
Ero molto attratto da questa pubblicazione, edita qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa dalla Bao Publishing, perché è un fumetto che mi tocca a da vicino e dopo averlo letto, non posso che consigliarlo, penso che Brian “Box” Brown abbi firmato una sorta di testo sacro che avrà solo un difetto, parlerà ai convertiti o a coloro già disposti ad ascoltare, ma come avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi.
Quello di Brian “Box” Brown è un fumetto di non-fiction, avete presente un documentario? stessa cosa ma disegnato e su pagina. Il sottotitolo “Come i produttori americani di giocattoli ti vendono i ricordi della tua infanzia”, non è altro che la tesi che il buon Box – uno di noi, per età e passioni – si impone di sviscerare, riuscendoci per altro alla grande.
Perché mi interessava il soggetto? Mai stato un grande fan dei MOTU, sono più un tipo dia G.I.Joe e Tartarughe Ninja, da un annetto ho anche un profilo dedicato proprio a questa vecchia passione quindi come dire, sono bello caldo sull’argomento, inoltre i miei paradossi amo sviscerarli, o per lo meno conoscerli per capirli e “L’effetto He-Man” è un libro, un saggio, un fumetto di non-fiction, chiamatelo come volete, che tutti noi (ex) giovani Nerd, ma anche le generazioni successive, dovrebbero leggere con molta attenzione.

Difetti? Se volete un fumetto di non-fiction disegnano alla grande ecco lasciate perdere, lo stile di Brian “Box” Brown è minimale ma azzeccatissimo, inoltre se come me avete amato la serie Netflix “I giocattoli della nostra infanzia” (tre stagioni al momento, molto consigliata) molte informazioni potrebbero risultarvi ridondanti, perché l’autore come bisognerebbe fare sempre, al fondo del suo libro o fumetto di non-fiction, da vero saggista, cita le fonti e quella serie risulta proprio tra questi, tanto che la Wing-Woman quando ha visto questo libro sul mio comodino, mi ha chiesto dell’eventuale legame con la serie (storia vera).
Altro difetto? Sarà perché conoscevo le informazioni raccontate dalla citata serie tv, ma prima di iniziare a sentir parlare di He-Man, il nostro Box la tocca pianissimo e la prende alla lontana, come tutti i documentari, anche questo su carta va seguito fino alla fine per poter avere tutti gli elementi per sviscerare la tesi, quindi lo ammetto candidamente, tre quarti della lettura mi sono sembrati un’esposizione di fatti che già conoscevo, ma il finale in cui l’autore tira le somme ti fa esplodere una bomba di presa di coscienza in testa davvero notevole, almeno per quelli della mia leva.

L’assunto da cui parte l’autore è la ben rodata macchina della propaganda americana, allenatissima nel vendere guerre “giuste” a partire dalla prima, quella mondiale. Le immagini, gli slogan, il modo di diffonderle, uno strumento perfetto che negli anni ’80 della Reaganomics ormai era oliatissimo e al servizio di una cultura che premiava la strapotenza, fisica, economica e ovviamente, del capitale. Il buon Box illustra alla perfezione come He-Man, G.I.Joe e Transformers fossero i perfetti giocattoli per il target di riferimento, maschietti bianchi di ceto medio che per loro stessa natura, sono il pubblico perfetto, per età e disponibilità economica (dei genitori).
I bambini non distinguono tra realtà e finzione, per loro quello che passa in tv è indistinguibile, un esempio me lo ha dato un collega padre di famiglia, che mi ha raccontato di come il figlio, abituato a Netflix e al TuTubo, gli abbia chiesto di “mandare avanti” il discorso di capodanno di Mattarella (storia vera). Brian “Box” Brown spiega con dovizia di dettagli come la macchina della propaganda applicata al capitale, abbia saputo sfruttare quelle piccole spugne chiamate cervellini dei suoi spettatori di riferimento, sfruttando a suo piacimento le lacune del sistema, anche per cambiare i palinsesti, creando pubblicità di ventidue minuti di durata, che ora noi ricordiamo come il cartone animato di He-Man, nato apposta per vendere i giocattoli della Mattel, e con l’arrivo di George Lucas e il suo accordo milionario con la Kenner, le cose non sono che peggiorate.

“L’effetto He-Man” racconta alla perfezione gli effetti a lungo termine del martellamento pubblicitario sul cervello dei più piccoli, trasformati eternamente in clienti affiliati a vita, avete passato (anzi sprecato) del tempo a spiegare a qualcuno su “Infernet” che no, un nuovo film non “rovina l’infanzia”? Bene, qui Brian “Box” Brown ci porta all’origine storica e scientifica di questa espressione e di tutte le reazioni (anche razziste e sessiste) legate ai casting dei nuovi film, ribadisco, lettura che dovrebbe essere obbligatoria per quello che mi riguarda.
Volete un esempio? Un personaggio minore della saga di “Guerre Stellari” come Boba Fett, il suo mito è cresciuto grazie al giocattolo promesso dalla Kenner per Natale degli anni ’80, mai uscito (e convertito in un buono, che non faceva che aumentarne l’attesa) a causa di un difetto, la molla nel suo zaino non faceva sparare il razzo, come il giocattolo prometteva di fare secondo la pubblicità della Kenner.

Balzo in avanti, ora che la saga di Star Wars è interamente sulle spalle di Boba e Mandalorian vari (che sono tutti suoi derivati), ovvero rappresenta il cuore di “Guerre Stellari”, il personaggio è passato dalla seconda fila al palcoscenico della saga, ed ora pensateci, quando lo abbiamo visto tornare in scena nell’episodio sei della seconda stagione di The Mandalorian, il nostro Boba cosa faceva? Lanciava un razzo dal suo zaino.

Se non vi basta questo a convincervi a fare un esame interiore leggendo “L’effetto He-Man” non so proprio cosa potrebbe farlo, siamo davanti ad un nuovo testo sacro, anche solo per provare a sopravvivere ai vari «Mi hanno rovinato l’infanzia!» che proliferano su “Infernet”.


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