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Léon (1994): che nome cazzuto!

Quando mi sono reso conto di avere un post da preparare per l’8 marzo ho avuto pochi dubbi, per il giorno della festa della donna non potevo perdere l’occasione per scrivere di uno dei miei film preferiti, di un regista che al cinema, ha saputo raccontare i personaggi femminili meglio di tutti, prima di perdere la testa con quei cazzo di Minimei.

Lo abbiamo visto tante volte anche su questa Bara, cosa fa un regista quando raggiunge il grande successo? Si getta anima e corpo sul progetto della vita, quello inseguito da sempre che può confermarlo oppure stroncargli la carriera. Per Luc Besson l’apice è arrivato con Nikita, ora era il momento di dedicarsi al suo progetto successivo, quello davvero sentito ovvero “Il quinto elemento”. Time Out Cassidy! No aspetta, come “Il quinto elemento”? Ma non era un post su “Léon” questo? Ci arriviamo per gradi, prima tocca affrontare un argomento chiave: Luc Besson e le donne.

Il regista (con i capelli brutti) che sapeva raccontare le donne meglio di tutti (prima di impazzire)

Ci sono due cose che piacciono tanto a quel ciccione con i capelli brutti, la seconda è il Cinema. La filmografia di Besson è fondata sulle donne, che sono protagoniste nei suoi film anche quando sono totalmente assenti come in “Le Dernier Combat” (1983), ma in senso più generale, la carriera di Besson è andata di pari passo con i suoi amori. Prima di dirigere Anne Parillaud in Nikita, i due erano già una coppia sposata fin dal 1986, ma galeotta pare che fu la cerimonia dei premi César del 1991, mentre la Parillaud ritirava il premio come miglior attrice, Luc Besson si prendeva una cotta per Maïwenn, attrice, sceneggiatrice e futura regista, i due finirono per sposarsi l’anno successivo, problema: il regista era pluri trentenne mentre Maïwenn all’epoca aveva sedici anni (storia vera).

La vera Maïwenn in una piccola parte nel film.

Sapete come è andata la storia, nel 1997 Besson ha trovato il modo di dirigere il film che sognava “Il quinto elemento”, cadendo a terra cotto per la protagonista Milla Jovovich, un matrimonio lampo durato due anni e due film, terminato artisticamente (e davanti agli avvocati) nel 1999 con “Giovanna d’Arco”, ma è la parentesi amorosa con Maïwenn che ci interessa, perché siamo alla Bara Volante il pettegolezzo non ci interessa, ma il cinema si e proprio a quello punta questa mia lunga e sconclusionata premessa.

Se vi state chiedendo dove avete già visto Maïwenn, era la cantante lirica aliena in “Il quinto elemento” ma soprattutto, una presenza che ha aleggiato su tutto il film che Besson ha messo su così, per sfizio, come passatempo mentre si preparava ad esplorare il suo futuro in stile Moebius, perché di fatto questo è stato “Léon”, un lavoretto fatto nell’attesa, in cui Maïwenn compare brevemente nella scena iniziale (la bionda prostituta poco vestita) ma di cui è stata musa ispiratrice, perché è sicuro che nei personaggi del film, Besson abbia infilato un pizzico della sua storia con una moglie adolescente, ma ammettiamolo è stata anche la scintilla che ha resto “Léon” il capolavoro che è, da queste parti i film così li chiamiamo Classidy!

Mi sono già lanciato in odi sperticate su Nikita, un film grandioso che ha fatto scuola, una squadra che ha vinto e che giustamente Besson ha deciso di non cambiare, da quel film arrivano il direttore della fotografia Thierry Arbogast e anche il compositore della riuscitissima (e a tratti ansiogena) colonna sonora, ovvero Éric Serra. Ma soprattutto arriva l’attore feticcio di Besson, Jean Reno qui al suo quinto film con il regista, viene nominato titolare e assoluto protagonista, anche se bisognerebbe parlare di co-protagonista, ma anche qui, andiamo per gradi.

Léon è la quinta essenza dell’eroe solitario, duro, di poche parole e con un nome cazzuto (parafrasando Mathilda), come tutti i personaggi del film non ha un passato, se non uno accennato davvero brevemente, non ha legami è una pianta in vaso come il Ficus che si porta dietro e che meticolosamente cura, per altro, nulla mi toglie dalla testa che Edgar Wright abbia voluto omaggiare questa trovata botanica, con lo Spatifillo di Hot Fuzz.

