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Leatherface (2017): The Texas prequel massacre

Non credo che
riuscirò mai a scendere a patti con il concetto stesso di prequel, non sono uno
di quelli che crede che il finale sia la parte più importante in una storia,
anche se comunque conta, quindi se devi raccontare una storia in cui il finale
è già noto, dovresti avere davvero qualcosa che vale la pena raccontare.

Sapete cosa NON
trovo interessante? Le storie sulle origini dei personaggi cinematografici
famosi, cioè ho davvero bisogno di conoscere le origini di Han Solo? Ma ancora
meglio: serve davvero farci su un film? Steven Spielberg che non è l’ultimo
della pista, ha messo fine alla mania della storia sulle origini usando il
pretesto come introduzione all’ultima grande avventura del personaggio, esaurendo alla grande l’argomento. Sì, ho detto
ultima avventura perché i film di Indy sono tre, TRE! Non accetto discussioni
in merito.
Se i prequel sono
un modo per spiegare, trovo che spiegare le origini dei personaggi
cinematografici che da anni ci spaventano siano doppiamente dannosi, in teoria
dovrei provare empatia ed immedesimarmi nel povero disgraziato che si vede
inseguito da Jason, da Michael o da un cristone mezzo matto con una maschera
fatta di pelle umana intento a brandire una motosega per trasformarmi nella sua
cena, non viceversa.


Tra le maschere che un uomo può indossare ricordiamo l’argilla la mucca (Quasi-Cit.)

Quindi, un prequel
dedicato a Faccia di cuoio nasce già un pochino sfigato, anzi parecchio sfigato
visto che Tobe Hooper, l’uomo che creò il personaggio nel 1974 in quel capolavoro
di Non aprite quella porta, ha fatto
giusto in tempo ad assistere alla prima del film di cui era produttore (dettaglio
che la truffaldina pubblicità di uno strambo Paese a forma di scarpa non ha
mancato di sottolineare) e il giorno dopo ha lasciato questa valle di lacrime. Storia vera, purtroppo storia vera.

“Leatherface” che
originariamente avrebbe dovuto essere il titolo originale di “The Texas Chain
Saw Massacre”, nasce con in mano delle carte non proprio ottime, anche se i
suoi due registi, Julien Maury e Alexandre Bustillo, non sono propriamente due
sprovveduti.
Il loro film più
riuscito è sicuramente quella bombetta di “À l’intérieur” (Inside, 2007), mi
sono perso il successivo “Among the Living” (2007), mentre “Livide” (2011) mi è
sembrato un discreto casino, in ogni caso la coppia di registi era destinata
a dirigere almeno una delle grandi maschere del genere horror. A lungo sono
stati tra i papabili per il rilancio di “Nightmare”, “Halloween” ed “Hellraiser”,
tutti progetti abbandonati uno dopo l’altro per le solite divergenze artistiche.


Lens flare come se non ci fosse un domani.

Insomma, due che
si portano dietro una certa aurea di autorialità, per cui ha pure senso che
siano finiti a dirigere il nuovo capitolo di una saga famosa, ma forse meno
mainstream delle altre, almeno a giudicare dai primi capitoli, perché gli
ultimi rilanci diciamo hanno leggerissimamente inflazionato il titolo.

Il reboot diretto
dal maledetto Marcus Nispel nel 2003 me lo ricordo per un senso generale di
fastidio e per un’ammirazione focalizzata alla canottiera di Jessica Biel, anzi
al suo contenuto, lo dico per amor di precisione. Il primo prequel del reboot
(già mi gira la testa) diretto dal tizio delle Tartarughe Ninja l’ho completamente rimosso e penso sia un
bene, mentre il terzo capitolo in 3D uscito nel 2013, passerà alla storia per
un’unica ragione: aver avuto la concreta possibilità di giocarsi per
primo il topless di Alexandra Daddario e di aver fatto di tutto per evitarlo,
facendosi soffiare l’esclusiva dalla prima stagione di “True Detective” uscita
solo pochi mesi dopo. Come entrare nella storia dalla parte sbagliata.


Un cliente insoddisfatto, ha trovato un capello nella minestra.

