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Le avventure del barone di Munchausen (1988): fantasia al potere (o potere alla fantasia)

Avanti miei prodi lettori! È il tempo dei ciclopi e dei
giganti, di volare su una palla di cannone o su una bara, in cerca di un’altra avventura,
no, non mi sono calato un acido (forse) è il momento del nuovo capitolo della rubrica…
Gilliamesque!

Il successo di Brazil
è stata la prima vera grande sfida vinta da Terry Gilliam contro i mulini a
vento dei produttori, un trionfo di critica e pubblico per un film a tutt’oggi
considerato oltre che una pietra miliare, forse il migliore mai diretto da
Gilliam. Malgrado la lunga battaglia con il produttore Sid Sheinberg, la
Columbia Pictures dà ancora una volta fiducia al nostro Terry. La storia del
cinema ce lo ha insegnato, cosa fa un regista all’apice del successo quando
dispone della fiducia dei produttori? Si getta anima e cuore sul progetto che
sogna di dirigere da tutta una vita, il più delle volte finisce con un
disastro, ecco, “Le avventure del barone di Munchausen”, ci costringerà tutti a
rivedere il nostro concetto di disastro, perché se il Barone Hyeronimus Karl
Friedrich von Münchausen nel film è perseguitato dalla Morte, beh il nostro
Terry qui inizia la sua personale battaglia con una forza altrettanto potente
ed implacabile: la sfiga!

A trent’anni dalla sua uscita, “Le avventure del barone di
Munchausen” è ancora ricordato più per le difficoltà produttive che per il suo
effettivo valore, il che è un enorme peccato per quello che mi riguarda, perché
il film continua ad essere davvero molto bello, sono molto contento di avere la
possibilità di scriverne proprio in vista dei suoi primi trent’anni, ma prima
di fare i conti con la fama di questo film, parliamo della fama del suo protagonista.

I titoli di testa sono l’unica cosa su cui hanno risparmiato in questo film.

Il Barone Münchhausen (con due “H”) è stato un militare
tedesco vissuto tra il 1720 e il 1797, prima luogotenente e poi generale della
cavalleria russa sotto Antonio Ulrico, partecipò a non una, ma due campagne
contro l’impero Ottomano, di lui si ricordano più la leggenda che i fatti,
perché oggi lo sappiamo bene, ma già dal 1700 e qualcosa che le bufale hanno le
gambe più lunghe della realtà, lo sapeva anche il barone, armato di una lingua
lunghissima e nessuna parola di usarla, era quello che dalle mie parti
chiamerebbero un “Cunta bale”, insomma un gran chiacchierone a cui piaceva
attirare attenzione lavorando di fantasia attorno ai suoi racconti, la sua fama
di quaquaraquà è così vasta che a portare il suo nome è anche l’omonima
sindrome, patologia medica per cui il paziente si procura disturbi fittizi pur
di attirare l’attenzione, ma anche svariate opere, tra le più celebri i racconti
scritti da Rudolf Erich Raspe nel 1785, oltre a svariati adattamenti
cinematografici, tra cui un cortometraggio del 1911 diretto da Georges Méliès,
guarda caso uno visionario vero, come Gilliam, perché l’etichetta di “Regista
visionario” se la beccano tutti, tranne quelli che se le meritano sul serio.

Facile capire perché il Barone abbia colpito l’immaginario
di Gilliam, chi meglio di un personaggio così può incarnare la missione di
Terry, di portare avanti un cinema che decanta le lodi della potenza
dell’immaginazione e della fantasia come vera forza dominante? Penso proprio
nessuno, ma in senso più ampio, delle balle, tante belle balle raccontate
benissimo capaci di intrattenerti, entusiasmarti, ispirati e scaldarti il
cuore, in fondo non è proprio quello che fa il cinema? Lo sappiamo tutti che in
realtà è tutta finzione, ma come resistere al fascino di una grande storia ben
raccontata? Io non ci riesco e se state qui a leggere di cinema, credo nemmeno voi.

“Quella bara non può volare”, “Come no? Vola tutto in questo film, perché non una bara? Sei scaramantica?”.