Curare piante e piantare proiettili dentro gli umani, alla fine anche questo è pollice verde.

Léon fa le pulizie, insomma uccide a pagamento ed ora vi faccio una domanda: quanti killer professionisti abbiamo visto nei film? Tanti vero? Alcuni era impersonati da artisti marziali e attori propensi all’azione, ma il più delle volte erano solo attori che interpretavano il ruolo di super assassini, a cui noi spettatori credevamo per pura convenzione cinematografica. Besson qui invece decide di fare dannatamente sul serio, la prima scena vede il suo protagonista entrare in azione e solo con le immagini, la coreografia e l’azione capiamo che Léon è davvero il miglior assassino su piazza, non solo una nota a margine nella trama.

Lo abbiamo fatto tutti a casa, anche quando le palestre erano ancora aperte.

La banda di criminali che si trova davanti sono carne da cannone, Léon viene fuori dalle fottute pareti come uno Xenoformo, compare alle spalle armato di coltello come Rambo, come Michael Myers e con la stessa silenziosa professionalità scompare. La regia di Besson è talmente incredibile da farci subito accettare uno non proprio con il fisico da eroe d’azione come Jean Reno – anche se dopo questo ruolo, il cinema action d’oltralpe gli ha steso i tappeti rossi – come freddo e metodico assassino. Reno sarà alto e magro, ma con quella camminata, il naso aquilino e l’idea (brillante) di rappresentare Léon nella vita di tutti i giorni, non dico un po’ tardo ma quasi, non sembra per nulla il vostro classico eroe d’azione, ma grazie alla regia impeccabile e al montaggio serrato di Besson, quando Léon entra in azione sembra uno di quei giocatori di basket sgraziati fuori dal campo e agili come ballerini sul parquet, uno “In the zone” o nella sua bolla per dirla alla Soul.

«Con la canna di una pistola in bocca ti esprimi solo a vocali» (cit.)

Se quando fa le “pulizie” Léon è una macchina da guerra, fuori nel mondo reale è uno stramboide che beve più latte di un pupo, che cura maniacalmente la sua pianta, che fa addominali e dorme con gli occhiali da sole, attenendosi strettamente ad un rigoroso codice di condotta, da cui trapela un minimo di umanità solo quando lo vediamo emozionarsi al cinema – ovviamente da solo – in uno di quei fotogrammi che da solo è in grado di rappresentare quello che proviamo tutti noi cinefili quando siamo in sala.

Lo abbiamo fatto tutti, quando i cinema erano ancora aperti.

La svolta arriva con la ragazza della porta accanto, anzi la bambina della porta accanto, una lolita con i capelli come la Valentina di Crepax di nome Mathilda, se per caso avete sentito proliferare questo nome dal 1994 in poi è solo perché questo film è diventato (giustamente) popolarissimo, anche se i neo genitori, prima di chiamare una figlia Matilda, dovrebbero dimostrare di aver visto questo film venti volte, per fortuna io non lavoro all’anagrafe.

Il personaggio più citato all’anagrafe dal 1994.

Mathilda ha una famiglia di merda, papà taglia droga e ci fa su pure la cresta, così piccola Mathilda ha dovuto fare da madre anche a sua madre, l’unico davvero innocente in famiglia è il fratellino, ma Norman Stansfield se ne frega perché di fatto è uno dei più malvagi bastardi della storia del cinema, interpretato da un attore che in quel periodo, stava al massimo della sua forma artistica (e delle sue dipendenza, ma questo è un altro discorso), quando Gary Oldman entra in scena fa il vuoto cosmico divorandosi il film. Se Léon entra in scena uccidendo per dimostrare al pubblico di essere (l’anti)eroe, Norman Stansfield fa un massacro per mettere in chiaro che nessuno è più cattivo di lui e per inciso, nessuno poteva risultare più pazzo di Gary (senza zozza Mary) nel 1994.

A destra nella foto: la felicità. A sinistra: la cocaina.

Metà delle righe di dialogo di Norman Stansfield sono state improvvisate da Oldman, ad esempio tutta la tirata sulla calma prima della tempesta e su Beethoven da ascoltare in cuffia, mentre Stansfield compone la sua sinfonia di sangue, sono farina del sacco di Oldman, Besson ha deciso di tenere la versione dove veniva citato Beethoven, forse anche perché così facendo, ci ha regalato il più grandioso pazzo assassino, fanatico del caro vecchio Ludovico Van dai tempi di Alex di “Arancia Meccanica” (1977).

