Home » Recensioni » Le colline hanno gli occhi (1977): i più fortunati, moriranno per primi

Le colline hanno gli occhi (1977): i più fortunati, moriranno per primi

Siete amanti delle gite fuori porta? Bene, oggi tocca ad uno
di quei film che vi farà venire voglia di stare a casa, bentornato a… Craven
Road!

Il successo di L’ultima casa a sinistra rende il nome di Wes Craven famoso, anzi, forse sarebbe
meglio dire famigerato, perché il film incassò piuttosto bene, ma per via del
contenuto così controverso, per zio Wessy era piuttosto complicato trovare
altre proposte di lavoro, infatti ridotto economicamente alla canna del gas,
Craven pur di dirigere ha fatto di tutto, anche film porno. Sì, perché “The
Fireworks Woman” (1975) da noi uscito con il pruriginoso, ma censorio titolo di “La
cugina del prete” avrà pure delle tematiche tipiche del regista di Cleveland,
ma non è il solito filmettino con qualche scena di nudo, è proprio un film per
adulti in piena regola, a volte sono molto naif, lo confesso.

In suo soccorso arriva il produttore Peter Locke che non
solo riesce a fare cambiare idea riguardo alla strambo piano di Craven di
provare a dirigere una sua versione della classica fiaba di Hänsel e Gretel
(storia vera), ma gli propone qualcosa molto in linea con il suo film
d’esordio, per tematiche, ma anche per scarsi mezzi a disposizione.

Le colline hanno gli occhi, mentre questa rubrica, ha i titoli di testa!

Siamo spesso abituati a pensare al produttore come ad un
grigio burocrate incravattato capace solo di tagliare i fondi ed elargire tanti
no, ma nel genere horror, in particolare, alcuni registi hanno potuto contare su
produttori che sono stati veri angeli custodi, persone con le maniche
orgogliosamente arrotolate pronti a sporcarsi le mani, John Carpenter ha avuto Debra Hill, a Wes Craven è toccato Peter
Locke ed è stata una grande fortuna.

“C’è l’aria condizionata in questa macchina? Alzala un po’ in questo deserto si crepa, altro che cannibali!”

La sceneggiatura iniziale scritta dallo stesso Wes s’intitolava “Blood Relations”, un titolo che metteva bene in chiaro il tema del
film, una storia che Craven aveva scritto ispirandosi in parte al personaggio
di Sawney Bean, capo di un clan scozzese composto da più di quaranta persone
vissuto nel XVI secolo, responsabile secondo la leggenda di numerosi omicidi, ma
per non farsi mancare proprio niente, anche di atti di cannibalismo. Bean e la
sua famiglia si nascondesero in grotte e per anni sfuggirono alla cattura che
quando avvenne fu esemplare: condotti ad Edimburgo per ordine di re Giacomo
vennero arsi vivi in pubblica piazza, scatenando reazioni violente presso la
popolazione “civilizzata”, virgolette obbligatorie, perché proprio l’idea di
rispondere alla violenza con lo stesso tipo di violenza, è l’argomento che
solletica il filosofo e laureato in psicologia Wes Craven.

Peter Locke diventa fondamentale nella riuscita di “Le
colline hanno gli occhi” per varie ragioni, prima di tutto è lui a convincere
Craven che questo titolo che suggerisce un senso di paranoia è quello giusto
per il film, dopodiché è lui a trovare il posto giusto per girare, Victorville
in California dove Craven si era trasferito per lavorare giorno e notte al suo
sogno di diventare regista. Locke e Craven guidano per ore nel deserto del
Mojave, rischiando anche la pelle, quando la loro macchina rimasta
momentaneamente in panne ha regalato ad entrambi il primo brivido legato a
questo film (storia vera). Per dirvi di quanto Locke fosse un produttore
atipico, se guardate bene, troverete proprio lui nei panni di Mercurio, uno dei
cannibali assassini di questo film, insomma per lui tutto, tranne che noioso
lavoro da burocrate!

Quanti produttori cinematografici vestiti da gallina avete visto nella vostra vita?

“The Hills Have Eyes” è una delle più riuscite pellicole
legate al filone ormai classico delle deviazioni sbagliate, una tipologia di
film che ha il suo padre nobile in “Un tranquillo weekend di paura” (1972) e
in Non aprite quella porta il titolo
di riferimento, anche per Craven, visto che ha sempre considerato questo suo
film una specie di sentito omaggio a quello di Tobe Hooper, da cui ha preso in
prestito anche parecchi oggetti di scena. Sì, perché le ossa finte e le pelli di
animali visibili nel film, sono una gentile concessione del “Kit” (come lo
chiamava lui) personale dello scenografo Robert A. Burns che aveva il cassone
del pick-up pieno di questi oggetti, gli stessi che aveva usato proprio
lavorando a “The Texas Chain Saw Massacre” (storia
vera).