Peccato che per raccontarci questa storia, Gilliam ha dovuto
fare i conti con l’ombra lunga della sfiga, girato tra Inghilterra, Spagna,
Italia e Turchia, “The Adventures of Baron Munchausen” diventa un incubo
produttivo funestato dalla sfortuna, qualche esempio? Gilliam è in Turchia per
girare, ma i bellissimi costumi di Gabriella Pescucci (nominati all’Oscar
insieme alle scenografie di Dante Ferretti), sono bloccati dalla temibile
dogana Turca, quindi Terry è costretto ad aggiustarsi girando primi piani,
piani lunghi, risultato?Il primo giorno di riprese Gilliam porta a casa, 42 secondi di girato utilizzabile, il secondo, invece, un successo: 35 secondi!

Ma non finisce qui, in Inghilterra Gilliam ha dovuto fare a
meno dei cavalli per via della quarantena imposta per via della febbre bovina
esplosa sull’isola, senza contare l’incubo di gestire set e spostamenti sparsi
su quattro diversi Paesi, pare che per via dei vari ritardi di produzione, il
film fosse giù sotto di due milioni di ex presidenti spirati stampati su carta
verde, ancora prima che Gilliam chiamasse il primo ciak ufficiale (storia
vera).

Quando pensate di aver avuto una brutta giornata di lavoro, ricordatevi di Terry.

Anche il casting è stato un bel pasticcio. Michael Palin
rinuncia all’ormai tradizionale parte in uno dei film del suo amico Terry per
via di precedenti impegni, per fortuna a tenere alta la “Quota Python” nel film
ci pensa Eric Idle, nei panni del velocista (con coscioni e catene ai piedi per
rallentarlo) Berthold. Sfuma anche la seconda collaborazione tra Gilliam e Sir Sean Connery, che avrebbe
dovuto interpretare il re della Luna, ma che si tirò indietro quando leggendo
il copione, capì che di regale nel personaggio c’era ben poco, ma lasciatemi
l’icona aperta sulla Luna e il suo re, perché più avanti ci torniamo.

State tenendo il conto? Jabberwocky
omaggio a Lewis Carroll, I banditi del tempo a Tolkien, Brazil interpreta
al meglio George Orwell, mentre “Munchausen” è una libera interpretazione del
libro di Rudolf Erich Raspe. Gilliam prende giusto spunto per alcune delle
bislacche avventure descritte dal Barone per il suo film, ma a ben guardarlo,
questo film sembra una versione in grande di “Time Bandits”, le avventure
vissute dal Barone e da Sally, prima di ricongiungersi nella battaglia finale,
sono episodiche come quella di Kevin e i nani, anzi a dirla tutta “Munchausen”
chiude un’ideale trilogia con i film precedenti di Gilliam.

“Shark” con Jason Statham, tzè! Gilliam lo aveva
già fatto!

Una trilogia sul potere salvifico dell’immaginazione che
inizia con il piccolo Kevin di I banditi del tempo, continua con Sam Lowry
giunto nel mezzo del cammin della sua vita e termina con l’anziano Barone Munchausen.
In tutti e tre i film la realtà e la fantasia si mescolano e si sovrappongono,
ma il Barone è l’unico dei tre protagonisti ad essere consapevole del suo ruolo
di araldo dell’immaginazione, all’inizio del film lo troviamo vecchio e stanco
di vivere in un mondo che ha rinunciato alla fantasia e lo vediamo fare
irruzione interrompendo il disastrato spettacolo di Vaudeville impegnato a
portare in scena… Beh, le avventure del barone di Münchausen, questa era facile,
no?

Il film inizia subito forte, in piena età della ragione (un
mercoledì), una città immaginaria sul mare è presa d’assedio dai Turchi, a
gestire le trattative è il viscido funzionario Horatio Jackson (Jonathan Pryce
che con la sola presenza si collega direttamente a Brazil, con un altro burocrate questa volta senza la fantasia di
Sam Lowry) impegnato in una lunga e snervante trattativa senza senso, fatta di “Rese
alternate” e cavilli legali che non risolvono mai davvero la situazione, anzi
la portano avanti in eterno.

Occhio agli occhiali di Pryce, che cambiano in base alla “realtà” del film.

Ad interrompere lo spettacolo teatrale ispirato alle avventure
del barone di Münchausen, arriva il vero barone di Münchausen (John Neville),
oddio vero, può essere davvero reale un personaggio che dice di sapere come
mettere fine all’assedio, perché in fondo sono lui e la sua scommessa con il
sultano su una bottiglia di ottimo Tocai la causa della guerra? Ovviamente, non
gli crede nessuno, nessuno tranne la piccola Sally Salt (Sarah Polley), l’unica
disposta ancora a credere all’immaginario in un mondo che ha rinunciato alla
fantasia , dove nemmeno più il vecchio barone vuole vivere ed è quasi
pronto a lasciarsi prendere alla morte che Gilliam rappresenta nel modo più
classico, ma efficace possibile: manto nero, teschio ali, non proprio il Tristo
Mietitore de Il senso della vita, ma
una rappresentazione medioevale della nera signora, realizzata con effetti
speciali orgogliosamente vecchia scuola.

Questo barone è davvero chi dice di essere, oppure è solo un
pazzo mitomane? Non è chiaro, di sicuro ha il carisma per farsi ehm, consegnare
tutte le sottovesti delle signore della città e di usarle per cucire insieme un
enorme mongolfiera fatta di mutande e al grido di «Signore non prendete
freddo!» vola verso la Luna con l’intento di ritrovare i suoi vecchi compagni e
salvare la città, a bordo con lui troverà la clandestina Sally che per
testardaggine e capacità di abbracciare subito l’immaginario, potrebbe essere
la sorella del Kevin de I banditi del tempo.

Una mongolfiera fatta di mutande, per volar via dalle vostre stupide guerre.

La missione mai abdicata da Terry Gilliam è quella di
ribadire la potenza dell’immaginazione su ogni altra cosa, armato di una testa
molto dura e una grossa dose di talento, l’unico Monty Python non inglese
(almeno fino al 2006) ha sempre fatto un cinema orgogliosamente analogico,
quasi artigianale, decisamente fuori dal tempo e di conseguenza costoso, la
messa in scena di “Le avventure del barone di Munchausen” è grandiosa, basta la
lunga carrellata sull’esercito assediante per farti pensare: ma quanto è
costato questo film? Per altro, c’è tanta Italia qui, basta dire che la
seconda unità di molte scene è stata affidata da Gilliam al nostro Michele Soavi
(storia vera).

Elefanti, costumi barocchi, persino il naso posticcio di John
Neville (che, per altro, gli creava più di una difficoltà nel bere e mangiare sul
set, storia vera) sono un trionfo dell’analogico, in questo senso non esiste un
personaggio più azzeccato del Barone Hyeronimus Karl Friedrich von Münchausen, per
incarnare lo spirito di Gilliam e la sua idea di cinema. John Neville ha sbaragliato
la concorrenza per la parte, anche se fino a quel momento aveva molta più esperienza
come attore teatrale piuttosto che cinematografico (anche qui, il classico che
ha la meglio sul moderno), ma da grande appassionato dei Monty Python non si è
lasciato sfuggire l’occasione di essere diretto da Gilliam.

“Ah Terry Gilliam, un caro ragazzo, lasciate che vi parli di lui mie care signore”.

La sua prova è magnifica, Munchausen è sicuro di sé,
capace di lasciarsi affascinare dalla bellezza, ma, soprattutto, è il più fiero
araldo della fantasia possibile, uno che nel momento di dover affrontare un’avventura, ringiovanisce sotto i nostri occhi, oppure invecchia quando le cose
vanno male, un personaggio quasi consapevole di appartenere all’immaginario
che, però, incarna alla perfezione lo spirito con cui il suo regista si getta in
una storia, oppure affronta le difficoltà produttive. Forse il vero alter ego
del nostro Terry, perché parliamo di un personaggio per cui è del tutto normale
salvare lui e il suo cavallo Bucefalo dall’annegamento in mare aperto, semplicemente
tirandosi su per la coda dei capelli e, se proprio vogliamo dirla tutta, quante
foto di Terry Gilliam avete visto in cui il regista del Minnesota sfoggiava a
sua volta il codino?

Siamo sicuro che sia proprio Don Chisciotte e non Munchausen, il vero alter ego di Gilliam?

