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L’effetto He-Man di Brian “Box” Brown (2024): per il potere della malinconia!

Ero molto attratto da questa pubblicazione, edita qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa dalla Bao Publishing, perché è un fumetto che mi tocca a da vicino e dopo averlo letto, non posso che consigliarlo, penso che Brian “Box” Brown abbi firmato una sorta di testo sacro che avrà solo un difetto, parlerà ai convertiti o a coloro già disposti ad ascoltare, ma come avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi.

Quello di Brian “Box” Brown è un fumetto di non-fiction, avete presente un documentario? stessa cosa ma disegnato e su pagina. Il sottotitolo “Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia”, non è altro che la tesi che il buon Box – uno di noi, per età e passioni – si impone di sviscerare, riuscendoci per altro alla grande.

Perché mi interessava il soggetto? Mai stato un grande fan dei MOTU, sono più un tipo dia G.I.Joe e Tartarughe Ninja, da un annetto ho anche un profilo dedicato proprio a questa vecchia passione quindi come dire, sono bello caldo sull’argomento, inoltre i miei paradossi amo sviscerarli, o per lo meno conoscerli per capirli e “L’effetto He-Man” è un libro, un saggio, un fumetto di non-fiction, chiamatelo come volete, che tutti noi (ex) giovani Nerd, ma anche le generazioni successive, dovrebbero leggere con molta attenzione.

Si parte della guerra per arrivare alla guerra dei giocattoli.

Difetti? Se volete un fumetto di non-fiction disegnano alla grande ecco lasciate perdere, lo stile di Brian “Box” Brown è minimale ma azzeccatissimo, inoltre se come me avete amato la serie Netflix “I giocattoli della nostra infanzia” (tre stagioni al momento, molto consigliata) molte informazioni potrebbero risultarvi ridondanti, perché l’autore come bisognerebbe fare sempre, al fondo del suo libro o fumetto di non-fiction, da vero saggista, cita le fonti e quella serie risulta proprio tra questi, tanto che la Wing-Woman quando ha visto questo libro sul mio comodino, mi ha chiesto dell’eventuale legame con la serie (storia vera).

Altro difetto? Sarà perché conoscevo le informazioni raccontate dalla citata serie tv, ma prima di iniziare a sentir parlare di He-Man, il nostro Box la tocca pianissimo e la prende alla lontana, come tutti i documentari, anche questo su carta va seguito fino alla fine per poter avere tutti gli elementi per sviscerare la tesi, quindi lo ammetto candidamente, tre quarti della lettura mi sono sembrati un’esposizione di fatti che già conoscevo, ma il finale in cui l’autore tira le somme ti fa esplodere una bomba di presa di coscienza in testa davvero notevole, almeno per quelli della mia leva.

L’INFANZIA. Con tutte le lettere maiuscole (e i muscoli)

L’assunto da cui parte l’autore è la ben rodata macchina della propaganda americana, allenatissima nel vendere guerre “giuste” a partire dalla prima, quella mondiale. Le immagini, gli slogan, il modo di diffonderle, uno strumento perfetto che negli anni ’80 della Reaganomics ormai era oliatissimo e al servizio di una cultura che premiava la strapotenza, fisica, economica e ovviamente, del capitale. Il buon Box illustra alla perfezione come He-Man, G.I.Joe e Transformers fossero i perfetti giocattoli per il target di riferimento, maschietti bianchi di ceto medio che per loro stessa natura, sono il pubblico perfetto, per età e disponibilità economica (dei genitori).

I bambini non distinguono tra realtà e finzione, per loro quello che passa in tv è indistinguibile, un esempio me lo ha dato un collega padre di famiglia, che mi ha raccontato di come il figlio, abituato a Netflix e al TuTubo, gli abbia chiesto di “mandare avanti” il discorso di capodanno di Mattarella (storia vera). Brian “Box” Brown spiega con dovizia di dettagli come la macchina della propaganda applicata al capitale, abbia saputo sfruttare quelle piccole spugne chiamate cervellini dei suoi spettatori di riferimento, sfruttando a suo piacimento le lacune del sistema, anche per cambiare i palinsesti, creando pubblicità di ventidue minuti di durata, che ora noi ricordiamo come il cartone animato di He-Man, nato apposta per vendere i giocattoli della Mattel, e con l’arrivo di George Lucas e il suo accordo milionario con la Kenner, le cose non sono che peggiorate.