Credo che film così rozzi ad una prima occhiata, ma in
realtà così profondamente iconoclasti nella loro volontà di puntare dritto alla
giugulare del pubblico siano diventati roba rara, sicuramente hanno fatto da apripista, discorso che vale anche per L’ultima casa a sinistra. Visto che il rosso sangue è il colore di Wes Craven, direi che qui ci sono gli
estremi per il Classido!

Il cast per un film che ruota così tanto intorno ai
personaggi è un passaggio importante, Craven e Locke non solo dovevano trovare
giusti, ma anche piuttosto coriacei, perché girare nel deserto non è certo una
passeggiata, parliamo di un posto in cui di giorno le temperature possono
arrivare vicine ai 50 gradi e di notte scendere sotto lo zero e il risicato
budget di 230.000 fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, non
garantisce certo di poter dormire tutte le notti all’Hilton, infatti il cast
non solo ha dovuto dividere una roulotte usata come camerino, ma ha spesso
dovuto portarsi da casa costumi e oggetti di scena (storia vera). Basta dire
che la scena della tarantola è stata aggiunta in corsa, dopo che Craven trovò
uno di questi adorabili ragnetti in un terrario, il tutto per la gioia di Dee
Wallace che ha candidamente ammesso che il terrore che la sua Lynne manifesta
in quella scena, non è frutto del suo talento di attrice (storia vera).
Per la selezione degli attori Craven sceglie metodi bizzarri,
ma efficaci, ad esempio Janus Blythe ha ottenuto il ruolo della selvaggia Ruby,
dopo la classica prova di recitazione davanti al regista e la meno canonica
gara di corsa organizzata da Craven, chi di voi corre più forte avrà la parte,
perché Ruby nel film avrà parecchie scene di corsa, pare che Janus “figlia del
vento” Blythe abbia stracciato la concorrenza, malgrado una partenza non
proprio brillantissima.

Voi la vedete così, ma questa corre come Usain Bolt.

Le due famiglie protagoniste nel film, sono opposte in
tutte, da una parte abbiamo i Carter provenienti dall’Ohio (come Craven) e in
cerca di fortuna in California (come Craven… ma anche come i protagonisti di
“Furore” di John ford, tra le ispirazioni dichiarate del film) sono biondini,
bellini, puliti e pettinati, ma soprattutto bianchi, hanno una nonna amorevole e
un nonno poliziotto in pensione che si comporta come uno che pensa di saperla
lunga e gira ancora con la rivoltella. Sono la classica famiglia da telefilm
con ben poche ombre, al massimo battibeccano scherzando sui Freud («Sai cosa
dice Freud di chi è ossessionato dai serpenti?») in quella che è una costante
per zio Wessy, anche in L’ultima casa a sinistra ci scappava una battuta sul vecchio Sigmund. Umorismo da
psicologi, tranquilli tutto normale.

Nell’angolo rosso (sangue), invece, abbiamo la famiglia di
selvaggi cannibali in cui i carter s’imbattono per via della solita deviazione
ardita e di un guasto meccanico (potreste aver visto circa cento horror come
questo, molti dei quali ispirati al lavoro di Craven), il velato sottotesto è
che questi simpaticoni siano anche il sottoprodotto degli esperimenti nucleari
condotti dall’esercito nel deserto e da questo punto di vista avere tra le
fila dei cattivoni quella leggenda di Michael Berryman aiuta parecchio.
Doveroso paragrafo dedicato al mito in arrivo!

Certe facce appartengono al cinema presenta: Michael Berryman!

Berryman 1,88 di adorabile voglia di abbracciarlo, una sorta
di Chewbacca glabro per via di una rara forma di displasia ectodermica
ipoidrotica da cui è afflitto dalla nascita, tormentata aggiungerei, perché per
dirla alla sua maniera: i dottori hanno dovuto intervenire sul suo cranio non
completamente formato per salvargli la vita. Il risultato è la caratteristica
forma del cranio che lo ha reso un caratterista impossibile da non notare, era
uno dei pazienti in Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma è grazie a Craven e al suo personaggio qui, il
selvaggio Plutone che Berryman è diventato una leggenda dei film horror. Motivi
per volergli bene? Parecchi, ma lasciatemi raccontare questa, durante il tour promozionale
di “Le colline hanno gli occhi” in un cinema di Detroit una signora si alza in
piedi urlando che la pellicola è malata e perversa, toc toc, ditone che bussa
sulla spalla della signora che voltandosi nella poltrona dietro alla sua chi
trova? Berryman, uno dei cannibali del film che si è divertito a rispondere:
«Ha ragione signora, è davvero roba perversa questa» (storia vera). Facile che
la signora stia ancora correndo e urlando oggi.

“Le colline hanno gli occhi” con il suo budget minuscolo e il
suo aspetto così smaccatamente anni ’70 (che è anche il migliore dei
complimenti che si possa fare ad un film) può sembrare qualcosa di già visto e
velatamente bacchettone nella premessa, ma durante il corso dei suoi 89 minuti
(tagliati, per evitare il divieto ai minori che lo avrebbe ucciso al
botteghino) scopre le sue carte molto bene, confermando ancora oggi la sua
capacità di tenere lo spettatore incollato allo schermo.

“Ma dove ci hai portato, nel Nebraska?” (cit.)

Sì, perché prima Craven riesce a farci affezionare ai Carter,
dopodiché introducendo un po’ alla volta la famiglia di cannibali con i nomi
degli Dei greci, porta in scena una lotta per la sopravvivenza che altro non è
che la rappresentazione della natura umana: porta un uomo civilizzato al
limite, costringilo spalle al muro e quello si sfiderà al cervello rettile e
tirerà fuori la bestia dentro di sé. Da vero Iconoclasta quale è sempre stato,
Craven si scaglia contro la facciata della famiglia classica, dicendoci
apertamente che tra i cannibali (forse anche mutanti) che vivono nel deserto
nutrendosi di passanti ignari e la famigliola borghese dell’Ohio, non c’è
proprio nessuna differenza.

La famiglia tradizionale (di cannibali)

Il professor Craven espone la sua tesi con il piglio dello
studioso della natura umana, ma espone la teoria usando i mezzi proprio del
regista horror, uno di quelli di pura razza aggiungerei io, perché “Le colline
hanno gli occhi” procede spedito in un crescendo di violenza ancora
efficacissimo oggi.

In un tempo incredibilmente breve assistiamo alla scena di stupro
della povera Brenda (Susan Lanier) in cui non si vede nulla per nostra fortuna,
ma quello che si sente basta e avanza, le urla della Lanier sembrano non finire
mai, un supplizio per il personaggio, ma anche per noi spettatori, in cui si
consumano anche le dinamiche distorte tra i componenti della famiglia di
selvaggi con Marte che intima a Plutone: «Devi aspettare per diventare uomo».

Craven quando si tratta di violenza, non prende prigionieri.

Ma se questa scena non fosse abbastanza, Craven senza
concederci un attimo di tregua prima uccide nonno Bob con la scena dell’albero
dato alle fiamme e poi ottiene dalla bravissima Virginia Vincent una scena
straziante, con la donna che davanti al cadavere del marito ha una mezza crisi
isterica in grado di far stringere il cuore allo spettatore («Quello non è il
mio Bob! Quello non è il mio Bob!»). tutto finito? Col cavolo! Craven non alza
mai il piede dall’acceleratore e infila dentro anche il rapimento della neonata
da parte dei cannibali, l’ultima curva di una lunga sequenza che sembra
infinita nella sua volontà di maltrattare i protagonisti (e noi spettatori).

Avete presente tutti quei film contemporanei americani che raccontano la bellezza della famiglia? Ecco Craven era di un altro avviso.

Craven è il regista che più di tutti ha resi umani e
tridimensionali gli assassini e qui apre davvero la borsa dei trucchi per
farlo, ma allo stesso tempo porta avanti la sua teoria sulla natura umana con
quell’approccio colto che lo ha sempre contraddistinto. La controffensiva dei
Carter parla chiarissimo in tal senso.

Quando Brenda e Bobby (Robert Houston) decidono di utilizzare il cadavere della nonna come esca, posizionandolo su una sedia al centro di una trappola, lo fanno disperandosi e piangendo, ma è il momento chiave in cui i membri della famiglia borghese e civilizzata scelgono da che parte stare: invece di rispettare la sacralità dei corpi dei defunti che è tipica della nostra cultura, fanno la scelta spontanea di usare il corpo come mezzo per salvarsi la pelle. Infatti, quando i loro aguzzini cadono nella trappola, i due ragazzi se la ridono felici, dimenticando molto presto il dolore per la perdita della donna.