Per dirla alla Guccini: Munchausen è un romantico rottame, a
tutti gli effetti un Don Chisciotte alla ricerca dei suoi Sancho Panza che, a
ben guardarli, sono più romantici (ma soprattutto rottami) di lui, ognuno dotato
di una specie di super potere che, però, con il tempo si è arrugginito, oppure è
stato semplicemente dimenticato: Gustavus (Jack Purvis) con il suo super udito
e i polmoni altrettanto potenti, Albrecht l’uomo più forte del mondo (Winston
Dennis) e l’occhio di falco con occhiali a culo di bottiglia Adolphus (Charles
McKeown) sono una banda di sgangherati eroi, tra i quali spicca il velocissimo Berthold
(il grande Eric Idle), proprio lui è quello che passa più tempo al fianco del
barone, il suo battibecco sulla luna è un vero spasso («Dopo tutto questo
tempo, ti aspetti che io ti perdoni?» , «Si», «Va bene»), ma è il finale che mi
affascina. Solo con il carisma e la sua assoluta convinzione di poter trionfare
malgrado tutto, il Barone riesce a motivare i suoi compagni.

La scena in cui il superveloce Berthold, corre più veloce
del proiettile sparato contro il Barone, per poi essere cazziato per mezzo
secondo passato a prendere fiato («Alzati Berthold non posso fare tutto io!») è
stata ripresa identica da Mark Millar in un fumetto degli “Ultimates”, con
Capitan America nel ruolo del Barone e Quicksilver in quelli di Berthold. Mica
male per uno che ha dichiarato di essersi rotto dei film con le supercalzamaglie.

Se ricordate il fumetto, guardate QUESTA e ditemi se non è un tana per Mark Millar!

Bisogna dire che per radunare tutta la squadra, il film ha un lieve calo di ritmo nella (lunga) scena sulla Luna, ma il risultato è talmente spassoso che tutto sommato è un difetto davvero minore. La lunga sequenza con i “Lunatici” (in tutti i sensi) è stata girata in totale economia, se il palazzo dei regnanti vi sembra volutamente una specie di “Italia in miniatura” è perché Gilliam, dopo aver drammaticamente bucato il budget del film, ha realizzato lui stesso i fondali come faceva ai tempi del Flying Circus, ritagliando figure di carta. Inoltre, se riuscite a non ridere troppo della sua buffa pronuncia dell’italiano («Bienvenuto alla luna, beeeene!») nella parte del folle “Re di tutto” come si presenta lui, potreste notare uno che somiglia a Robin Williams, che ha la faccia di Robin Williams e parla come Robin Williams, ma nel film si è fatto accreditare come “Ray D. Tutto” , per restare in linea con il suo personaggio dalla testa svolazzante, anche perché i soldi erano finiti e Williams ha preso parte al film gratis, giusto perché gli era molto simpatico Terry Gilliam (storia vera) e occhio, perché i due si ritroveranno di nuovo insieme, anche in questa rubrica.

Mi chiamo Ray D. Tutto, su un piatto vengo dalla Luna (quasi-Cit.)

La prova di Robin Williams Ray D. Tutto è uno spasso,
l’idea di un personaggio che separato dalla sua testa diventa aulico, etereo (e
pure un po’ sballato), mentre quando ha la capoccia sulle spalle si lascia
guidare dai più bassi istinti è spassosa e monopolizza la parte centrale del
film, almeno finché il Barone non riesce a far scappare Berthold dalla sua
gabbia (un marchio di fabbrica per Gilliam, in quasi tutti i suoi film un
personaggio finisce in una grossa gabbia) e si parte tutti alla volta dell’Etna
per incontrare Vulcano (Oliver Reed) alle prese con uno sciopero di giganti, ma
soprattutto la bellissima Venere, interpretata da una giovanissima Uma Thurman,
dimostrazione dell’occhio molto, ma molto lungo di Gilliam in fatto di bellezze
botticelliane (colpo che quella vecchia volpe di Terry ripeterà ancora nel
corso della sua filmografia, restate da queste parti) e non utilizzo l’aggettivo
a caso, visto che Gilliam ricrea sul grande schermo il celebre quadro “Nascita
di Venere” con Uma al centro di un’enorme conchiglia. Questa è arte gente, poi
dicono che a guardare tanti film non si impara niente, tzè!

La nascita di Uma, per lo meno dal punto di vita cinematografico.

Ma il buon Terry qui è davvero incontenibile, non
perde nemmeno l’occasione di omaggiare quello che, a sua detta, è stato il primo
film che ha amato, ovvero il “Pinocchio” (1940) della Disney, con i protagonisti
divorati da un enorme pesce, poi chiedetevi come ha fatto il film ad arrivare a
costare la bellezza di 43 milioni di ex presidenti spirati stampati su carta
verde! Piccolissimo problema: una volta uscito nelle sale, “The Adventures of
Baron Munchausen” ha raccolto l’ammontare di milioni di dollari, ehm… Otto. Sì,
proprio otto, se per caso avete sentito parlare di questo film soltanto per i
suoi guai, è perché alla fine questo pianeta è ancora in mano a chi giudica
solo usando i freddi numeri, gli Horatio Jackson di questo mondo.

Un cameo di un secondo di Sting? Check!

Un vero peccato, perché “Le avventure del barone di
Munchausen” è puro Gilliam al 100%, rivedendolo per questo speciale, ho
ritrovato un film orgogliosamente analogico con un finale travolgente che, come
detto, ricalca nella struttura quello de “I banditi del tempo”, anche qui una
grande battaglia vede vincitori i nostri protagonisti, solo che avendo già
bucato il budget Gilliam non si fa nessuno problema a mostrare il fortissimo Albrecht impegnato a roteare in aria tre navi da guerra nemiche, in uno scontro finale cruento,
ma giocoso, che oggi sarebbe sicuramente realizzato con fredda computer grafica
per far quadrare i costi di produzione.

Perché se celebrazione dell’immaginazione dev’essere che
lo sia fino in fondo! Mentre sei ancora impegnato a lucidarti le pupille con l’enormità
di questo finale, ancora una volta come per Brazil, Gilliam tira via a tutti
noi spettatori il tappeto da sotto i piedi e dal trionfo si passa alla
tragedia. Horatio Jackson il burocrate capace di far fucilare l’eroico
ufficiale interpretato da Sting (che ha preso parte al film perché era il
vicino di casa di Gilliam, storia vera!) per evitare che il suo eroismo ispirasse
le masse, diventa la vera nemesi del Barone, se Münchausen è il fiero
portavoce della fantasia, quello che mette fine all’assedio pensando “Fuori
dalla scatola”, Jackson è il passacarte incapace di risolvere la
situazione perché privo di fantasia e, siccome per Gilliam l’assenza di
fantasia equivale a morire, Jackson diventa l’emissario della Nera Signora, in
una scena di attentato che Gilliam ha voluto più simile possibile alla morte
del presidente J.F. Kennedy (storia vera).

Come prendere sul serio il proprio ruolo di emissario della morte.

Ma nemmeno questo ferma il barone Von Gilliam e il suo alter
ego nasuto, perché usando le sue armi (l’immaginazione e il cinema) bastano una
carrellata e una riga di dialogo per battere anche la morte per riportare tutti
i personaggi nel teatro dove tutta l’avventura è iniziata, con il Barone in
piedi a raccontare. Il suo racconto era reale? Oppure ha lavorato parecchio di
fantasia utilizzando i presenti come attori nella sua storia? Ma ci importa poi
davvero? Il compito di una bella storia è quella di intrattenere e se va bene ispirare
chi è disposto ad ascoltarla, il cinema non ha il dovere di essere realistico,
così come non lo sono le storie del Barone, ma che comunque scaldano il cuore dei
cittadini quel tanto che basta da spingerli a ribellarsi e a rompere l’assedio,
liberandosi del grigio burocrate Jackson che, come dice Munchausen, con la sua
guerra razionale, ha fatto solo morti.

“Per Frodo Sam Lowry!”.

Se ci pensate il Barone di Munchausen nella versione di
Gilliam, a suo modo, ha davvero battuto i burocrati, in barba a quegli scarsi
otto milioncini portati a casa è ancora una favola sulla superiorità dell’immaginazione
su ogni altra cosa, una bella balla, finta come il cinema stesso e capace di
coinvolgere allo stesso modo che Terry Gilliam non ha ancora smesso di
raccontare, se siete disposti a volare sopra una palla di cannone con lui. Se,
invece, siete disposti a salire sopra una Bara Volante, questa rubrica continua,
non abbiamo mica finito miei prodi lettori!

“Forse una bara sarebbe stata meglio, almeno avrebbe avuto le maniglieeeeeeee!”.
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