
Ci sono Paesi che, quando si parla di horror, sembrano attraversare dei periodi di grazia, nei primi anni 2000 è toccato alla Francia, poi è arrivata la Corea del Sud, mentre negli ultimi anni è l’Australia ad aver deciso di ricordarci che il cinema di genere è ancora un ottimo modo per parlare delle nostre paure più profonde. Non è una novità: The Babadook ha aperto una strada, Talk to Me l’ha percorsa per altro, aprendo a sua volta ad autori giovani venuti da Infernet, il suo lato buono per lo meno.
Anche per questo motivo “Leviticus” era già uno dei film più attesi usciti dal Sundance, dopo Backrooms e Obsession, era uno di quei titoli Horror che tutti aspettavamo, così tanto che l’uscita italiana per il “Pride Month” è saltata, dobbiamo sempre farci riconoscere.
La storia, almeno in apparenza, è piuttosto semplice: Due ragazzi scoprono di amarsi in una piccola comunità australiana profondamente religiosa, inizia tutto perché non hanno nulla di meglio da fare se non guardare serpenti (per le metafore, si poteva fare di meglio) oppure perché gli ormoni e la solitudine fanno il loro dovere, sta di fatto che Naim (Joe Bird, che arriva da Talk to me) e Ryan (Stacy Clausen) si prendono una cotta, fino a qui, il film che Luca Guadagnino avrebbe voluto dirigere, ma era troppo impegnato ad annunciare mille altri progetti.
Un giorno, tra le lenzuola stese in cortile, Naim vede Ryan sbaciucchiarsi con Hunter (Jeremy Blewitt) il figlio del pastore, una visione Horror per il suo cuoricino innamorato, e ci tengo a sottolinearlo che di solito, nei film dell’orrore, dalle lenzuola stese siamo abituati a vedere Michael Myers che ci fissa, oppure Pennywise il clown danzante che ci sorride spaventoso, e forse Naim avrebbe preferito vedere uno di quei due mostri piuttosto che quella scena spezza cuore.

La gelosia lo porta a fare lo sbirro, due paroline con il pastore e Ryan e Hunter si beccano una visitina da parte di Nicholas Hope, un guaritore itinerante, che applica loro una di quelle procedure molto religiose, che sostengono di poter curare il male dell’omosessualità. Sarà, ma oltre che attirare i bulli su Ryan e mettere Naim in una brutta situazione, tutto quello che l’esorcismo scatena è una forza, che compare con le sembianze della persona che ami (per questo impossibile da distinguere dall’originale) che però cerca di ammazzarti, no no, ma affidiamoci al primo predicatore che passa, bravi, ottima idea!
Un’idea che, raccontata così, potrebbe ricordare altri horror recenti, ma che Chiarella usa come punto di partenza per costruire qualcosa di decisamente più personale, anche il titolo dice molto più di quanto sembri. Il Levitico, terzo libro della Bibbia, raccoglie gran parte delle norme morali e rituali dell’Antico Testamento ed è tristemente noto per contenere uno dei versetti più citati da chi pretende di giustificare l’omofobia attraverso la religione: “Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole” (Levitico 18:22). Nel corso dei secoli quelle poche righe sono diventate un’arma, spesso estrapolata dal proprio contesto storico e trasformate in una giustificazione per discriminazioni, persecuzioni e perfino per le cosiddette terapie di conversione. Chiarella prende proprio quell’immaginario e lo ribalta completamente, il male non nasce dall’amore dei protagonisti, ma dall’intolleranza di chi pretende di cancellarlo in nome di una presunta superiorità morale.
Anche perché, parliamoci chiaro, se esiste un genere cinematografico dove lo spaventoso maschio bianco etero Cis non è mai stato davvero centrale, quello è il genere Horror, storicamente dalla parte degli ultimi, delle persone di colore, che secondo lo stereotipo (largamente demolito nel corso degli anni), muoiono per primo, della donne che spesso sono le vere protagoniste o comunque le “Final Girl”, a ben pensarci poi, di tutti quelli considerati gli ultimi degli ultimi della società, a partire da banalmente… I mostri, spesso più umani degli umani.

Senza scomodare titoli che andrebbero riscoperti come il bistrattato Nightmare 2, tutto il filone Queer ha sempre avuto la sua cittadinanza nel genere, che qui passa da sottotesto a testo, il mostro che perseguita i protagonisti è il senso di colpa imposto dall’esterno, la paura di essere scoperti, l’idea di non meritare la felicità perché qualcuno ti ha convinto che ciò che sei rappresenti un errore. “Leviticus “ è un horror profondamente emotivo, dove il soprannaturale diventa il linguaggio ideale per raccontare ferite che, purtroppo, esistono davvero.
La cosa più interessante è che “Leviticus” non cade mai nella trappola del “film importante” che si dimentica di essere un horror, negli ultimi anni il genere è stato spesso utilizzato come semplice contenitore per affrontare temi sociali e psicologici, con risultati alterni. Qui, Chiarella costruisce la tensione con pazienza, sfrutta molto bene gli spazi della provincia australiana e realizza alcune sequenze abbastanza sinistre senza abusare di “jump scare” o effetti facili, basta dire che ho contato un solo “Salto paura”, per altro ben integrato nella storia.
Anche dal punto di vista visivo il lavoro è riuscito, i paesaggi aperti e luminosi dell’Australia fanno a pugni continuamente con il senso di oppressione vissuto dai protagonisti, quasi un paradosso: più l’ambiente sembra libero, più i protagonisti appaiono intrappolati. La comunità religiosa diventa una prigione invisibile, costruita non con muri o sbarre, ma con giudizi, silenzi e regole non scritte.

Funziona molto bene anche il rapporto tra i due protagonisti, il film dedica il tempo necessario a farci credere nella loro relazione prima di gettarli nell’incubo, e questo rende ogni momento successivo decisamente più coinvolgente. Se il lato umano non fosse così solido, tutto il resto rischierebbe di trasformarsi nell’ennesimo horror con metaforone. Invece il cuore del film rimane sempre il legame tra due persone costrette a difendere qualcosa che dovrebbe essere normale.
Naturalmente non tutto è perfetto, alcuni passaggi ricordano inevitabilmente altri horror contemporanei e, soprattutto nella parte finale, si avverte la sensazione che il film preferisca consolidare ciò che ha costruito piuttosto che osare fino in fondo. I cori che ancora si sentono dal Sundance parlavano di un It Follows in versione Queer, secondo me il film funziona più come storia dei due protagonisti che come imitazione di altro, il vero problema è il suo DNA da Sundance, quando in un film vedete inquadrature così…

… Sapete che siamo di fronte al tipico film da film Festival, quella che qui alla Bara Volante chiamiamo la “NuCam”, l’inquadratura fissa sulla nuca dei protagonisti, è una delle prove più eclatanti, per un film, di 88 minuti che dedica parti uguali di tempo agli spaventi e ai suoi protagonisti.
Il messaggio è chiaro, cosa succede quando amare qualcuno potrebbe ucciderti? Adrian Chiarella si riprende il genere, ricordandoci che l’Horror è sempre stato dalla parte delle minoranze, per raccontarti quel tipo di paura, amare qualcuno potrebbe distruggerti, è un METAFORONE bello grosso, ma raccontato con il giusto equilibrio tra le parti.
“Leviticus” risulta un film molto calato nei temi caldi del cinema del 2026 ma anche un esordio di grande personalità, perché il film lascia che sia proprio l’horror a raccontare il trauma, la vergogna e il desiderio di essere accettati, il mostro esiste, certo, ma è soltanto il riflesso di qualcosa di molto più spaventoso: l’idea che l’amore possa essere considerato una colpa. A questo punto non ho idea di quando uscirà da noi, dopo tutto questo gran parlarne, qualcuno lo distribuirà, nel dubbio, mi ha fatto molto piacere andare in avanscoperta per voi, questa Bara serve anche a questo.
Vi ricordo che questa settimana la Bara è in versione estiva, il prossimo post è previsto per venerdì. La normale pubblicazione tornerà, tutti i giorni, a partire da lunedì 24, che abbiamo già film molto attesi e compleanni fighi da rispettare… Buon volo!


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