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L’immortale (2017): Takashi fa cento film (e altrettanti morti)

Spero proprio per
voi che abbiate grande dimestichezza con il nome di Takashi Miike e
specialmente con la sua filmografia, il grande regista Giapponese è
famosissimo, per non dire famigerato, considerando l’altissimo quantitative di
sangue e violenza di cui sono farciti I suoi film.
Qui sulla Bara
Volante non ho mai scritto nulla riguardo ai suoi (tanti!) film, ma questo non
vuol dire che presso il sottoscritto Miike non goda di enorme stima, anzi, sono
ben felice di esordire qui sopra proprio con “Blade of the immortal” meglio
nome anche come “L’immortale”, stando al titolo con cui lo trovate disponibile
sul catalogo Netflix, si perché oltre ad essere davvero un gran film, è anche
molto importante nella filmografia di Miike, visto che è il centesimo diretto
dal regista.

Si, perché Miike,
classe 1960, non è certo uno di quei registi che ha bisogno di tanto tempo per
passare da un progetto all’altro, giusto per darti un’idea, “Dead or Alive:
Final”, terzo capitolo della saga omonima (vi lascio indovinare chi abbia
diretto i primi due) quarantatreesimo lungometraggio del regista senza contare
la lunga gavetta in televisione, usciva nell’anno 2002, proprio quando Miike
compiva i suoi prima quarantatré anni di vita. A quel punto Takashi deve aver
pensato: “Beh forse è ora di impegnarsi sul serio”, ed ora che non ha ancora
spento sessanta candeline, ha già firmato il suo film numero cento. Non so come
si dica Stakanovista in Giapponese, forse si dice Takashi Miike.


L’uomo che dirige più veloce della sua ombra.

Voi direte, a
quantità non segue per forza qualità, sbagliato in questo caso, perché tra i
film di Miike ci sono titoli pazzeschi, da quel capolavoro di “Audition” (1999),
passando a titoli ancora più pazzi e famosi come “Ichi the Killer” (2001) e
“Gozu” (2003) in una filmografia che definire schizofrenica sarebbe ampiamente
riduttivo, dentro ci potete trovare tanti film di Yakuza, Jidai-geki, ma anche
musical e adattamenti di manga più o meno famosi, insomma decisamente onnivoro
il nostro Miike.

Ammetto di fare
anche fatica a stare dietro alla sua produzione, ero fermo al mattissimo “Yakuza
Apocalypse” (2015), ma posso sempre contare sul fatto che periodicamente Miike
mi sforna un film che mi ricorda perché questo qua è unico al mondo, e la sua
idea di cinema così radicale ed estrema mi piace così tanto. Pescando tra i
titoli più rappresentativi recenti, non posso non citare il bellissimo
“Yattaman – Il film” (2009) che potreste aver visto, siccome è uno dei pochi
diretti dal regista che ha visto il buio delle sale di uno strambo Paese a
forma di scarpa, esattamente come accaduto ad un altro film di Miike che mi
piace un sacco, ovvero 13 assassini e a ben pensarci, questo
“L’immortale” sembra proprio il frutto di una notte d’amore tra “13 assassins”
e “Yattaman”.
Si perché alla
pari del primo è un Jidai-geki, una pellicola in costume ambientata durante il
periodo storico dello shogunato giapponese, con tantissime Katane e ancora più
samurai, ma come “Yattaman” è tratto dal Manga omonimo di Hiroaki Samura,
intitolato proprio “Blade of the Immortal”.


Visto? non tutti i film tratti da fumetto hanno tizi in calzamaglia.

La trama è presto
detta, occhio che ora parto con un infilata di nomi Giapponesi, che tutti
insieme così non lì sentivate dall’ultima volta che avete preso in mano il menù
del vostro ristorante di Sushi preferito, poi non ditemi che non vi ho
avvisati!

Manji (un
tostissimo e stropicciato Takuya Kimura) è un samurai che non può morire,
ucciso in combattimento, è stato riportato in vita da una misteriosa figura,
forse una strega di nome Yaobikuni, che Manji in amicizia chiama “Megera”. La
donna ha utilizzato delle sanguisughe sacre che nuotando nel sangue del
guerriero gli impediscono di morire, rigenerando di volta in volta, e non senza
una vagonata di dolore, le ferite riportate in battaglia, come il fattore
rigenerante di Logan, ma decisamente
più disgustoso.
Manji è morto e
risorto nel tentativo di vendicare il brutale omicidio della sorellina Machi,
avvenuto per mano di una banda di cacciatori di taglie assetati di sangue,
cinquant’anni dopo l’uomo (come recita l’ideogramma sulla schiena del suo
kimono bicolore) si aggira ancora per il Giappone quando incontra Rin (Hana
Sugisaki) la giovane figlia del maestro Asano, in cerca di vendetta per
l’omicidio del padre avvenuto per mano degli Ittō-ryū, dei feroci e abilissimi
spadaccini guidati dal letale Kagehisa Anotsu (Sōta Fukushi). Su suggerimento
della vecchia megera, Rin chiede a Manji di fargli da guardia del corpo, il
nostro (anti) eroe accetta, per la semplice ragione che Rin gli ricorda
moltissimo la sua amata sorellina, da qui in poi, è solo spadata, litri di
sangue, arti mozzati e un mare di cadaveri fino ai titoli di coda.


“Avevo appena ritirato il Kimono dalla lavanderia, mi toccherà sporcarlo di nuovo di sangue”.

Presentato
all’ultimo Festival di Cannes del 2017, “L’immortale” è come detto il film
numero cento di Miike, che ha come unico difetto quello di essere un film del
buon Takashi in tutto e per tutto, le due ore di durata sono suddivise tra
combattimenti con un nuovo avversario sempre più potente, intervallate da
dialoghi forse anche troppo lunghi, ma che comunque danno spessore ai
personaggi e cementano il rapporto tra Manji e Rin, che funziona alla grande ed
è l’ossatura su cui si basa tutto il film.

Miike spazza via
subito ogni possibile dubbio sulla natura del rapporto tra i due personaggi,
insomma non si corre il rischio di scambiarli per un Léon e una Matilda (serve
che vi dica di che film sto parlando?), perché i due intrecciano un rapporto
affettuoso e protettivo come può essersi solo tra fratello maggiore e sorella
minore, anzi, come direbbero loro tra “Fratellone” e “Sorellina”, dettaglio che
va precisato, perché Miike quando c’è da buttarla sul sesso non è certo un
timido (anzi!), ma non è quello che serviva a questa storia.
Se conoscete le
abitudini del regista Giapponese, in questo “Blade of the immortal” ritroverete
tutto quello che amiamo vedere in un film di Miike, se per caso, magari
complice la comodità di Netflix, questo fosse il vostro esordio con la sua idea
di cinema, tante care cose, perché Takashi non lesina sulla violenza
estremamente grafica, su personaggi che appaio spesso tutti fuori di testa e su
secchiate di sangue, come si fa a non voler bene ad uno così dai!


Premete “Play” su Netflix e fatevi sotto.

Per Miike la
violenza è sempre un modo per narrare la natura umana, e se il contenuto
grafico gronda la messa in scena è sempre di gran fattura, infatti se come
ripeto sempre (pure troppo spesso), i primi cinque minuti di un film sono
quelli che ne determinano tutto l’andamento, quelli di “Blade of the Immortal”
sono una bomba!

Tempo di leggere
il titolo del film, e capire che i primi minuti sono diretti in un elegante e
implacabile bianco e nero (come il futuro kimono di Manji) e pronti via, il
protagonista ha già seccato tre cattivi e sparato un fiotto di sangue contro la
macchina da presa. Così, giusto come antipasto.
Subito dopo si
passa all’omicidio della sorellina Machi che fa leggerissimamente incazzare
Manji, ma proprio due righe eh? Quindi il nostro katana alla mano si trova solo
contro una roba tipo duecento cacciatore di taglie ed uno dopo l’altro li
riduce a fettine sottili sottili sottili che dopo non potete dire di no.


Una bella locandina che promette tanti morti, e questo film mantiene le promesse!

Lo scontro è
brutale e tiratissimo, i movimenti di macchina di Miike seguono il nostro
protagonista mentre fa quello che farà per il resto del film, ammazzare gente,
spargere sangue, perdere un braccio e un occhio se necessario, arrivando con il
fiato grosso a fine combattimento, ma ancora in piedi, unico sopravvissuto
sopra un’enorme pila di cadaveri, in un unico grande combattimento di quasi
cinque minuti che si conclude con i poteri rigenerativi della sanguisughe in
azione, e la pellicola che ritorna a colori quando Manji torna in vita. Tutto
questo si è no dopo dieci minuti di film, ribadisco, se non conoscete il cinema
di Takashi Miike, ci sono modi molto peggiori di fare la conoscenza con un
regista!

L’altra grande
caratteristica del buon Takashi e del suo cinema deriva dalla sua cultura, i
Giapponesi non si fanno tutti i problemi che ci facciamo noi occidentali di
fronte ad una storia, forse perché hanno capito che le storie, che siano libri,
manga o film, sono prima di tutto racconti di fantasia, quindi non si
formalizzano troppo su elementi che qui da noi verrebbe considerati ben poco
plausibili, spiego!

Al pubblico piace
Godzilla? Ok allora facciamolo combattere con una tartaruga gigante chiamata
Gamera, oppure contro una versione robot del celebre mostro, insomma non
imponiamoci limiti di credibilità o ancora peggio di continuità. Qui da noi in
occidente siamo quasi ossessionati dalla continuità degli eventi, una gabbia
rigorosa da cui non si scappa, e che ha come effetto collaterale il fatto che
accadano cose come fan di Star Wars, a cui viene un embolo nel vedere Luke Skywalker barbuto ed in esilio,
quindi tutti pronti ad arroccarsi dietro allo scudo protettivo del: “Non è
parte del canone!!”.


Testa di vimini qui in occidente, non si trova in tanti film no?

I giapponesi
bontà loro, non sono affatto toccati da queste facezie, motivo per cui quando
noi occidentali adattiamo per il grande schermo un fumetto, dobbiamo per forza
normalizzarlo, spiegarlo, adattarlo ad un punto di vista che sia logico,
concreto e giustificato. Mentre invece loro, quando portano sul grande schermo
che so Yattaman, se ne fregano del fatto che il protagonista non potrebbe mai sollevare
un’arma dodici volte il suo peso, ma si godono l’effetto finale di un
cattivaccio colpito in faccia da un’arma sovradimensionata, ecco perché Manji
qui, ha le maniche del kimono che rivaleggiano con le tasche di Eta Beta,
solamente che le utilizza per tirare fuori di volta in volta, coltelli e lame
con cui infilare i nemici, non so voi, ma se il risultato è questo, sono pronto
ad abbracciare il punto di vista orientale a partire da ieri!


Io che in tasca ho solo un coltello svizzero mi sento un vero dilettante.

Accettato questo
punto chiave, potete immaginare che razza di gonzi siano gli spadaccini che di
volta in volta sfidano Manji per cercare di farlo passare da immortale a morto,
giusto per darvi un’idea, il primo è tale Kuroi Sabato, samurai sfigurato che
va in giro con un paio di cadaveri avvolti nel sudario infilzati sulle spalline
dell’armatura. No così giusto per darvi un ordine di idee.

Il film è un
crescendo di cattivacci, di volta in volta sempre più difficili da sconfiggere
come da tradizione dei Manga, menzione speciale per la letale Makie
Otono-Tachibana (Erika Toda) armata di un attrezzo che pare l’antesignano
agricolo del Nunchaku, che non faccio nemmeno finta di sapere come si chiami,
lasciatemi il tempo di consultare l’esperto, magari più tardi ne saprò di più.


Non so che razza di arma sia, ma ne voglio due!

Il finale poi è
un crescendo in cui bianco e nero si mescola, il confini tra buoni e cattivi
non è più così netto ma lo scontro finale è ancora esaltante e violentissimo,
con i duellanti che scivolano sulle budella rimaste a terra dei nemici.

Inoltre, non so
voi, ma ho una particolare predilezione per i film che incorporano i titoli di
coda come parte stessa del film, Miike si gioca un’ultima scena veramente
coinvolgente che scivola dritta dentro i titoli di coda grazie all’azzeccata
scelta di “Live to die another day” scritta composta e cantata da Miyavi,
uno che qui da noi si è giusto intravisto in Unbroken e in Kong: Skull island, ma in giappone è una specie di idolo delle folle, e devo
ammetterlo, per essere un pezzo dal testo sdolcinato, la sua canzone si sposa
alla perfezione con la storia di un personaggi che prima vorrebbe fare di tutto
per poter finalmente morire in pace, e quando ne ha l’occasione, stringe i
denti perché ha ancora una missione da compiete e non può proprio permettersi
di morire.


“Hai visto q-quanti sono?” , “Tzè, non abbastanza”.

Nessuno come gli
orientali è capace di potare rancore o di elevare il senso di responsabilità a
dovere morale, Manji funziona alla grande perché è un anti eroe che incarna
entrambe questa caratteristiche, ma allo stesso tempo è maledetto dal suo
potere, che lo rende l’assassino perfetto, in cambio di vagonate di dolore, in
cui la sua “Sorellina” Rin si incastra alla perfezione.

Insomma,
“L’immortale” è un gran film, ogni tanto perdo di vista Miike ma poi ci pensa
lui con film così a ricordarmi perché mi piace così tanto la sua idea di
cinema, l’unici problema è che nel tempo che io ho impegnato a scrivere del suo
film numero cento, è facile che lui ne abbia già diretto almeno un altro, anzi,
forse anche due!
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