Non è divertente perché è successo davvero.

“L’effetto He-Man” racconta alla perfezione gli effetti a lungo termine del martellamento pubblicitario sul cervello dei più piccoli, trasformati eternamente in clienti affiliati a vita, avete passato (anzi sprecato) del tempo a spiegare a qualcuno su “Infernet” che no, un nuovo film non “rovina l’infanzia”? Bene, qui Brian “Box” Brown ci porta all’origine storica e scientifica di questa espressione e di tutte le reazioni (anche razziste e sessiste) legate ai casting dei nuovi film, ribadisco, lettura che dovrebbe essere obbligatoria per quello che mi riguarda.

Volete un esempio? Un personaggio minore della saga di “Guerre Stellari” come Boba Fett, il suo mito è cresciuto grazie al giocattolo promesso dalla Kenner per Natale degli anni ’80, mai uscito (e convertito in un buono, che non faceva che aumentarne l’attesa) a causa di un difetto, la molla nel suo zaino non faceva sparare il razzo, come il giocattolo prometteva di fare secondo la pubblicità della Kenner.

Come creare il bisogno….

Balzo in avanti, ora che la saga di Star Wars è interamente sulle spalle di Boba e Mandalorian vari (che sono tutti suoi derivati), ovvero rappresenta il cuore di “Guerre Stellari”, il personaggio è passato dalla seconda fila al palcoscenico della saga, ed ora pensateci, quando lo abbiamo visto tornare in scena nell’episodio sei della seconda stagione di The Mandalorian, il nostro Boba cosa faceva? Lanciava un razzo dal suo zaino.

… Come alimentarlo e continuare a venderlo.

Se non vi basta questo a convincervi a fare un esame interiore leggendo “L’effetto He-Man” non so proprio cosa potrebbe farlo, siamo davanti ad un nuovo testo sacro, anche solo per provare a sopravvivere ai vari «Mi hanno rovinato l’infanzia!» che proliferano su “Infernet”.

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  1. Bah, io avevo le action figures di Bravestarr.
    Il mainstream mi annoiava già da piccolo. Avevo anche il Valkirie di Macross/Robotech. Non sono mai riuscito a trovare le action dei Sceriffi delle Stelle… grandissimo rimpianto.

    • Avevo solo il principe Adam, il più sfigato dei MOTU ma avevo (e ancora ho da qualche parte) TUTTA la collezione di Bravestarr, ho sempre amato il Western (storia vera). Ma questo non cambia di una virgola il discorso, anche quello era un cartone nato per vendere la linea di giocattoli, era solo meno famoso. Cheers!

  2. Per quel che riguarda i MOTU, pur facendo parte del target di riferimento, avendo 9 anni quando sono sbarcati in Italia, al di là dei cartoni che passavano su Rete4 e delle pubblicità a fumetti su Topolino che mi piacevano molto, non hanno mai fatto presa sul mio giovane cervellino, probabilmente perché ero già in fissa con i Lego, dei quali attendevo trepidante il catalogo annuale, quello sì che produceva un hype pazzesco su di me piccolino, quante volte lo sfogliavo (ora ne escono due all’anno, per il numero esorbitante di set presenti)…
    Però, effettivamente, il continuo martellamento che abbiamo subito in quegli anni ha sicuramente lasciato degli strascichi importanti, seppur inconsapevoli. Per quel che mi riguarda il “mancato possesso” delle console del passato mi ha spinto poi a comprare le edizioni mini quando sono state commercializzate negli ultimi anni, rimaste poi lì a prendere polvere dopo averle usate un paio di volte… Però il desiderio di possedere qualcosa che non si è potuto avere da ragazzi, oltre al fatto che fossero offerte a dei prezzi accessibili, mi ha spinto compulsivamente ad acquistarle quando sono state immesse sul mercato (con i produttori che le hanno commercializzate per un ristretto periodo di tempo, rendendole poi, di fatto, introvabili successivamente).
    Anche io, caro Cass, come te sono molto più appassionato di G.I. Joe che trovo tremendamente più fighi, non fosse altro per i veicoli militari, anche se per me il massimo erano M.A.S.K. e i Valkyrie di Robotech / Macross che purtroppo non ho mai potuto avere, perché già ai tempi costavano un rene…
    Buon martedì!

