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L’esorcista – Il credente (2023): una zuppa di piselli riscaldata

Ci avete creduto che David Gordon Green potesse fare il miracolo eh? Io no, nemmeno per un momento, anche perché io non sono un credente e questo riassume molto riguardo al film di oggi e forse, anche su tutti gli horror a tema esorcismo, con cui ho un rapporto tutto mio.

Non essendo religioso, per me è complicato credere a quello che un film di esorcismo dà per scontato, ecco perché sono convinto che per funzionare, un film che parla di possessioni, abbia bisogno di essere diretto da qualcuno come William Friedkin, solo chi è timorato di Dio può davvero ricordarti che bisognerebbe avere timore anche della controparte, la concorrenza, lo DIMONIO. Poi beh certo, aiuta che Hurricane Billy abbia diretto cinquant’anni fa un capolavoro che da allora TUTTI hanno provato ad imitare, ed intento proprio tutti, parliamo un momento solo dei seguiti ufficiali.

John Boorman è l’unico che ha provato a prendere le distanze dall’iconografia creata da Hurricane Billy, senza riuscirci, ma onore a lui per averci provato. È andata un po’ meglio con l’altro Billy, Blatty, autore del romanzo originale che con il terzo capitolo, ha firmato uno sfortunato film di culto. Del duello a distanza tra Paul Schrader e Renny “Esplodo le cose” Harlin, quello che in pochi ricordano che un seguito (abbastanza) ufficiale del film di Friedkin lo avevamo già avuto con la serie tv, che si giocava anche colpi di scena ad effetto riusciti (che Green ha provato a replicare) prima di spegnersi, incapace di risultare all’altezza del compito.

L’uomo che credeva di essere Carpenter e Friedkin, è lui il credente: David Gordon “Questa volta mi sono messo nei casini veri” Green. 

Ora, lo sappiamo che sbagliare è umano ma perseverare è diabolico, trattandosi proprio del più famoso film con il DIMONIO di mezzo, Jason Blum deve aver pensato che siccome ad Halloween gli americani al cinema si guardano di tutto (non è un caso se stanno per sparare fuori un altro capitolo della saga di Saw) e dopo aver fatto un mucchione di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, grazie alla trilogia “revival” di Halloween, David Gordon Green potesse essere l’uomo giusto per fare lo stesso, ma proprio lo stesso, con un altro marchio ultra famoso del genere Horror, ovvero l’esorcista.

Quindi questo film è fondamentalmente la storia di un credente, ovvero Davide Gordone Verde che ha creduto di essere il nuovo John Carpenter, malgrado i danni fatti con la saga di Halloween, ed ora si è convinto di essere il nuovo Friedkin, perché glielo ha detto il Signore, inteso come il suo padrone Jason Blum: vai! Tu che nel cognome hai il colore della zuppa di piselli vomitata da Regan! Tu sei il prescelto per una nuova trilogia, che deve essere uguale, ma diversa.

«Fanno sempre così a quell’età? Io credevo fosse solo l’adolescenza»

Attendevo così tanto questo film, che mi sono accorto dal post del giovedì di Lisa che era già in sala (storia vera), questo per dirvi del livello delle mie aspettative, insomma, le condizioni ideali per farmi fulminare sulla via di damasco dal credente Green, infatti “The Exorcist: Believer”, scritto dal regista a quattro mani (e anche qualche piede giudicando il risultato) insieme a Peter Sattler, inizia con due cani che ringhiano, un inizio bello fresco così, pronti via, per citare subito il capolavoro di Friedkin.

Ma siccome l’input di scuderia è “Uguale ma diverso”, questa volta non siamo nel deserto mediorientale ma ad Haiti, a seguito della romantica vacanza di Victor Fielding (Leslie Odom Jr.) e sua moglie Sorenne in dolce attesa della loro prima figlia. Purtroppo la donna rimane vittima di un crollo provocato da una scossa di terremoto (capito no? Lo DIMONIO che ci mette la coda) e il protagonista è costretto alla scelta che nessun padre e marito dovrebbe fare mai, il tentativo di Davide Gordone Verde di dare al suo protagonista il retroterra che nel 1973 aveva Padre Damien Karras con i suoi sensi di colpa dal lato materno della famiglia.

