berserk”. Non una novità se Ken Shiro ha
preso look e cattivi da Mad Max, ora
sapete che dietro all’origine dello spadone di Gatsu ci sono due olandesi in
trasferta ad Hollywood: Rutger Hauer e Paul Verhoeven!

Verhoeven mi sembra più avvezzo ai tanga che ai manga, ma l’importante è il risultato.

Ecco, Paolo e
Ruggero, purtroppo questo film è stato la loro ultima collaborazione in
carriera anche perché sul set non è stato tutto pesche e crema, memore della
spalla lussata sul set di “Floris”, Rutger, ad esempio, si è rifiutato di
eseguire i suoi stunt, una vera rarità per uno spericolato come lui, ma nemmeno
essere tra i pochi Olandesi su un set composto da Americani e Spagnoli
(praticamente una barzelletta) è servito a molto, questa coppia artistica è
purtroppo scoppiata e alcune delle difficoltà sul set si ripercorrono anche sul
ritmo del film.

Specialmente
nella parte centrale i 126 minuti di “L’amore e il sangue” hanno qualche
momento in cui procedono a strappi, anche perché il buon Paul ha dovuto gestire
anche i finanziatori americani, che volevano dare spazio alla storia d’amore
tra Agnese e Martin, infatti la prevista lunga scena di dialogo dai due è stata
trasformata da Verhoeven in una scena di sesso nella tinozza utilizzata come
vasca da bagno, con Rutger Hauer e Jennifer Jason Leigh a lungo a culo nudo sul
gelato set, che la Leigh ancora ricorda perché a metà di alcune scene i suoi
piedi erano completamente blu (storia vera).



Questo voi due lo chiamate parlare? Mi pare avesse un altro nome…

Eppure,
“Flesh+Blood” ha tutto il carattere e le ossessioni del suo regista, l’elemento
melodrammatico è stemperato da un ritmo da avventura, strapieno di sesso,
ancora una volta come capita (e capiterà) spesso nei film di Verhoeven, i
personaggi si ritrovano a scoprire la loro sessualità nel modo più atroce,
ovvero con uno stupro, esattamente come Eef in Spetters, anche qui alla povera Agnese tocca la stessa sorte… grazie Paul non ti smentisci mai!


La scena è
piuttosto dura, il dialogo di Martin («Vediamo se gli angeli sanguinano»)
lascia davvero poco spazio alla fantasia, ma come sempre nei film di Verhoeven
i personaggi femminili sono il motore della storia è anche quelli più forti,
tanto che durante il tremendo atto sono i membri della compagnia di Martin a
far notare al biondo che quello violentato dei due pare lui.



“Focosa la biondina vero Merlino?” , “Martino! Il mio nome è Martino!”.

Il filo rosso che
lega tutti i personaggi di Verhoeven è questo: uomini mossi dai più bassi e
medioevali istinti e donne in grado di utilizzarli, raggirarli perché
semplicemente dotate di più forza e intelligenza. Come sempre, nei film
del regista olandese una forza esterna arriva a cambiare la vita dei personaggi
per sempre, in “L’amore e il sangue” succede costantemente.

Agnese cambia la
vita di Stefan che rinuncia all’amata ricerca scientifica e diventa
avventuriero per amore, ma anche quella di Martin che si allontana dalla sua
compagnia smettendo di vestire di rosso (colore scelto per ricordare il sangue
o siamo in zona metaforone? Fate voi) e si distingue atteggiandosi a capo,
vestendo di bianco insieme ad Agnese.



Ok ci fanno la figura dei patatini vestiti uguali, ma il messaggio arriva forte è chiaro.

Il cambio di
colore dei vestiti (come le tutte dei motociclisti di Spetters) caratterizza i personaggi, infatti la fotografia di Jan
de Bont ci regala toni caldi quando in scena ci sono i ribelli di Martin, ma
poi cambia diventando più fredda e bluastra con i nobili guidati da Stefan. Non
mancano nemmeno le stoccate sociali, il volta faccia di Martin non fa altro che
sottolineare che anche il peggiore dei poveracci, con un po’ di potere, può
diventare peggio del padrone e poi volete metterci le classiche immagine
religiose che piacciono tanto al regista olandese?

Come ne Il quartouomo, un personaggio viene inquadrato con un’ideale aureola intorno alla testa,
qui accade a Rutger Hauer che con un cerchio infuocato dietro di lui e la spada
in mano sembra proprio il santo di cui porta il nome il suo personaggio.

“Noi seguiamo te perchè tu sei lo Re Santo!” (Cit.)

Insomma,
“Flesh+Blood” riassume tutto il cinema di Verhoeven non solo nel matematico
titolo ma anche nel corso dei suoi 126 minuti, il regista olandese inizia
proprio qui a farsi le ossa su un grande set, in cui la storia spesso lascia il
passo al fantasy, dove un paio di volte l’eroe (o comunque il meno cattivo in
quel momento) viene salvato da un intervento divino, un Deus ex machina (il
fulmine che colpisce la catena) che sembra una continuazione di tutte quelle
immagini religiose che si trovano nei film di Verhoeven.

Non manca nemmeno
un grosso attacco alle mura della città, in cui Stefan inventa un enorme
macchinario magari storicamente poco accurato, ma tutto realizzato (fuoco,
fiamme ed esplosioni comprese) con effetti speciali realistici orgogliosamente
vecchia scuola, un altro tratto che diventerà fondamentale nel resto della
filmografia di Verhoeven.



“Vedo della terra oltre l’Atlantico, andiamo a farlo loro un salutino”.

Sì, perché “Flesh+Blood”
è stato davvero la chiusura di un’era per il regista olandese, ma l’inizio di
un’altra, per un Rutger Hauer che è andato via, sono arrivati la Orion a
produrre, Basil Poledouris alle musiche e tutto un nuovo mondo da conquistare
portando la carne, il sangue e le ossessione del regista nel nuovo mondo.

Il prossimo passo
per Verhoeven era chiaro, andare a girare film ad Hollywood, conquistare
l’America direttamente sul loro campo, utilizzando i loro attori, i loro soldi
e i loro eroi, ma portando con se sempre la Carne + Il sangue con cui
sconvolgere un intero Paese e di conseguenza tutto il mondo occidentale. Il
primo clamoroso passo di questo piano di conquista arriverà qui sopra tra
qualche giorno. Vivi o morti voi verrete con me.





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