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Le avventure di Rocketeer (1991): Iron Man? Superman? No, Rocket man!

“Prima che fossero Super” come vi suona? Ci sarebbe quasi materiale per una rubrica, ci pensavo scrivendo di Spawn. Sì, perché oggi i film tratti da fumetto sono la normalità, tiri un calcio al muro ne cascano giù sette, ma per arrivarci la strada è stata impervia e seminata anche di cadaveri illustri, uno di questi purtroppo, Rocketeer.

Qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, il personaggio di Rocketeer non è molto famoso, basta dire che la SaldaPress ha ristampato in volume tutte le sue avventure originali solo una manciata di anni fa, il suo autore Dave Stevens ha avuto un’enorme influenza su artisti ora molto famosi come Adam Hughes giusto, per fare un nome, ma bisogna dire che il suo “The Rocketeer” era davvero un’operazione ricercata, forse non per tutti.

Il perfetto eroe degli anni ’30, nato negli anni ’80.

Avete presente Indiana Jones? Se avete risposto “no”, potete smettere di leggere, non vi conosco e non vi voglio conoscere. Indy era l’omaggio di Steven Spielberg e George Lucas ai serial degli anni ’40 e ’50 della Republic Pictures, i film d’avventura che di solito veniva trasmessi a puntate nei cinema locali, anche se uscito nel 1981, Indy è il perfetto esempio dell’avventuriero classico, una perfetta rielaborazione di vecchio materiale che tra omaggi e rimaneggiamenti ha saputo sfornare una nuova icona, spesso più celebre delle storie a cui rende omaggio. Oggi un’operazione di questo tipo, con il rischio di passare per dei fighetti, la chiameremmo post moderna, è un po’ come la tuta gialla e nera che Bruce Lee indossava in Game of Death, chiedete a venti persone e dodici vi diranno che è quella della sposa di Kill Bill.

Sapete chi ha lavorato agli storyboard di I Predatori dell’arca perduta? Bravi, proprio Dave Stevens che nel 1982 ha pensato di creare a sua volta un personaggio del tutto nuovo che rendesse omaggio a tutta la letteratura a fumetti e non solo agli eroi Pulp anni ’30. Il risultato è “The Rocketeer” un calderone di omaggi e citazioni in cui i rifermenti sono chiarissimi, per darvi un’idea: il prototipo di razzo supersonico che trasforma il pilota Cliff Secord in un supereroe volante nel fumetto è un regalo di Doc Savage in persona e la fidanzata del protagonista non solo si chiamava Bettie Page, ma Dave Stevens la disegnava proprio con le forme e la frangetta tipica della famosa (per non dire famigerata) pin-up degli anni ’50, anzi il fumetto ha molto contribuito a sdoganare Bettie Page come icona della cultura Pop (storia vera).

Adam Hughes e Frank Cho sono solo due degli artisti che hanno imparato a disegnare belle ragazze, seguendo lo stile di Dave Stevens.

Invece, sapete chi ha vinto un oscar per gli effetti speciali di Raiders? Bravi! Siete caldi oggi! Il regista Joe Johnston dopo il successo di “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” (1989), forte di 35 milioni di ex presidenti defunti stampati su fogli verdi messi a disposizioni dalla Disney e dalla Touchstone Pictures, nel 1991 provò a portare al cinema il fumetto di Dave Stevens, chiudendo idealmente il cerchio post moderno iniziato sul grande schermo da Spielberg e continuato su carta dal fumettista. Risultato finale? Di ritratti di ex presidenti stampati in verde il film ne portò a casa 9 milioni nel primo week end (l’unico che conta per i produttori) e solamente 46 milioni in totale, insomma un volo finito decisamente male, più che il decollo di un uomo-razzo… Beh, diciamo che è una fine che fa rima con razzo e chiudiamola qui.

Questo non mi ha certo impedito di amare “Le avventure di Rocketeer” fin dalla prima bimbo-visione in uno dei suoi tanti passaggi televisivi che un tempo non erano affatto infrequenti, certo aiutava anche il fatto che nel cast ci fosse Jennifer Connelly, io certe cose le dico! Non è che mi nascondo dietro ad un dito, eh!? Ma senza nulla togliere al notevole contributo della Connelly, Rocketeer aveva tutto per colpire l’immaginario di un lettore come me, uno che non ha avuto modo di leggere proprio tutte le avventure degli eroi Pulp, ma già apprezzava parecchie cosette come “The Shadow” o ancora meglio “The Spirit” di Will Eisner.

«See see gli eroi Pulp, fa l’intellettuale ora, guardavi solo me altro che scuse»

Voi non avete idea di quanto tempo è che io ho questo commento in canna, senza trovare mai il tempo per buttarlo giù (Valerio guardami! Sto volando!) dopo aver visto il film tipo mille volte da bambino, ho passato i canonici dieci o quindici anni ignorandolo, me lo sono rivisto tipo… Boh? Tre anni fa? Di più? Non so, perché da allora l’ho già rivisto tre volte e penso che se questo film uscisse oggi, andrebbe decisamente meglio ai botteghini, per il semplice fatto che ora esiste un pubblico per questa tipologia di film (i Nerd sono usciti dai negozi di fumetti, ripeto! I Nerd sono fuori, mettetevi in salvo!) oggi l’operazione post moderna di Joe Johnston verrebbe capita, ma nel 1991 era semplicemente troppo presto.

Sono certo che verrebbe capita perché “Doppia J” nel frattempo si è fatto le ossa con i dinosauri di Jurassic Park, ma soprattutto ha avuto l’occasione di tornare ad un genere che ha contribuito a fondare (e chissà se mai gli verranno riconosciuti i meriti) nel 2011, con il film “Capitan America – Il primo Vendicatore” (sì, ho scritto “CAPITAN” e mi rifiuto di fare diversamente, ok?) una pellicola che ha moltissimo in comune con Rocketeer, anche solo per il fatto di avere due protagonisti provenienti dall’America a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, ma anche per l’atmosfera retrò generale (vedere Cap in costume fare da sponsor per le truppe, sembra una scena tagliata di Rocketeer) e, a dirla tutta, anche un terzo atto del film decisamente troppo canonico, per non dire pure un po’ piatto, dettaglio che si nota più nel film dell’eroe a stelle e strisce che in quello con il razzo sulle spalle.

Quello che succede quando provi a dar fuoco alle scoregge.

Se Dave Stevens pescava a piene mani dai fumetti per creare il suo personaggio, da uomo di cinema Joe Johnston attinge alla settima arte, nella Los Angeles del 1938 un gruppo di ladri cerca di rubare il razzo sperimentale modello X3 che nel film non è stato creato da Doc Savage (Johnston avrebbe anche voluto, ma per problemi di diritti sul personaggio, ha dovuto cambiare idea. Storia vera), ma dal vero inventore, miliardario, playboy, regista e produttore cinematografico Howard Hughes, per capirci quello interpretato da Leonardo Di Caprio in “The Aviator” (2004) di Martin Scorsese e, se proprio vogliamo dirla tutta, anche il personaggio a cui è stato ispirato il Tony Stark della Marvel, visto? Di fatto, la stessa dinamica alla base di Spider-Man – Homecoming, solo con 26 anni di anticipo. Ah, per la nuda cronaca: nel film Howard Hughes ha il faccione di Terry O’Quinn, il mitico John Locke della serie LOST.

«Non dovrò mica mettermi a ripete ‘Il mezzo del futuro’ per un’ora, vero? Piuttosto torno sull’isola»

Per vie traverse il razzo sperimentale finisce nelle mani dello scavezzacollo (quanto mi piace questo aggettivo!) Cliff Secord, interpretato da Billy Campbell che di certo ricorderete per film come… Bah, nessuno? Diciamo che dopo “The Rocketeer” la cosa più famosa fatta da Billy Campbell in vita sua è stato essere il cugino di Bruce “The King” Campbell (storia vera).

«Dammi un po’ di zucch…» , «Non ci provare, ma perché a me tocca il cugino sbagliato?»

Il nostro Cliff è uno scavezzacollo (ora che ho trovato un’occasione per usare questo aggettivo sono cavoli vostri!) perché ama volare ed è capace di pilotare qualunque cosa abbia un motore e due ali, a farci notare ogni tre minuti quanto il ragazzo sia nato senza ombra di paura nel cuore è il suo meccanico A. “Peevy” Peabody (Alan Arkin), il cui compito oltre che sistemare i danni fatti da Cliff e farci notare quanto siano incuranti del pericolo le decisioni del ragazzo, inoltre, se volete anche un po’ per partigianeria, mi esalta sempre tantissimo sentire Arkin descrivere uno degli scassoni che Cliff vuole pilotare urlando: «È una bara volante!». Cosa vi devo dire? Siamo in pochi capaci di pilotarne una e per farlo bisogna essere pure un po’ matti, cosa che per vostra fortuna, io sono.

«Tu non sei un po’ matto, tu sei tutto scemo, è diverso»

Alla fine è proprio Peabody a rendere utilizzabile il motore ritrovato da Cliff, attraverso un elmetto con una vistosa ala sulla nuca da usare come timone («Cosa sembro?», «Un pomo d’ottone») e qualche piccola accortezza come, ad esempio, utilizzare la gomma da masticare per tappare un foro di pistola sul razzo e non con una “Chiclets” (pronunciato rigorosamente “Cicles”, come si fa dalle mie parti) qualunque, ma proprio con una “Beemans”, la gomma porta fortuna dei piloti, quella che chiedeva di avere anche Chuck Yeager prima del suo ultimo volo trionfale, in quel capolavoro di The Right Stuff.

«Sembro un cretino conciato così?» , «Conosco uno che vola su una Bara Volante, sembri un genio a suo confronto»

Cosa manca ad una storia così? Beh, ci vuole un cattivo con delle motivazioni, che qui ha il volto, i baffi e il mitra (Thompson) di Neville Sinclair, un attore palesemente ispirato a Errol Flynn, non solo per i suoi ruoli d’azione in film d’avventura, ma anche per la leggenda urbana per cui Flynn fosse una spia nazista, leggenda che nel gioco di “The Rocketeer” di arte che imita il cinema, non può che essere vera e Sinclair vuole mettere le mani sul razzo perché dall’altra parte della grande pozzanghera nota come oceano Altantico, zio Adolfo gradirebbe molto uno di quei cosi, per iniziare la produzione in massa e trasformare il suo esercito in uomini razzo volanti, anzichè semplice teste di razzo che si muovono con il passo dell’oca.

“Specchio specchio delle mie brame chi è il più baffuto del reame?”.

Ad interpretarlo è uno degli 007 più sottovalutati di sempre, Timothy Dalton, che per tutto il tempo ripete che fa da solo tutti i suoi stunt, come se fosse un Tommaso Missile qualunque, uno sbruffone odiosissimo che oltre al razzo, gradirebbe portarsi via pure la ragazza di Cliff (e chiamalo scemo). Fermi tutti gente! Paragrafo su Jennifer Connelly in arrivo sulla pista!

Per motivi di diritti e forse anche per evitare che a qualche capoccia della Disney venisse un coccolone, la fidanzata di Cliff da Bettie Page diventa Jenny Blake e se per Dave Stevens doveva essere una pin-up per un regista come Joe Johnston il modello diventa una giovane Liz Taylor, avete capito il giochino, no? Metti dentro quanti più riferimenti al cinema possibile, perciò se la scritta sulle colline di Los Angeles fino al 1949 è stata “Hollywoodland”, il film s’inventa la sua realtà su come siano andati davvero i fatti, per altro, prima di BoJack Horseman ora che ci penso.

Beh, dai poco male, era davvero troppo lunga come scritta.

Ma vi avevo promesso un capitolo sulla Connelly e lungi da me fare falsa pubblicità, vi devo dire che è bellissima, qui lo era ancora un casino, per quanto mi riguarda, “C’era una volta in America” (1984), “Phenomena” (1985) e Labyrinth sono i tre film con la piccola Jenny bambina, mentre qui in “Le avventure di Rocketeer” dove sostituisce degnamente Bettie Page nella parte della damigella in pericolo che, però, se serve si salva pure da sola, è decisamente uno di quei ruoli in cui è cresciuta, potete aggiungere anche “Bene” se volete. Fine del paragrafo sulla Connelly perché tanto non sono razionale.

“Le avventure di Rocketeer” ha tutto quello che si può chiedere ad un film d’avventura, i Nazisti (io odio questa gente, cit.) come cattivi, così cattivi che pure i Gangster li schifano, ha un tripudio di Mitra Thompson e pistole Luger P8 come se non ci fosse un domani, una protagonista femminile bellissima e le musiche di quel mito di James Horner che qualcuno sostiene essere fin troppo simili a quelle di Titanic (sempre composte da Horner), ma ormai dovreste aver capito il giochino: “The Rocketeer” è cinema che omaggia altro cinema, ah! E lo scontro finale avviene sopra un dirigibile. No, sul serio cosa volete di più? Uno sgherro gigante con la faccia tipo cattivo di Dick Tracy? Abbiamo anche quello!

«Cosa avete da guardare? Non sono brutto, sono una citazione!»

Si tratta di Lothar, interpretato da Tiny Ron che di “Tiny” non ha proprio nulla visto che è alto 2.13 cm, ma il suo trucco lo rende volutamente identico a Rondo Hatton, acromegalico attore di B movie morto nel 1946 e palesemente omaggiato in questo film.

Insomma, io sono convinto che questa operazione post moderna se uscisse oggi, sarebbe un successo, purtroppo, invece, “Le avventure di Rocketeer” è rimasto un cult per qualcuno e una lapide a bordo strada nel percorso che ha potato i fumetti al cinema. Sapete quale sarebbe l’unico modo per renderlo ancora migliore questo film? Ci pensavo qualche giorno fa mentre lo riguardavo, se uscisse in un’edizione in bianco e nero, allora davvero renderebbe omaggio a tutta questa operazione citazionista, d’altra parte lo hanno fatto per un altro Cinecomics come Logan, perché non per Rocketeer?

Una cosa di questo tipo. Brutto?

And I think it’s gonna be a long, long time
Till touch down brings me round again to find
I’m not the man they think I am at home
Oh no no no, I’m a rocket man
Rocket man, burning out his fuse up here alone.

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