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L’ascensore (1983) vs. Down – Discesa infernale (2001): bare a porte scorrevoli

Dove vivo io ci sono momenti in cui utilizzare l’ascensore è un incubo, anche perché è in costante movimento e perennemente occupato, quando una volta (delle tante) in attesa sul pianerottolo la Wing-woman mi ha detto: «Dovrebbero girare un horror in questo ascensore», mi sono ricordato che ne esiste già uno, anzi due, ed uno compie anche i suoi primi quarant’anni. Vedete come nascono i post della Bara? Così, anche in attesa sul pianerottolo di casa.

Ottima occasione questo compleanno, per portare avanti la tradizione dei Versus della Bara Volante, quindi mentre aspettare che l’ascensore raggiunga il piano, non perdiamo altro tempo e cominciamo!

L’ascensore (1983)

Dick Maas ha alle spalle una lunga gavetta nelle pubblicità e sul piccolo schermo e all’attivo, una filmografia piena di titoli girati nella sua nativa Olanda, quasi tutti thriller ma spesso ad un mezzo passo di distanza da atmosfere horror, sicuramente horror era il suo esordio, “De Lift” da noi noto come “L’ascensore”, anche perché hai poco da inventarti anche per il titolo italiano quando il soggetto tutto matto parla di un ascensore che ammazza la gente.

Sia maledetto quest’amore, che sale e scende come un ascensore (cit.)

Il Male nel cinema horror si è manifestato attraverso una serie di mezzi meccanici, macchine infernalistiratrici industriali e compagnia ammazzante, nessuno prima del 1983 aveva mai pensato all’ascensore, che già di suo genera ansie, non solo nel mio condominio ma in generale, all’idea di porte che si chiudono, spazi ristretti e cavi tesi che ti trasportano lungo l’asse Z. Non è un caso che gli ascensori siano da sempre materia per il cinema, Dick Maas con il suo esordio ha firmato una stramba favola ammonitrice, con spunti vagamenti sovversivi, insomma un miscuglio difficile da ricreare che però al regista, viene fuori benissimo per via della sua capacità di non prendersi troppo sul serio, ma neanche di buttarla proprio malamente in caciara.

«A che piano?», «Ma io veramente starei cercando di scappare dall’ascensore!»

“L’ascensore” inizia con un festino che prosegue appunto, dietro le porte a scorrimento, sulle note di una colonna sonora (composta dallo stesso Mass) che più anni ’80 di così proprio non sarebbe possibile. Gli orribili protagonisti del prologo e le loro disinibite ospiti per la cena sono carne da cannone che fa quasi piacere vedere punita dall’ascensore, che almeno sembra svolgere un servizio socialmente utile, e non solo di trasporto da un piano all’altro. La premessa è semplice, questo ascensore inizia ad ammazzare la gente e malgrado non sfoggi nessun particolare malfunzionamento, continua a farlo, infatti ad indagare viene spedito sul posto un tecnico incaricato della manutenzione, Felix Adelaar (Huub Stapel, attore feticcio del regista) che non riesce a trovare proprio nulla che non vada, non a livello tecnico almeno, anche se le indagini continueranno, facendo coppia con la giornalista Miki De Boer (Willeke van Ammelrooy), spedita sul luogo degli omicidi da un giornale locale.

«Le scale, sarebbe stato meglio usare le scale»

Malgrado l’aria “trombina” che pervade il film – sarà per via dell’atteggiamento libertino dei Paesi Bassi? Chissà – Felix e Miki mettono su un rapporto quasi da “Buddy movie”, in cui i loro scambi risultano anche piuttosto divertenti proprio per la chimica tra i personaggi, anche se la parte migliore de “L’ascensore”, come potete facilmente intuire è proprio l’ascensore.

La scelta facile sarebbe stata quella di trasformare il titolare in un tritacarne con porte semoventi, che si diverte a decapitare tutti i passanti capitati a tiro, come fa in una delle scene simbolo del film, dove Dick Maas gioca con le aspettative del pubblico, spostando sempre un po’ più avanti il momento dell’ammazzamento, ma poi mostrandolo in favore di macchina da presa senza omettere poi molto. Però allo stesso tempo il suo “De Lift” ha questa strana miscela da favola nera, quasi onirica, come nella scena finita dritta in locandina, quella con la bambina.

«Vieni a giocare in ascensore, per sempre, per sempre…» (quasi-cit.)

Uno si aspetterebbe di vedere la piccola trucidata dalla cattivissima macchina, invece sembra quasi che l’ascensore giochi con la bimba, divertendosi quasi a spaventarla ma non ritenendola meritevole di morire male come accade a molti degli altri personaggi, oddio molti, tutto possiamo dire di “De Lift” ma non che sia un horror con un quantitativo di morti da far girare la testa, anzi, al massimo proprio il contrario.

L’ammirevole arroganza di Dick Maas sta nel suo non tirarsi indietro davanti ad un film che è un orgoglioso B-Movie in cui la soluzione del mistero cavalca verso l’assurdo andante, ma tutto sommato non è poi più folle della premessa, ovvero fare un intero film attorno ad un ascensore assassino, anzi la trovata “tecno-organica” (così vi ho detto tutto senza dirvi niente, nel caso non aveste mai visto il film) porta avanti quel retrogusto da favola nera, molti draghi del folklore e delle fiabe sono stati uccisi colpiti al cuore no?

«Ma non si era detto al cuore!?»

I 95 minuti di “L’ascensore” filano non proprio lisci, diciamo che ci sono passaggi della storia che risentono dei quarant’anni che il film si porta sul groppone, certo di più delle trovate più strambe, quelle per assurdo invecchiate meglio. Tutta la parte sul dramma casalingo di Felix non l’ho mai ben capita, o per lo meno, non ho capito che senso abbia, non aggiunge nulla alla storia e nemmeno spessore al personaggio, in compenso ammazza abbastanza il ritmo, altra vittima dell’ascensore, ma a parte questo, “De Lift” si merita il suo stato di piccolo culto, di titolo matto che ha avuto il coraggio sul serio di fare un intero film su un ascensore assassino, trovando un equilibrio nel racconto tutto suo, che non credo nessuno sia riuscito davvero a replicare, se non lo stesso Dick Maas.

Down – Discesa infernale (2001)

Prima e anche ultima sortita su suolo americano per il regista Olandese, che qui ha addirittura un budget per girare un auto-remake del suo film del 1983, girato con due spiccioli. Questo non fa di “Down – Discesa infernale” un filmone con effetti speciali Hollywoodiani, resta uno di quei titoli che può attirare per il soggetto matto e per i nomi coinvolti, Naomi Watts, Ron Perlman e Michael Ironside. Ok, se non lo avete mai visto so di avervi appena venduto il film, nel momento in cui scrivo, si trova comodo su Prime Video, nel caso sapete cosa fare.

L’inguardabile Naomi Watts (cit.) e vabbè, quell’altro che in teoria sarebbe il protagonista.

Forse per descrivere meglio tutta l’operazione, va detto che però il primo nome in “cartellone” non è nessuno dei tre citati, ma quello di James Marshall, nei panni del tecnico degli ascensori Mark Newman, per un film che ha una sfiga enorme, una anche più grossa di avere il volenteroso ma limitato Marshall come protagonista, mi riferisco all’anno di uscita di “Down”.

Ambientato nel Millennium Building, uno dei maggiori grattacieli di New York, “Down” si gioca un prologo che alza la posta in gioco, massacrando una squadra di donne incinte chiuse in ascensore, spazzando così subito via il sospetto che la versione yankee di “De Lift”, sia una macchina con una sua perversa morale nello scegliersi vittime meritevoli di una brutta morte violenta. Certo, il non vedente che è il prossimo sulla lista è tutto tranne che uno stinco di santo, ma il suo cane guida che colpa ha esattamente?

Non lasciare alla portata dei bambini.

Per mettere in chiaro l’aria che tira, quando sul posto viene mandata la giornalista Jennifer Evans (Naomi Watts), nel tentativo di infilarsi appresso al tecnico Mark, la bionda urla ai quattro venti di essere stata molestata e il poliziotto della sicurezza rivolto a Mark dice: «Ottimo gusto amico», cioè capite da voi che per la sensibilità odierna, che somiglia tanto al camminare sulle uova, per assurdo tra i due film, sembra invecchiato di più quello più nuovo tra i due, che per altro si dà definitivamente la zappa sui piedi da solo con una battuta sui terroristi, in un film ambientato in un grattacielo della Grande Mela nell’anno 2001? Ahia! Da qui il suo destino di titolo sparito velocissimamente dalla sale americane, spedito in esilio nel mercato dell’home video da cui spuntava ogni tanto anche con il titolo alternativo di “The Shaft”, insomma una buona dose di sfiga alla Donnie Darko, ma in generale, non so quanto Mass si sia divertito su quel set, credo poco visto che nel resto della sua filmografia, ci sono casi di attori americani portati in Olanda a recitare per lui, ma non credo che il regista abbia aggiunto altri timbri U.S.A. sul suo passaporto.

Ribadisco, inguardabile.

Va detto che “Down” rientra a pieno titolo in quella sfilza di titoli di inizio anni 2000 in cui gli americani rifacevano horror provenienti da oltre i loro confini, in qualche caso erano horror giapponesi (con Naomi Wattsaltri casi di auto-remake da parte dei registi (con Naomi Watts), tutto questo per dire che fa strano pensare che Naomi Watts un attimo prima di mettersi sulla mappa geografica diretta da David Lynch, abbia trovato il tempo di infilarsi la fascia da reginetta dei remake, tradizione che ha portato avanti con fierezza nella sua carriera.

Se l’ascensorista e la giornalista del film olandese mettevano su delle dinamiche da “Buddy movie”, qui Dick Maas rende onore alla tradizione americana omaggiando i battibecchi tra lui e lei che nei film Yankee, finiscono sempre allo stesso modo, per fortuna senza monopolizzare un film che ricalca l’originale ma aumentando il numero di morti in maniera netta.

Miti della Bara primo estratto: Ron-Ron Perlman (baffuto, sempre piaciuto!)

La scena dei ragazzi con i rollerblade è una trovata da episodio di Willy il coyote in salsa splatter che funziona, ancora meglio sono però le facce note, Ron Perlman e Michael Ironside hanno pochissimo spazio, molto devono condividerlo in un dialogo in auto che è uno sfoggio di carisma da parte di entrambi, ma in ogni caso quello spazio se lo prendono tutto, pur avendo per le mani personaggi che sono poco più che delle macchiette, i due attori trovano comunque il modo di bucare lo schermo e funzionare, dando a “Down” quel senso molto americano di “uguale ma più grosso” che da quelle parti amano tanto per tutto, le automobili, le vaschette del gelato e ovviamente, le versioni locali dei soggetti cinematografici importati.

Miti della Bara secondo estratto: Michael Ironside (a cui nessuno chiede i documenti se non vuol finire male)

Ecco perché nel finale la trama (e le motivazioni matte che hanno trasformato l’ascensore in una trappola) restano le stesse, però spunta una squadra SWAT e un Bazooka, forse anche per questo anche se “Down” dura 110 minuti, percepiti sono anche meno dei 95 dell’originale olandese, infatti sono quasi in difficoltà nel determinare un vincitore in questo “Versus”, visto che cambia solo l’approccio ma i due film restano di fatto identici. Mettiamola così, se siete in vena di un B-Movie che sembra una favola nera in puro stile anni ’80 gettatevi sull’originale olandese, se sentite il bisogno di un B-Movie con facce più familiari al grande pubblico potete guardarvi la versione americana, tanto se l’ascensore di casa vostra è come quello del mio palazzo, mentre lo aspettate fate in tempo a guardarli (o riguardarli) entrambi, intanto questo compleanno andava festeggiato per forza!

Sepolto in precedenza giovedì 19 ottobre 2023

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