L’esorcista sarà necessario per i fanatici del “politicamente corretto alla grappa” che si accaniranno su di lei più di Pazuzu, quando i problemi del film sono tutti attorno.

Tredici anni dopo (capito no? Il numero iellato, sempre lo DIMONIO di mezzo) Victor vive con l’adorabile figlia Angela (Lidya Jewett) già in odore di santità perché ci viene descritta come la figlia ideale, ed è qui che Green, per non farci mancare niente e farci credere di avere un piano, si gioca una spruzzata di Picnic a Hanging Rock sul suo film in modo che sia uguale ma diverso.

Angela e l’amica Katherine (Olivia Marcum), vanno a fare un giretto in quella che Lucius chiamerebbe la pineta di Ostia e scompaiono, per tre giorni non si trovano, Federica Sciarelli sta già per accorrere sul posto per intervistare i parenti sconvolti, quando le ragazzine vengono ritrovate, superficialmente ferite per via del bosco inospitale ma senza tracce di violenza. Oh beh tutto risolto no? Da qui in poi potete immaginare come continua, lo farete sicuramente con più fantasia e creatività di David Gordon Green la cui unica idea per seguire le direttive del suo Signore Jason Blum è affidarsi alla regola aurea dei seguiti, uguale al primo ma di più recita il vangelo della Bara? Bene, allora io di bimbe possedute nel film ce ne ficco due!

La regola aurea dei seguiti in azione.

Ora io ci ho scherzato un po’, nemmeno tanto a dirla tutta, ma il tentativo di Green di fare qualcosa di “Uguale ma diverso” si nota davvero, il problema che il regista è quello dei mischioni, lo abbiamo visto nella saga di Halloween, lui butta dentro argomenti, anche interessanti e poi non sa che farsene, perché comunque ad un certo punto l’esigenza di “franchise” a tutti i costi – se una trilogia meglio infatti questo è il primo di tre esorcisti già annunciati, la vedo grigia – si fa sentire e lo coglie fortissimo.

Green avrebbe anche il lazo per acchiappare per il collo anche gli spettatori come me, non credenti, nel suo lavoro (e in senso lato), utilizzando il personaggio di Victor, Leslie Odom Jr. che nulla mi toglie sia il vero figlio di Denzel, non come quello ufficiale carisma-leso che ci hanno spacciato, un attore tutto sommato convincente autore di una buona prova, è lui il padre ateo che per il bene di sua figlia, deve venire a patti con il suo non credere, in un percorso che somiglia a quello dell’attrice Chris MacNeil, però velocizzato, come? Oh, conosco una che ci è passata, guarda sta qui prova a parlare con lei, ed ecco entrare in scena Ellen Burstyn, di ritorno nel ruolo, facente funzione della Jamie Lee Curtis/Laurie Strode di turno, decisamente meno convinta e diciamolo, anche convincente.

L’ultima immortale, Ellen Burstyn tocca caricarsi tutta la malinconia sulle spalle.

Anche perché è brutto dirlo, ma Jason Miller, Lee J. Cobb e Max von Sydow non sono purtroppo più tra noi, quest’anno ci hanno lasciati, a distanza di pochi mesi anche William O’Malley e beh, Billy Friedkin, anche se mi fa ancora male scriverlo (… maledetto 2023), considerando che Linda Blair è una specie di pària di Hollywood (ma occhio, che per far esaltare il pubblico vale ogni colpo, anche il più basso), le vecchie glorie a cui affidarsi per creare l’effetto malinconia, sono meno di quelle disponibili per Halloween, quindi qualcosa bisognerebbe inventarsi, ed è qui che Davide Gordone Verde scivola sulla buccia di banana (o sulla chiazza di vomito verde) delle sue brutte abitudini.

Victor passa da ateo oltranzista a “Papa Boy” in un tempo ridicolmente breve, perché alla fine il regista è uno di quelli – ma tranquillo David, il club è molto grande – che non ha capito una cosa fondamentale del capolavoro di Friedkin uscito cinquant’anni fa, si intitola “L’esorcista”, non “La bambina vestita di azzurro che dice parolacce e manda tutti a fancù” (quasi-cit.), Regan era un mezzo per arrivare all’anima di Padre Karras. Questo Green non lo sa, oppure lo ignora e invece di far poggiare tutto il dramma sul percorso da ateo a credente (quello del titolo) di Victor, taglia corto e butta nel mucchio un sacco di altra roba, tutta interessante ma approssimativa.

«Vorrei del filet mignon e un calice di vino rosso», «Mi dispiace, abbiamo solo zuppa di piselli riscaldata»

Questo è il primo film, ufficialmente parte della saga de “L’esorcista” (non uno dei suoi emuli) in cui la figura del prete è quasi secondaria, non dico proprio irrisa, ma almeno sminuita, il rito dell’esorcismo viene condotto da più persone, i parenti delle due ragazzine in un tentativo disperato da parte del regista di creare continuità all’interno del suo cinema. Il tema della comunità che affronta il male stando unita, Green se lo era già giocato in Halloween Kills, qui sembra un modo per risultare “Uguali ma diversi” che però allunga il brodo di questa zuppa di piselli riscaldata che è “L’esorcista – Il credente”.

Io mi rendo perfettamente conto della difficoltà dell’impresa, era molto più complicato dirigere un seguito ufficiale del film di Friedkin piuttosto che quello di Carpenter del 1978, per via di una difficoltà aggiuntiva, Halloween è diventato l’incudine su cui sono stati forgiati moltissimi horror venuti dopo, ma all’interno del genere Slasher abbiamo avuto tante anime, tante incarnazioni. Per i film di esorcismo invece no, non si scappa, quanti ne avete visti ad Ovest di quelli ufficiali che sono parte della saga? Vogliamo dire un milione? Ne avete trovato uno, e dico uno, tra quelli usciti in occidente che prendesse le distanze dall’iconografia creata da Friedkin? Un tripudio di copie di Regan legate al letto, tutte con un’adorabile boccuccia da scaricatore di porto, tutte copie, di una copia, di una copia. Basta dire che solo quest’anno Hollywood si è giocata anche la carta di Padre Gabriele Amorth, personaggio su cui per altro, sempre Hurricane Billy aveva già detto la sua.

We! Stai lasciando tutte le ditate sullo schermo delle Bariste e dei Baristi.

Non è certo uno come David Gordon Green colui che avrebbe potuto firmare il primo film horror su un esorcismo occidentale, davvero in grado di distaccarsi dall’iconografia creata da Friedkin, non solo perché non ne ha le capacità o peggio, la volontà, ma perché questo film si intitola “The Exorcist: Believer” quindi deve ricordare il capolavoro uscito cinquant’anni fa per forza (nell’anno del compleanno), ed è proprio facendolo che scivola dritto tra le mille milioni di copie di film con possedute che trovate un tanto al chilo nei cestoni di DVD tutto a 0,99 centesimi.

Non mi va neanche di accanirmi perché non ho nessun astio nei confronti di questo film che era già una partita persa, un’operazione nata a tavolino per replicare il successo al botteghino degli “Halloween” di Green che per lo meno, nel corso di tre film era riuscito a mandare a segno quaranta minuti (i primi del capitolo del 2018) validi, il resto? Decisamente no. Qui invece, questa nuova trilogia targata Blumhouse parte già in salita e con il freno a mano tirato, perché la pochezza di questo primo capitolo già scricchiola. Quasi tremo all’idea di come Green si arrampicherà sulle pareti con i prossimi due film, forse sarà questo il suo trucco per stupirci, l’uomo che ha creduto di essere Carpenter e Friedkin si esibirà nella “camminata ragno” per i prossimi capitoli.

Ma non è colpa tua Davidone, sei vittima di te stesso, delle circostanze, del tuo produttore, del successo al botteghino dei tuoi precedenti film, quindi ego te absolvo, ci vediamo il prossimo ottobre per vedere in quale altre cattive acque (sante) ti sarai ficcato, fino a quel momento l’unica cosa che mi viene da dire al regista è questo: Ci hai creduto, faccia di velluto, tiè!

Sepolto in precedenza lunedì 9 ottobre 2023

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