“La nonna è salita sul tetto…” (Cit.)

Il finale di “Le colline hanno gli occhi” non fa sconti,
anzi, ad essere corretti un paio li ha anche fatti per nostra fortuna, ad
esempio, Craven era convinto che la bimba nel film doveva finire uccisa, ma
tutto il cast insistendo è riuscito a convincerlo del contrario (storia vera).
L’altra concessione fatta dal sanguinario professor Craven, in realtà, è quella
di essersi reso conto da solo che il finale bonaccione (che trovate tra gli
extra del DVD del film) avrebbe solo fatto crollare tutta la sua tesi, infatti
per coerenza ha scelto il più tosto possibile, un finale che arriva di colpo, inatteso
come una banda di cannibali che decide di volerti trasformare nella loro cena.
Il film, infatti, si conclude con Doug (Martin Speer) che dopo aver vinto e
ucciso il feroce Marte, continua a colpirlo selvaggiamente ancora, ancora e
ancora, al professor Craven basta sfumare tutto sul rosso e far partire i
titoli di coda, la natura umana ha trovato un altro modo per uscire fuori e
mordere.

“Salve buongiorno, sono la natura umana, piacere di morderla”

“Le colline hanno gli occhi” esce in piccoli cinema di
provincia, ma diventa subito un grande successo, la sua unica sfortuna
commerciale è stata quella di uscire poco prima di un grande successo come “Il
bandito e la madama” (1977) così popolare da occupare parecchie sale e
rallentare, in parte, la marcia trionfale del film di Craven che, costando
noccioline, è riuscito comunque a portarsi a casa 25 milioni di fogli verdi con
sopra i ben noti ex presidenti spirati. Inoltre la mia passione per le frasi di lancio, trova libero sfogo in questo film, la sua “I più fortunati, moriranno per primi” (che ho voluto omaggiare nel titolo del post) è una delle migliori di sempre, non proprio come quella di Alien, ma quasi.

Un successo che apre molte porte a Craven e che ha lanciato
almeno un paio di icone horror notevoli, di Berryman vi ho già parlato, ma
anche Dee Wallace è stata lanciata da questo film che ha la curiosità di
essere anche il primo capitolo di una “rivalità” a distanza niente male.

Certe facce appartengono al cinema 2 (la vendetta) presenta: Dee Wallace!

Sì, perché nella roulotte dei Carter, fa bella mostra di sé
il poster strappato del film Lo Squalo,
inoltre Craven ha sempre avuto la lingua piuttosto lunga e con quella sua
espressione da Stregatto psicotico (lo dico con affetto, lo Stregatto è il mio
personaggio di Alice preferito) quando parlava dei suoi film, gongolava e una
volta arrivò ad affermare che il capolavoro di Spielberg era solo “Horror pop”
non vero Horror come il suo film, affermazione che Sam Raimi non prese
benissimo ed ecco perché nello scantinato di La Casa, compare proprio un poster di “Le colline hanno gli occhi”,
ovviamente strappato. Una bonaria faida che è andata avanti parecchio, anzi,
magari potrei approfittare della rubrica per raccontare tutti i round di questa
sfida a distanza.

Craven manda a segno il primo colpo…
…Sam Raimi risponde con un montante!

Per Craven i mostri sono sempre ad un passo da noi,
arrivano da un mondo che si trova a pochissima distanza dal nostro possono
essere gli stupratori di L’ultima casa a sinistra, violenti e folli anche se arrivano solo da quel brutto quartiere
che non vogliamo visitare mai, oppure i cannibali di questo film che vivono
coperti di pelli nel mezzo del deserto, ma sono del tutto identici a qualunque
buona famiglia dell’Ohio, è normale che proprio Craven sia stato il papà del
mostro che arriva da un mondo adiacente al nostro (quello dei sogni) e che ci
colpisce quando siamo più deboli (nel sonno), ma per quello ci sarà tempo,
questa rubrica è ancora lunga e ha ancora alcune tappe sul su percorso, la
prossima, ad esempio, è fondamentale, quindi ci vediamo di nuovo qui tra sette
giorni, sempre lungo Craven Road.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Il mostro della laguna nera (1954): auguri Gill-Man!

    Tra i compleanni di un certo peso, uno in particolare scaldava il mio cuoricino rettile di amante dei film di mostri, mi riferisco ai primi settant’anni del mitico Gill-Man, il [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing