Home » Recensioni » Le cronache dei morti viventi (2007): mentire ventiquattro volte al secondo

Le cronache dei morti viventi (2007): mentire ventiquattro volte al secondo

Prima o poi arriva il momento per un regista di riflettere
sullo scontro tra realtà e finzione che poi, con un sacco di zombie in più è
quello che tratta il nuovo capitolo della rubrica… Lui è leggenda!

«La macchina da presa mente in continuazione, mente
ventiquattro volte al secondo»

La massima di Brian De Palma è famosissima, non solo perché
riassume l’essenza stessa del cinema, ma tornerà molto ultile per “Diary of the
dead”, il quinto film di zombie di George A. Romero… Diciamolo tutti insieme,
per cosa sta la “A”? Amore! Oh, bravi, dopo averlo ripetuto in ogni capitolo
della rubrica ormai è chiaro a tutti.
La terra dei morti viventi non solo ha ricordato al mondo che il papà degli zombie al cinema
aveva ancora molto da dire, ma soprattutto è stato un film che è riuscito a
rendere nuovamente i “Blue Collar Monsters” di Romero nuovamente una critica
sociale, anzi proprio politica, recuperando una componente sovversiva che
avevano perso da tempo nell’horror dei primi anni 2000. Sapete cosa andava
forte nello stesso periodo, la tecnica cinematografica del “Found footage” che
tra i vari “Paranormal Activity” ci ha sfracellato i maroni (e fatto venire il
mal di mare) fino all’altro ieri, in un tripudio di inquadrature tremolanti e
protagonisti che urlano «Oh my God!» mentre corrono con la telecamerina in
mano, una “novità” che come tutte le novità vendute tra squilli di tromba al
pubblico, in realtà è solo una vecchia trovata a cui è stata data una mano di
bianco.
In principio fu il classico “Cannibal Holocaust” (1980) di Ruggero
Deodato a mescolare snuff movie e finto documentario, ma ancora prima “The
Legend of Boggy Creek” (1972) sfruttava un trucco molto simile per raccontarci
di un Bigfoot piuttosto incazzato, ma quando si parla di “Found footage” il
titolo che tutti conoscono, anche quelli che non lo hanno mai visto è “The
Blair Witch Project” (1999) che ha letteralmente sfasciato la diga che per un
decennio buono ha allagato i cinema di film di questo tipo. Evidentemente zio
George deve aver pensato: «E io chi sono? Il figlio della serva!?», perché
anche lui ha deciso di lanciarsi in questa pratica, ma lasciatemi fare ancora
un paio di considerazioni.

Zio George indica il punto esatto dello stomaco, dove gli si sono bloccati tutti questi “Found footage”.

Il successo commerciale di Land of the dead, avrebbe
lasciato intendere che la Leggenda, avrebbe continuato a produrre film magari
sotto l’egida di qualche grossa casa di produzione, invece con una scelta, a mio
avviso, molto coerente con la sua indole ribelle, Romero nel 2007 fece una
scelta diversa, appena tre milioni di ex presidenti defunti stampati su carta
verde, per un piccolo film con il 100% del controllo creativo, qualcosa che
Romero stesso ha sempre definito come venuto fuori dal suo cuore (storia vera).

Quello che, però, trovo piuttosto chiaro è che sopravvissuto
al lunghissimo periodo di bassa marea degli anni ’90, ma in fondo da sempre
falcidiato dall’enorme problema di trovare fondi per produrre i suoi film,
Romero si fosse rassegnato, con quel misto di cinismo e senso dell’umorismo che
lo hanno sempre contraddistinto, al fatto puro e semplice che da lui il mondo
volesse solo film con gli zombie. Di questo argomento parleremo anche nel
prossimo capitolo (purtroppo l’ultimo) di questa rubrica, ma già in “Diary of
the dead” è chiaro che Romero utilizzi i suoi zombie ancora una volta per
mettere l’umanità con le spalle al muro e costringerla a rivelarsi per quello
che è davvero più mostruosa e meno degna di stima di quei mostri caracollanti
che non hanno colpa delle nostre idiosincrasie, insomma, quello che Romero ha
sempre fatto dal 1968 in poi, quando la sua rivoluzione cinematografica è cominciata.

Non sembrate proprio l’A-Team, ma dovremmo farci bastare voi.

“Le cronache dei morti viventi” esce nel 2007 e qui da noi
in uno strambo Paese a forma di scarpa, sono riusciti a vederlo in sala solo
una manciata di fortunati che hanno potuto raggiungere le poche sale a Roma
dove lo trasmettevano nel 2009, per tutti gli altri è toccato farsi bastare il
DVD uscito solo nel 2010, tre anni che ho passato a seguire le vicende di
questo film che ancora oggi mi provoca sentimenti contrastanti. Penso che sia
uno dei miglior film ad utilizzare la tecnica del finto documentario e che sia
molto intelligente (e coerente) nella sua critica alla società, ma allo stesso
tempo penso che abbia dei problemi di ritmo notevoli e chi si aspetta un
classico film di zombie, potrebbe restare abbastanza deluso.

Sì, perché alla Leggenda non interessa utilizzare il
trucchetto della soggettiva in prima persona per creare tensione e far fare
qualche salto sulla sedia al pubblico, come accadeva ad esempio in “REC” uscito
guarda caso lo stesso anno di “Diary”, ma nemmeno buttarla su una spettacolarità
a tutti i costi, ben oltre il senso del ridicolo come accadeva in “Cloverfield”
(2008). No, Romero è più interessato a parlarci della realtà e della percezione
della realtà, un discorso che al cinema (sempre nel 2007) portava l’autore
della frase che ho citato in apertura, Brian De Palma con il suo “Redacted”.

Non ditelo a GIEI GIEI, altrimenti anche questo film entrerà a far parte del Cloverfield-verse!

Romero ci riporta idealmente alla prima notte (dei morti viventi), i suoi amati zombie
sono sempre gli stessi, ad essere cambiati in peggio siamo noi umani che ora
abbiamo a disposizione una tecnologia che nel 1968 era fantascientifica, mentre
oggi è alla portata di tutti, ma il proliferare di macchine da presa, computer
e in era più recente Smartphone, ha semplicemente moltiplicato all’infinito i
punti di vista e le persone convinte di poter mostrare la realtà, ma di fatto
diluendola tra centinaia di punti di vista, tutti ossessionati dal guardare
come tanti “Peeping Tom”, per citare un classico di Michael Powell.

Fin dai primi cinque minuti del film quelli che, come ripeto
sempre, sono quelli che danno tutto il tono alla pellicola, Romero mette in
chiaro la sua posizione in modo netto e didascalico, la macchina da presa non
potrà mai catturare la realtà dei fatti, finché ci sarà qualcuno a tirare i
fili coreografando gli eventi, infatti la prima resurrezione di zombie viene
ripresa in diretta, ma il suo pericolo passa in secondo piano, perché l’operatore
impegnato a riprendere la scena, da una parte modifica lo scenario che in
teoria dovrebbe limitarsi a guardare, facendo spostare un ambulanza che gli
rovina l’inquadratura, dall’altra non agisce e lascia che delle persone
muoiano spinto da quell’istinto voyeuristico che ci porta a rallentare quando
per strada c’è un incidente e con la convinzione di stare salvando la realtà
nella memoria di una macchina da presa digitale.

La realtà, o quella che ci viene spacciata come tale.

Per ribadire il concetto è farlo arrivare bello chiaro
al pubblico, Romero affida (in apparenza) il ruolo di protagonista, ad un
personaggio che più odioso di così sarebbe quasi impossibile, quella calamita
per schiaffone che risponde al nome di Jason Creed (Joshua Close) un giovane
documentarista con la fissa per gli horror, con l’ossessione di tramandare ai
posteri la verità dei fatti, convinto che la verità sia tale, solo una
volta colta dalla sua macchina da presa.

Ma sempre citando De Palma, la macchina da presa mente e
Jason lo fa a sé stesso, perché la sua ossessione per la realtà a tutti i
costi è una bella balla che racconta, visto che lui stesso nel corso di tutto
il film interviene alterando gli eventi, costringendo gli altri ragazzi
sopravvissuti a confessarsi con il pubblico inquadrati in primo piano, insomma
alterando la realtà e inserendo elemento soggettivi, dove dovrebbe solo
esserci l’oggettività nuda e cruda dei fatti.

“Perfetto così, fammi un bel sorriso per il primo piano…”.