Sceneggiato da Seth
M. Sherwood, nome che mi sembra palesemente fittizio e immagino sia l’equivalente
anglofono di Ajeje Brazorf, “Leatherface” è un compitino che riesce ad
intrattenere, in alcuni passaggi anche abbastanza bene, quanto di buono
troviamo nel film è quasi tutto imputabile ai due registi che, però, non si sono
sforzati più di tanto per dare il loro tocco. Insomma, il film risulta il
migliore della saga dai tempi del terzo capitolo del 1990, non mi sono annoiato
a guardarlo, ma dopo qualche giorno mi è rimasto pochino della visione, devo
ammetterlo.

S’inizia subito
forte con la festa di compleanno del piccolo Jed a cui la sua adorabile
famiglia regala una motosega e un povero Cristo su cui utilizzarla, un inizio
che, bisogna dirlo, attira subito l’attenzione, ma è anche piuttosto poco
ispirato, se fosse un prequel di Venerdì13 cos’avrebbe ricevuto in dono il protagonista? Un machete e una maschera
da Hockey?
Per fortuna l’adorabile
mammina è interpretata dalla brava Lili Taylor, una che è sempre molto efficace
ad interpretare la pazzoide ossessiva
e che qui è forse la migliore tra tutti i volti noti messi attorno ai giovani
protagonisti.


Una tenera mammina e l’adorabile nonno. Roba da rimpiangere di non essere orfani!

L’idea
di questo film per mescolare un po’ le carte è quella di far sì che tutti i
ragazzi vengano affidati ad un istituto mentale, che cambia i loro nomi per far
loro cominciare una nuova vita, ma è anche un ottimo modo per lasciare il
pubblico con il dubbio: chi diventerà lo sfigurato e pazzo Faccia di
Cuoio.

Non voglio
rivelarvi troppo perché questo è anche l’unico colpo di scena del film, posso
dirvi che la risposta è meno scontata di quello che sembrerebbe guardando i
possibili candidati, ma vi devo anche dire che la soluzione del giallo potrebbe
scontentare i puristi. Per quanto mi riguarda mi rimetto alla mia dichiarazione
di apertura: non trovo così interessante raccontare le origini a tutti i costi,
specialmente di un personaggio che faceva paura soltanto entrando in scena, come
accadeva nel capolavoro di Hooper del 1974.
Alexandre
Bustillo e Julien Maury tutto sommato sanno comunque il fatto loro, tra topi e topastri e l’atmosfera decadente del manicomio, i due registi piazzano un paio di scene
di gustoso disgusto, quando poi i giovani protagonisti rapiscono l’infermiera
carina e fuggono dall’istituto, il film riesce nell’impresa di farti pensare
solo ai personaggi e non al fatto che stai guardando un prequel dal finale
segnato.


Se vi sta sulle palle Iron Fist, potete consolarvi con questo film.

Per una buona
porzione “Leatherface” diventa un film ambientato sulle strade del Texas, un
posto dove procurarsi un fucile non richiede davvero troppa fatica ed è ancora
più facile ritrovarsi comunque a tifare per i ragazzi in fuga, anche perché tra
le fila dei “buoni” troviamo lo sceriffo Stephen Dorff e il vice sceriffo Finn Iron-Fist Jones, non proprio due
campioni del mondo di carisma, visto che il secondo fa la parte del viscido,
mentre il primo si lancia in un’improbabile imitazione di Sean Penn in “Mystic
River”, ma senza averne il talento (che poi è anche il grande problema della
carriera di Dorff, uno che mi ricordo giusto nella parte del vampiro quando
Wesley Snipes lo prendeva a calci).

“Mi sono già fatto la barba questa mattina, gentilissimo, come se avessi motosegato… Volevo dire accettato!”.

La cosa davvero
incredibile è che ad un certo punto “Leatherface” si trasformi in un film “On
the road” come “La casa del diavolo” (2005) di Rob Zombie, uno che se non fosse
stato per Tobe Hooper registicamente parlando non sarebbe mai esistito, a
questo punto forse sarebbe stato meglio fare un passo più deciso e far dirigere
questo prequel direttamente da Robertino Non-Morto, che forse sarebbe stato
anche più contento di poter dire la sua su Faccia di Cuoio piuttosto che su
Michael Myers, come ha già fatto non una, ma due volte!

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