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Legion – Stagione 1: You’ll lose your mind and play (See David play)

Un periodo niente
male per essere un Mutante niente da dire: Logan che finalmente azzecca un film
e poi… Legion, di centinaia di personaggi dotati di Gene-X, proprio il più improbabile
di loro ha conquistato il piccolo schermo.

Non era certo un’impresa
semplice, l’unico precedente televisivo degli uomini-pareggio? Lo ricordiamo in
quattro e siamo ancora traumatizzati, il pilot della serie tv ispirata a “Generazione
X”, no sul serio, un dolore, un dolore enorme se poi, come me, amavate anche il
fumetto omonimo.
David Charles
Haller, anche noto come Legione, nome Biblico molto adatto, visto che nella sua
testa sono tante le personalità che si avvicendano, uno dei più potenti
telepati di casa Marvel, il figlio disperso a nascosto lontano dagli occhi del
professor Charles Xavier, fondatore degli X-Men che sullo schermo è stato
interpretato sia da Patrick Stewart che
da James McAvoy.
Creato da quello
che è all’unanimità riconosciuto come la vera autorità quando si parla di
Mutanti Marvel, ovvero il loro padre putativo Chris Claremont e le
illustrazioni del grande Bill Sienkiewicz,
che con le sue tavole artistiche lo ha reso un personaggio ancora più contorto
e oscuro, nomi grossi per un personaggio noto solo ai lettori più appassionati,
ai nerd senza ritorno direbbero qualcuno.



Bill Sienkiewicz alle prese con i folli folli folli capelli di Legione.

Allora perché hanno
scelto proprio un nemico degli uomini pareggio così poco noto come titolare di
una serie tv prodotta da Bryan Singer
e da Fox, per il suo canale FX? Forse perché i nostri tormentati tempi moderni,
richiedono anti-eroi più che veri eroi (da Tony Soprano giù fino a Walter
White) o forse solo perché un personaggio dalle multiple personalità offre
multiple soluzioni, specialmente ad uno showrunner che non ha paura di
sperimentare come Noah Hawley.

Lo stesso che ha
già dimostrato che un capolavoro dei Fratelli Coen, poteva diventare una riuscita
serie televisiva, insomma, al nostro Hawley non piace giocarsela facile, se non
è difficile non si diverte!
Iniziamo dai lati
negativi. Otto episodi, di poco meno un’ora ciascuno, che a tratti vi faranno
pensare “Ma questa scena non l’ho già vista tipo tre volte?” e allo stesso
tempo vi faranno sospettare sulle abitudini del montatore degli episodi, beve?
Fuma? Che droghe usa? Perché di sicuro non è del tutto presente a se stesso.



Voglio quello che ha preso lui!!

Noah Hawley ha
già dimostrato con le prime due stagioni di Fargo che per lui una serie deve
avere ritmi lenti lenti, per esplodere forte forte nel finale, qui è la stessa
cosa, mettetevi l’anima in pace e godetevi la messa in scena, perché fin dal
pilot si balla, ma non per dire, si balla proprio! La scena di Dan Stevens e Rachel
Keller che ballano felici è solo l’apice di un primo episodio che potrebbe
tranquillamente ambire al titolo di “Miglior Pilot visto in giro da tanto tempo”
esiste questo titolo? Fate conto di sì, solo per oggi.

Il cast di “Legion” celebra la vittoria per il premio di oggi.

Dove “Legion”
vince davvero tutto è con una messa in scena folle come il suo protagonista,
grossi complimenti a Noah Hawley e alla sua schiera di registi, per aver
snocciolato otto episodi che potrebbero essere analizzati uno ad uno, solo per scovare
riferimenti cinematografici, strizzate d’occhio o chiavi di lettura. Tipo il
palombaro che soccorre David, potrebbe essere una metafora della discesa nell’inconscio
del protagonista, peccato che sia rappresentato come il palombaro che stava
nell’acquario di Fox Mulder e, a mio
avviso, anche volutamente.

“Il palombaro non è un combattente, è un esperto in ricerca e soccorso” (Cit.)

Noah Hawley si
permette di tutto, ho passato i primi tre episodi della serie a chiedermi se
fosse ambientata negli anni ’60, ’70 o ai giorni nostri, le tonalità di
arancione dei vestiti strizzano l’occhio a Wes Anderson, ma ci sono anche tante
rigorose simmetrie centrali alla Kubrick, basta dire che David è ospite del Clockworks
Psychiatric Hospital, quindi la serie deve più di qualcosa al buon Stanley.



