
Ridley Scott è il fratello che voleva essere artista. Tony girava Top Gun con jet, POST BRUCIATORI e Ray‑Ban, lui invece preferiva gli unicorni, la nebbia e la poesia. Ma si sa: quando uno Scott vuole parlare di purezza e luce, l’altro preferisce far volare aerei e sganciare bombe di testosterone. E in questo eterno confronto fraterno, “Legend” rimane l’esperimento più curioso di Ridley: un fantasy che voleva essere un poema visivo e finisce invece come un lungo spot di profumo, bellissimo e insopportabile, ricordato solo per beh, un diavolo.
La storia è semplice, quasi banale, ma l’altro Scott la racconta come se stesse dirigendo la Gerusalemme liberata: in un mondo dove regna la luce e gli unicorni portano la purezza, il malvagio Signore delle Tenebre vuole distruggerli per portare l’oscurità eterna. Chi dovrà salvarli? Come una visione futura della sua carriera, un giovane Tom Cruise, con tunica e calzamaglia, così giovane che sembra ancora in attesa del motorino, ben lontano dall’icona Top Gun che sarebbe diventato solo un anno dopo, grazie a Tony, lo Scott giusto.

Il problema, però, non è Tom, è che “Legend” è un film che ti guarda con la sicurezza di chi pensa di essere un capolavoro, mentre tu, spettatore, lotti per restare sveglio. Ogni scena è un quadro, ogni movimento una posa, Ridley Scott è talmente innamorato della sua estetica da dimenticare il ritmo, come un pittore che continua ad aggiungere dettagli a un affresco, la macchina del fumo lavora più degli attori, la luce filtra da ogni foglia, e l’aria sembra così satura da soffocare tutto, anche la storia.
A proposito di unicorni, non è la prima volta che Scott li infila nei suoi film, già in Blade Runner li aveva usati come visione poetica, simbolo di sogno e memoria artificiale, un lampo di mistero che diventava metafora dell’anima. Qui invece no, qui gli unicorni sono letterali, cavalcati e accarezzati come pony da parata, in un passaggio dalla poesia alla cartolina, dall’ambiguità al giocattolo, ma tutto con uno stile da pubblicità, da cui per altro l’altro Scott con mire da Tolkien arrivava, quindi nulla di scandaloso.

La produzione di “Legend” è stato come costruire una baracca dentro un bosco fatato, di per sé un romanzo, Scott aveva in mente da anni una fiaba oscura, dopo essersi confrontato con progetti più “seri” (come una versione di Tristano e Isotta o la pre‑produzione di Dune) che non trovavano pace. Con lo sceneggiatore William Hjortsberg lavorò fino a quindici bozze della sceneggiatura, deciso a trasformare un semplice racconto mitologico in un’opera visiva «di bellezza oscura e umida». Inizialmente Scott si rivolge perfino alla Disney, proponendo un universo ispirato a Pinocchio e a Biancaneve, ma Disney gettò la spugna perché il tono risultava davvero troppo tetro.

Il budget stimato era di circa venticinque milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, una cifra ragguardevole per un fantasy negli anni ’80, tanto che Scott decise di creare un bosco artificiale gigantesco sullo Stage 007 agli studi di Pinewood: alberi finti alti venti metri, tronchi enormi, tutto costruito in polistirolo e tubi, come un set da sogno soggetto a incubo perché a pochi giorni dalla fine delle riprese sul set, un incendio distrugge quel bosco finto: fiamme, fumo, attrezzature andate, girato interrotto. L’altro Scott, con le mire da fratello Grimm, si vide costretto a spostare le riprese rimanenti agli studi di Shepperton e in Florida, dove Tommaso Missile dovette girare una scena subacquea dove l’acqua era, dicono, infestata di coccodrilli, tutta scuola per la futura volontà di morire sul grande schermo di Tommaso Missile.