Ludovico Van non ha mai fatto male a nessuno. Norman Stansfield invece sì (Gary meccanico)

Quando divo che Oldman ha improvvisato, intendo dire che anche i dialoghi della sceneggiatura che non ha alterato, ha comunque deciso di interpretarli otto chilometri sopra le righe, nel copione originale era previsto che la sua risposta «Bring me everyone» doveva essere piatta, puro lavoro, invece Oldman ha deciso di farla diventare «EVERYONE!!» (storia vera). Capisco che fosse dannoso per la sua salute e mi compiaciuto che ne sia uscito, però Gary “alcool e droga” Oldman stava su un altro livello rispetto alla sua versione ripulita, lo so non è carino da leggere ma è così.

«Cocainum!» (cit.)

I personaggi in “Léon” sono tutti degli archetipi narrativi ribaltati, infatti viene quasi da stupirsi nello scoprire che un essere di puro male come Norman Stansfield, in realtà sia un agente di polizia, il rappresentante dell’autorità. A livello quasi inconscio Besson ci fa immediatamente patteggiare per uno che si paga da vivere uccidendo persone a pagamento, qualcuno la cui vita sta per essere sconvolta da Mathilda, su cui ho fatto melina, ma è proprio ora di parlare.

Per il ruolo della giovane (giovanissima!) protagonista sono state prese in considerazione centinaia di attrici, tra cui pare anche Liv Tyler, scartata perché considerata troppo grande per il ruolo dal regista, ricordate il discorso su Maïwenn fatto lassù? Ecco, in ogni caso, storia vera. La spuntò alla fine Natalie Portman, che pare sul set fosse affiancata dai genitori preoccupati voi direte, dalla spiccata sensualità di un personaggio affidato ad una bambina di (allora) undici anni? Ma va! Dalle sigarette. I coniugi Portman erano in ansia per il continuo fumare di Mathilda, infatti nel film Natalie non ispira il fumo, il che rende ancora di più l’idea di una bambina che gioca a fare la donna, anche se di fatto poi è davvero più matura della sua età.

Gli opposti si attraggono ti ammazzano

Léon e Mathilda, si controbilanciano perfettamente come tutte le grandi coppie non solo cinematografiche, sono come Charlie Chaplin e il monello in “The Kid” (1921), ma sono a tutti gli effetti patrimonio del cinema d’azione, su questo non accetto discussioni, perché Léon non insegna a Mathilda che so, ad andare in bicicletta, le mette in mano un fucile da cecchino da principianti e le insegna che l’ultima arma della sua formazione sarà il coltello, perché con quello devi avere il fegato di uccidere da vicino. Non mi pare che Chaplin facesse lo stesso con il monello, anche se “Charlot” è uno dei personaggi interpretati nel gioco degli indovinelli tra i due protagonisti.

Educazione siberiana francese

La prima mezz’ora di “Léon” è un manuale di cinema che andrebbe studiato e conservato in un museo, presenta tutti i protagonisti in quella che sembra un’unica grande scena senza soste, che raggiunge il suo apice emotivo nel momento in cui il protagonista infrange il suo inflessibile codice di vita, Mathilda sfuggita al massacro della sua famiglia con un’astuzia arriva fino alla porta di casa di Léon e lo prega di aprire.

Il momento chiave di tutto il film (sento l’ansia anche dalla Gif)

Come spettatori sappiamo benissimo quello che potrebbe succedere a Mathilda perché abbiamo appena assistito a quello che è in grado di fare quel pazzo di Norman Stansfield, ma oltre al dubbio morale, il pubblico maschile può sottilmente avvertire un metaforone raccontato con i canoni del film d’azione: nel momento in cui Léon apre la porta a Mathilda, smette di essere un uomo single (se non proprio solo) e fa entrare nella sua vita un donna, che fa quello che fanno tutte le donne quando entrano nella vita di un uomo, gliela ribaltano sottosopra come fosse un calzino.

Oplà! (come dicono i veri anziani)

Con Nikita, Luc Besson era stato bravissimo ad utilizzare i canoni del cinema d’azione, per raccontare una storia di formazione ed emancipazione totalmente femminile, in cui i maschietti erano quasi un contorno. “Léon” l’ho sempre trovato un film più immediato, perché in quanto grezzo e basico portatore di cromosoma Y, ho sempre potuto riconoscermi con più facilità in Léon, un uomo bambino, la cui vita viene rivoluzionata da una bambina donna che di colpo, lo fa passare da zero a cento.

In un attimo Léon per Mathilda rappresenta tutta la gamma della mascolinità, è una figura paterna, un amico, un fratello maggiore, un interesse amoroso che si avvicina quasi a diventare un amante, fermandosi un passo prima dell’illecito, le tre versioni del film cinematografica da 110 minuti, internazionale da 127 e integrale da 136, apportano piccoli tagli per stemperare i momenti più “erotici” che pare mandassero in crisi il pubblico Yankee (storia vera).

Lo sentite questo rumore di sbarre che si chiudono vero? Ci siamo capiti no? Fate i bravi.

Allo stesso modo Mathilda per il protagonista diventa una damigella in pericolo, un’amica, una sorella minore una figlia e soprattutto una tentazione, perché la ragazzina è esplicita senza mai essere volgare (giusto qualche provocazione in grado di far sputare il latte dal naso al protagonista, ma poco altro), però parliamoci chiaro, “Léon” è un film bellissimo e invecchiato alla grande, anche perché è impossibile non guardare Mathilda in proiezione futura, tu la vedi bambina ma sai che dopodomani sarà fatta a forma di quella meraviglia di Natalina Portuale (l’ho vista dal vivo e vi assicuro che è bella come al cinema, storia vera), quindi il dilemma tiene banco ma è chiaro che tra i protagonisti, il loro amore resta esclusivamente sul lato platonico a differenza di Besson e Maïwenn, che sono stati sicuramente d’ispirazione per i personaggi.

Come si dice Lone Wolf & Cub in francese?

I due personaggi come le grandi coppie imparano qualcosa uno dall’altro, Mathilda a fare le “pulizie” con un training montage (anche qui, puro canone del cinema d’azione) sulle note di “Venus is a boy” di Bjork, mentre Léon impara quello che solo le donne possono portare quando entrano nella vita di un uomo, la vita, inutile girarci troppo attorno.

Danny Aiello nei panni di un personaggio di nome Tony, si può chiedere di meglio al cinema?

Il mio livello di ossessione per questo film, vorrebbe sottolinearvi come nel doppiaggio Italiano sparisca il cinematografico nome finto fornito da Mathilda al sospettoso portiere d’albergo (MacGuffin), ma anche come alla tv la ragazzina cambi canale sulla partita tra Dolphins e Lakers, piuttosto improbabile visto che i primi sono una squadra di Football e i secondi di Pallacanestro, ma restano comunque dettagli da niente in un film che utilizzando tutte le armi messe a disposizione dal cinema d’azione, ha regalato personaggi diventati patrimonio della cultura popolare.

Jean Reno, Jean Reno, il soffitto tu mi sporc / tu mi spunti dalla test e mi manchi di sangue tutto il rest (quasi-cit.)

In finale non ve lo racconto nemmeno perché lo conoscete tutti, in un film pieno di archetipi rivisitati questo è il classico “la morte del vecchio per la vita della bambina” parafrasando Frank Miller, la fine di una storia d’amore (senza amore fisico) tragica, che deve per forza concludersi con un sacrificio, ma niente veleno in stile Shakespeare, qui si utilizzano le granate perché questo è Luc Besson al massimo della sua forma. Tra i mille momenti incredibili di questo film, quando Besson fa “cadere” la macchina da presa, per mostrarci il punto di vista del protagonista colpito vigliaccamente alle spalle, ogni volta mi esalto per la grande scelta visiva, ma allo stesso tempo vado in pezzi per i personaggi.

Si perché “Léon” è il classico film che sembra semplice, tanto da fare scuola, ma nella sua semplicità è incredibilmente sfaccettato, il frutto di un momento creativo (e personale) secondo me irripetibile per Luc Besson che qui stava al massimo della sua classe, supportato da tre attori semplicemente impeccabili nei rispettivi ruoli. Se un Gary Oldman così strabordante non ha oscurato a tutti la vallata, è solo perché i Léon e Mathilda di Jean Reno e Natalie Portman sono personaggi tanto incredibili da essersi conquistati un posto nella storia del cinema e nell’affetto degli spettatori. Niente male per un filmetto girato così, aspettando di fare altro, ho visto passatempi peggiori in vita mia.

Gli anelli di fidanzamento nei film d’azione.

Considerando la data del calendario poi, un augurio a tutte le Mathilda della nostra vita, senza le quali saremmo tutti delle piante in vaso.

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