Questo non potrebbe diventare più chiaro nel momento in cui il
gioco diventa ancora più metacinematografico, perché, infatti, le immagini che
vediamo, il girato che Jason voleva farci vedere a tutti i costi, in realtà, è
rimaneggiato dalla sua fidanzata Debra (la guardabile Michelle Morgan) che, oltre
ad essere un clamoroso caso di “Ma trovarti un fidanzato che non sia un
cretino, brutto?”, prende “Death of the dead” il film nel film girato da Jason
e si occupa di montare insieme le scene, di aggiungerci della musica, insomma
alterandolo per trasformarlo in un film, in quello che è l’unico caso a memoria
mia, di film “Found footage” con colonna sonora che, in teoria, questi film non
dovrebbero MAI avere, trattandosi di girato reale, spiegandoci anche il perché
per spaventarci, perché come dice la ragazza, le persone a volte hanno bisogno
di essere spaventati per capire davvero le cose. Quasi una dichiarazione d’intenti
da parte di Romero, sarà per questo che la Leggenda ha sempre aggiunto ai suoi
autografi le parole “Stay Scared” come ideale dedica?

Per questo ringraziate la Boba Fett degli autografi, la più grande cacciatrice di celebrità della galassia, la mia amica Elisa (dite tutti: Ciao Elisa!).

“Le cronache dei morti viventi” ha tutto il cinismo e l’intelligenza
di Romero che con una precisione invidiabile per tutti i 95 minuti del film,
smonta con il cacciavite tutte le aspettative che ruotano attorno al filone dei
film “Found footage”, nel film ci sono intere scene girate con telecamere a
bassa risoluzione, oppure inserti di telecamere di sorveglianza e filmati
caricati in rete, ma una buona parte della pellicola è girata con una macchina
da presa digitale ad alta risoluzione e con una fotografia spesso curatissima,
quasi a voler sottolineare la natura fittizia delle immagini che Jason Creed
voleva propinarci per reali.

I giochi di parole sul concetto “shoot the dead” si sprecano.

Ma “Diary” è anche uno dei film migliori e, per certi versi,
quello che ha saputo riflettere meglio sulla tecnica del finto documentario,
perché non scade mai nel ridicolo come accadeva nel già citato “Cloverfield”,
qui le batterie delle telecamere non sono eterne, vanno ricaricate, cambiate,
si spaccano e vanno sostituite, insomma trovate realistiche in un film che ci
ricorda per tutto il tempo che la realtà non può essere tale se manipolata,
abbellita con inquadrature migliori e musiche adatte, una riflessione sul modo
in cui le notizie ci vengono propinate da chi controlla l’informazione che non
potrebbe essere più chiaro di così e che, a ben guardare, è la continuazione
della critica sociale che nei film di Romero non è mai mancata.

Questo continuo gioco tra realtà vera e realtà percepita
non può che coinvolgere la struttura stessa dei film horror, infatti Romero ci
presenta i suoi protagonisti intenti a girare un piccolo Horror con una bionda
in fuga e una mummia, fatto per accumulare crediti scolastici e poi chiude il
film con la stessa bionda in fuga e lo stesso tipo vestito da mummia, solo che
stavolta è anche stato morso e trasformato in zombie, quindi la biondina
vorrebbe papparsela sul serio, con la differenza che nel primo caso tutto era
ripreso da una macchina da presa, coreografato e musicato (quindi finto), nel finale a riprendere il tutto sono le telecamere di sicurezza, quindi sarebbe
reale, anche se sembra una scena di un film, cosa che di fatto è, perché si
chiama “Diary of the dead” e lo stiamo guardando. Capitano il giochino, no?
Tutto così, per 95 minuti.

L’arte, che imita la vita, che imita l’arte, che imita un film di George A. Romero.

Persino i protagonisti sembrano scritti per prendersi gioco
delle aspettative del pubblico, sono dei cliché, fritti in olio di già visto e
servito con un contorto di dinamiche da film horror che conosciamo a memoria e,
in generale, sono una bella gara a chi risulta meno odioso, ma, a ben guardarli,
sono tutti scritti per togliere la sedia dell’abitudine da sotto il sedere allo
spettatore: il nerd non è quello pavido che muore subito, la biondina non muore
facendo vedere le tette mentre scappa, il “Bello figheiro” di turno non è il
cretino scemo, ma, anzi, quello più saggio di tutti è il professore che, in
teoria, dovrebbe rappresentare la consapevolezza che solo gli anni e lo studio
possono darti, è un ubriacone molesto che gioca a fare l’indiano, nel senso di
arco e frecce, non nel senso che fa finta di niente, anche se, a ben guardarlo,
fa anche un po’ l’indiano in quel senso.

Quando quello atletico del gruppo va KO, tocca al nerd salvare la giornata.

Quindi ci sta che la gang di neri dall’aspetto minaccioso
poi aiuti i protagonisti e che i militari che nei film di zombie di solito
vengono invocati come la salvezza (ma mai in quelli di Romero), qui rapinano i protagonisti e anzi torneranno
impuniti nel prossimo capitolo di questa rubrica. Ma se la realtà come ci viene
propinata è manipolata, allora perché non affidare le voci e le testimonianze
dei sopravvissuti al risveglio dei morti che per tutto il tempo si sentono nel
corso del film, a coloro che sono i massimi rappresentanti della finzione
venduta come realtà, registi, attori e scrittori? Quindi divertitevi a
riconoscere le voci di nomi noti che come gesto di stima verso la Leggenda, o
anche solo in amicizia, hanno deciso di fare un piccolo cameo vocale nel film,
gente come Simon Pegg, Quentin Tarantino, Guillermo Del Toro, Tom Savini e
Stephen King, riconoscere le loro voci è uno spasso, ma il migliore resta King,
il suo predicatore folle che al telefono intima a tutti di pentirsi per avere salve
le loro anime fa scompisciare dal ridere che, poi, è stata proprio la reazione
di Romero mentre al telefono registrava l’amico impegnato ad esibirsi in tale
capolavoro (storia vera).

Analizzandolo così, usando quella ciccia molliccia e grigiastra,
tanto ambito dai golosi zombie che abbiamo tutti dentro il cranio “Le cronache
dei morti viventi” è un film estremamente coerente con la filmografia di un
ribelle come George “Ammmore” Romero, ma anche un film che rende subito tutti
gli altri “Found footage” venuti dopo di lui già vecchi, peccato che i film
spesso non siano solo frutto di un giudizio apollineo, a volte funzionano
perché intrattengono anche il lato dionisiaco, ecco, “Diary” quando si tratta
di intrattenimento, va sotto bevendo dall’idrante.

Tu resta nei paraggi, che la prossima settimana tocca a te.

Quello che Romero già ottiene mostrando, purtroppo si sente
in dovere anche di farlo ripetere dalla voce narrante di Debra, quanto di più
didascalico e ridonante ci possa essere, dopo l’ennesimo monologo che prevede
frasi tipo, incredibile cosa siamo riusciti a diventare in poco tempo, ci
eravamo abituati a bla bla bla il film scade in momenti espositivi del tutto
superflui, posso capire che siano stati reiterati per sottolineare il concetto
di realtà manipolata, ma davvero non erano necessari e, secondo me, ammazzano
anche parecchio il ritmo del film.

Devo dire che la scena dell’Amish muto che comunica con i
protagonisti scrivendo su una lavagnetta con il gesso, non sono mai riuscito a
capirla molto, probabilmente è una delle tappe del percorso di finzione dei
protagonisti, ma resta il fatto che la trovo così divertente che ogni volta la
riguardo con gusto, certo, risulta fuori luogo rispetto al tono plumbeo della
pellicola, ma forse anche per questo funziona, oppure perché nessuno al cinema
ha mai “urlato” a qualcuno di scappare dagli zombie in arrivo scrivendo “Hurry”
e facendo un cenno del capo.

Il logopedista di willy il coyote.

Devo anche dire che “Diary” fa un sapiente uso di effetti
speciali vecchia scuola mescolati a quelli digitali, la scena del clown zombie
(quasi un marchio di fabbrica per
Romero) e quella dello zombie ucciso con l’acido sono ottenute con tecniche
opposte, ma entrambe funzionano alla grande, peccato soltanto che il ritmo del
film a tratti sia davvero troppo soporifero, perché ogni volta che finisco per
rivedermi questo film, ammiro e condivido la critica fatta da Romero, ma di
certo non posso dire che il coinvolgimento sia proprio alla stelle. D’altra
parte il perfetto equilibrio tra zombie, critica sociale e coinvolgimento dello
spettatore, Romero lo aveva già raggiunto nel 1985, mentre i suoi adorati mostri barcollanti, li aveva già idealmente salutati nell’ultima scena di Land.

Ve lo avevo detto che lo zombie Clown sarebbe tornato.

Ci siamo gente, la prossima settimana questa
rubrica arriverà al capolinea, lo so che lo dico tutte le volte, ma credetemi,
questa volta mi dispiace un po’ più delle altre. Ma in alto i cuori, non ho
ancora finito, per altri sette giorni almeno, sarò ancora in missione per conto
di zio George!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Trunk – Locked In (2024): bagagliaio che te ne vai lontano da qui chissà cosa vedrai

    Mille piattaforme di streaming e il risultato? Passi ore a sfogliare in cerca di qualcosa da guardare, oppure metti su un’altra volta il blu-ray di Grosso guaio a Chinatown e [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing