
Si conclude il viaggio di Leo Ortolani nella Terra di Mezzo, trovo significativo che per certi versi, il nostro stia ancora pescando dall’unico film della trilogia dello Hobbit di Jackson che apprezzo, ovvero il primo e un pezzo del secondo, via!
“Fottitene”. Ecco riassunta quella che Leo Ortolani chiama la regola dello scrittore. “Fottitene” se esisteva già un anello e un personaggio proto-Gollum nel precedente (ma successivo a questa miniserie) “Il Signore dei Ratti”, nemmeno Tolkien aveva dato troppo peso alla famigerata continuity quando ha dato un seguito al suo “Lo Hobbit”.

Ecco perché Il venerabile fa la cosa più sensata, invece di perdersi dietro a cinque eserciti di cui, nessuno saprebbe indicare le fazioni senza doversi sforzare a pensarci, Ortolani firma un seguito che ci concentra sul tesoro e non su un’inutile battaglia pensata per arruffianarsi i fan, veeeeero Peter Jackson?

Questa volta vecchi nemici si ritrovano (temporaneamente) alleati per mettere le mani sul tesoro, nel finale della saga può succedere di tutto, anche che personaggi chiave ci lascino (malamente) le penne e devo dirlo, tutta questa libertà ha come effetto il numero più divertente di tutta la miniserie.

Un’idea chiave di Ortolani è stata di aver dato al drago Stefa… Ehm, Sfranim, un suo tesoro tutto particolare, la figlia Oro che diventa un elemento chiave della conclusione della storia, tanto quanto l’ormai mitica porta di Thòrin Porta Nuova che torna ad essere protagonista anche in questo bel finale.

Una miniserie in cui anche il nostro Ratto, fino ad ora senza nome, ne trova uno dimostrando che “Lo Hobbit” era essenzialmente una favola, su un tesoro da riconquistare, non una roba piena di battaglie, veeeeero Peter Jackson? Ci voleva Leo Ortolani per ricordarlo a tutti. Quindi se il risultato è questo, che la regola dello scrittore venga utilizzata più spesso: «Fottitene». Che non è una parola in elfico.


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