Le difficoltà non finiscono qui, il trucco prostetico per il personaggio del Signore delle Tenebre, ovvero Tim Curry, raggiunse livelli estremi: costume pesantissimo, corna alte, trucco che richiede ore ogni mattina, rialzi, protesi, tanto che Curry uno dei giorni provò a strappare tutto e si fece anche male (storia vera). A tutto ciò si aggiunge un’interferenza dello studio, la versione che Scott avrebbe voluto era di oltre due ore, invece, per il mercato USA, il film venne tagliato a 89 minuti, con modifiche nella colonna sonora (in America si sostituisce la partitura orchestrale di Jerry Goldsmith con il synth‑rock del gruppo tedesco Tangerine Dream), finendo per ritardare l’uscita del film.
In breve: sculture di polistirolo bruciate, alberi finti, coccodrilli invisibili, attori soffocati dal trucco, studi che tagliano la pellicola, tirando le somme un film meraviglioso da guardare, ma complicato da completare.

La produzione è un piccolo inferno fiabesco, mesi di riprese in set distrutti dal fuoco, riscritture continue, una colonna sonora sostituita all’ultimo, e un Ridley Scott costretto a tagliare il film di mezz’ora per non far addormentare i distributori. Eppure, ogni tanto, tra le pieghe della sua seriosità, “Legend” mostra il suo lato più sfacciatamente sensuale: la principessa tentata dal male vestita di nero lucido, gli unicorni come simboli di purezza violata, il diavolo che invita Mia Sara ad “abbracciare l’oscurità” con una carica erotica da manuale freudiano. Se il male ha mai avuto del sesso-a-pile, Scott qui lo fotografa con la stessa devozione con cui altri registi inquadrano tramonti.

A proposito di fotografia, è il vero motivo per cui il film ancora oggi merita una visione, Alex Thomson, lo stesso direttore della fotografia di Excalibur, trasforma ogni raggio di luce in un’esplosione barocca, ogni riflesso in un peccato visivo. Tutto è luccicante, troppo bello per essere vero, e forse proprio per questo privo di vita, certo si capisce al volo, basta un fotogramma per indovinare il nome del regista ma il risultato è un film più noto per Tim Curry che per i suoi estimatori, in realtà pochissimi.
Tom Cruise ci mette tutto l’impegno del mondo, ma la verità è che la sua carriera sarebbe decollata solo un anno dopo, quando Tony, lo. Scott giusto, gli avrebbe dato un aereo, un giubbotto ed un ruolo davvero iconico. Qui, tra fate e goblin, sembra un ragazzino capitato per errore nel bosco sbagliato, uno che preferirebbe essere in sella a una Kawasaki piuttosto che ad un unicorno.

Il cast è un piccolo tesoro di volti di culto: Tim Curry è un demone irresistibile, e Mia Sara fa del suo meglio per non scomparire tra le piume, i veli e i riflessi. Guardandoli, si capisce che Scott voleva girare una parabola sull’innocenza perduta, ma gli è uscita una fiaba con doppi sensi così evidenti che Freud si sarebbe tolto il cappello, diciamo che sta appena poco sotto ad Alien da quel punto di vista, ma non ha altro in comune per resa finale.
“Legend” è un film pieno di simboli, feticci, e un’ingenuità che oggi ha quasi il sapore del coraggio, rimane soprattutto un monumento alla confusione, un trip gotico in cui il regista cerca il sublime e trova la noia. Tony avrebbe girato tutto in dieci minuti, con le moto, la pioggia e una canzone iconica in sottofondo, Ridley invece preferisce perdersi nella nebbia della memoria di un film noto per le immagini di quel diavolaccio di Curry e poco altro, perché “Legend” è in giro da quarant’anni, ma sta lì, non abbastanza di culto e decisamente troppo curato per essere uno (s)culto, anche se l’idea che Ridley, l’altro Scott, abbia diretto un fantasy con filetti e unicorni, secondo me fa ancora svegliare urlando molti dei suoi estimatori.


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