“Carine le felpine patatini, le avete rubate dall’armadio di Wes Anderson?”.

Meraviglioso
nella sua plasticosa bruttezza, The devil with the Yellow eyes, il parassita
che perseguita David nelle sue molteplici forme, tipo il bambino più arrabbiato
del mondo, che con il suo testone sembra il figlio di Mashiro Tamigi di “Mai
dire Banzai”, o tutto il resto della legione di personaggi che popolano il
cranio del protagonista, sì, perché quando ho finito di chiedermi in che anno
fosse ambientata la serie, ho iniziato a pormi il quesito che forse nessuno dei
protagonisti esista, nemmeno David.

“Se siete maniaci dell’ordine state lontani da questa serie”.

Per fortuna
esistono gli attori che li interpretano, questa serie sarà la definitiva rampa
di lancio per il bravissimo Dan Stevens, che ricordo di aver intravisto in “Downton
Abbey” (tra una pennichella e l’altra) e di sicuro non ho visto, causa pessima
computer grafica ne La bella e la bestia,
vi do un indizio: lui NON faceva la bella.

Qui è perfetto
per il ruolo e fa riflettere il fatto che il cinema uno così lo sacrifichi
sotto brutti effetti speciali e la televisione lo renda un divo, in senso più
ampio, fa pensare anche che una serie che omaggia così tanto il cinema, si
prenda rischi e sperimenti molti di più della settima arte, ma potrebbe venirmi
la depressione a pensarci.



“Ho disegnato le vignette visto? So fare anche i fumetti!”.
Anche se “Legion”
merita un’occhiata, perché tratta in modo nuovo un personaggi di un fumetto di
super eroi, certo ci sono i super poteri, dati quasi per scontati, anche perché
dopo 200 film di super eroi, cosa bisogna spiegare ancora, no? Ed è proprio
quella di un film di super eroi anche la struttura, con tanto di scena dopo i
titoli di coda nell’ultimo episodio (consideratevi avvisati!).
Eppure, allo
stesso modo “Legion” avvicina la tv al fumetto, ribadendo il concetto che la
nona arte, quella con i baloon e le vignette, soffre sempre della sindrome del
pene piccolo, ma è la forma narrativa più sperimentale, quella con più
potenziale e anche quella che ha dato in prestito più idee alle ben più
blasonate “cugine” cinema e tv.



Su questa scena sono morto dal ridere giuro!

Questa serie si
gioca la sperimentazione, protagonisti che s’infilano gli occhiali e vedono il
mondo in bianco e nero, ovvero per come appare davvero (tutto questo mi ricorda qualcosa), ma anche spiegoni fatti con cartoni animati che si animano sulle
lavagne come disegni fatti con il gesso. Poi, perché no, parte di colpo l’Aida
di Giuseppe Verdi e i protagonisti comunicano solo attraverso cartelli che
appaiono sullo schermo, come i dialoghi dei vecchi film muti, sperimentazione
totale.

“Ti sto dando una scelta: o ti metti questi occhiali o ti faccio ingoiare la spazzatura!”.
Certo non è tutto
pesche e crema, la parte centrale della stagione a tratti si trascina, ma
difficilmente sul piccolo schermo troverete qualcosa di altrettanto coraggioso
nello sperimentare, anche con la musica, il pilot inizia con “Happy Jack” dei
miei adorati Who e con un personaggio che si chiama Sydney Barrett, detta Syd,
proprio come il diamante pazzo dei Pink Floyd.
A proposito di Syd
Barrett, l’attrice Rachel Keller è davvero carina, perfetta per la “fidanzata”
(virgolette obbligatorie) che fa perdere la testa al protagonista, il fatto che
i suoi poteri ricordino molto quelli delle celebre X-Woman Rogue forse è un
caso, o forse no, poco importa.



Ed è anche più carrucia dell’originale Crazy diamond.

Meglio di lei fa
solo Aubrey Plaza nei panni della scoppiatissima Lenny Busker, vorrei dirvi di
più del suo personaggio, ma vi rovinerei la visione, dico solo che la Plaza è
davvero fenomenale, in certi episodi si mangia lo schermo facendo il vuoto, ha
una gamma espressiva che pare infinita e qui fa davvero di tutto, anche
cantare “Feeling good” di Nina Simone.

Stars Aubrey when you shine you know how I feel…

Insomma, “Legion”
è la serie più fuori di testa della tv, anche perché con uno protagonista (e
uno showrunner) così, non poteva davvero essere diversamente.

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