    • Nel caso avessi Joe da scambiare fai un fischio detto questo sì, siamo i nuovi consumatori di oggi, il libro lo mette bene in chiaro, buon martedì anche a te 😉 Cheers

  3. Interessante oltre che inattaccabile, direi, l’analisi di Brown a riguardo. La fase MOTU l’ho attraversata anch’io, come tanti, anche se con un certo ritardo avendo già fatto il rodaggio nella precedente fase anni ’70 (non trattata all’ interno della serie Netflix, se ricordo bene) con questi indimenticati tipi qua 👇
    https://en.wikipedia.org/wiki/Dinky_Toys Episodi di varie serie (e specialmente quelle girate in “Supermarionation”) in stile vetrina pubblicitaria per modellini c’erano anche allora, ovviamente, ma lo stile britannico era assai diverso e non certo così propagandista come nel caso dei cugini yankee…

    • Ricordi bene, la serie parte dagli anni ’80, anche i Joe nella loro versione antecedente, sono citati sì, ma il giusto. Cheers!

  4. Beh, dico da sempre che gli americani non hanno gusto. Ma che pero’ ti sanno imporre i loro prodotti.
    Eccome se lo fanno.
    Al punto che quando ero andato negli states una ventina d’anni fa per quel famoso viaggetto, ero li’ che dicevo a mio fratello “Quanto ci fai su che tra vent’anni sara’ cosi’ pure da noi?”
    E infatti.
    Culturalmente e commercialmente siamo una loro succursale. Ma sin dal dopoguerra.
    Dettano mode, tendenze, consumi.
    Gia’. I bambini, specie quelli molto piccoli, non distinguono tra realta’ e finzione.
    E un’altra cosa. Ben piu’ inquietante.
    Pare che se ti riesci a fare concentrare una mente sullo stesso concetto per oltre i 15 minuti, quella mente si fissa sul concetto in questione e non riesce piu’ a pensare ad altro.
    E questo i tizi del marketing lo sanno benissimo.
    Ma sai qual’e’ la cosa che fa paura?
    Che questa cosa l’ho letta su un libro che parlava di serial killers e di criminologia.
    L’ossessione (pure quella omicida) si basa sul medesimo principio. Ed e’ lo stesso metodo usato dalle sette fanatiche e dai gruppi estremisti.
    Quindi si può parlare di metodologia CRIMINALE?
    Io la risposta me la sono data da solo. E ognuno si dia la sua, come si dice in questi casi.
    Ne ho sentito parlare, e infatti volevo leggerlo.
    Dopo il tuo post, motivo in piu’ per recuperarlo.
    Buona domenica!!

    • Concordo su tutta la linea, per quello ci tenevo a consigliarlo, buona Domenica! Cheers

  5. Ne parlai anch’io sul blog tempo fa. A me sembrò una lettura ridondante, che predicava ai convertiti. Ero già a conoscenza di quasi tutte le informazioni che da e avevo già fatto per conto mio TUTTE le riflessioni che suggerisce. Certo, ci sono anche cose interessanti che non sapevo, ma sono una piccola parte. Per questo, non mi ha colpito molto. concordo però sul fatto che andrebbe fatto leggere a chi, invece, a queste cose non ci è arrivato per conto suo.

    • Ho avuto esattamente la stessa sensazione, eravamo già arrivati alla stessa conclusione, ma proprio per questo va consigliato a tutti gli altri. Cheers!

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