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L’Implacabile (1987): L’Hunger Games della mia generazione

Anno 2017, l’economia mondiale è al collasso,
il petrolio costa sempre di più (svalutation!), molte persone non hanno casa,
cibo o possibilità di sostentarsi, la cultura è vista di cattivo occhio,
nessuna forma di dissenso viene tollerata e la televisione è controllata dal
governo per tenere il popolo rimbambito davanti a talent show in cui i
concorrenti sono costretti ad esibirsi in prove aberranti.

Ok, adesso parliamo del film di oggi!


Prima di passare al prossimo quadrante, un po’ di link per il resto del blogtour!

Il Zinefilo si occupa degli Sponsor.
IPMP con la locandina italiana dell’epoca.
Il Cumbrugliume si mette a correre.

Capita che qualche film abbia saputo
anticipare il futuro, 30 anni fa “The Running Man” (in uno strambo Paese a
forma di scarpa “L’implacabile” così, perché suona figo) ha saputo descriverci
con sinistra lucidità, forse si sono dimenticati soltanto di dire che il
presidente degli Stati Uniti è un palazzinaro con il parrucchino, ma per quello
ci hanno pensato i Simpson.
Chissà se aveva idea che sarebbe finita così
Rob Cohen, quando comprò a scatola chiusa i diritti del libro omonimo “L’uomo
in fuga” (1982) di Richard Bachman, senza sapere che non era altro che lo
pseudonimo di Stephen King (storia vera!). Ora, ditemi cosa volete, King e
Bachman sono la stessa persona questo ormai è risaputo, ma non venite a dirmi
che scrivono nello stesso modo e “L’uomo in fuga” insieme a quel capolavoro di
“La lunga marcia” sono i migliori libri di “Dick Bachman”, come lo chiama lo Zio
Stevie.



Nella ristampa, il nome STEPHEN KING tende a notarsi un pelo di più.

Pare che “L’uomo in fuga” sia stato scritto in
72 ore, di sicuro ne ho impiegate molto meno a leggerlo, perché è un libro con
un gran ritmo, l’ho sempre considerato il romanzo più Carpenteriano mai
prodotto da King/Bachman, anche per via di quel finale in anticipo
sui nostri (brutti) tempi moderni. Il film del romanzo originale conserva
davvero poco, il nome del protagonista, l’idea del gioco tv in cui i
concorrenti corrono per la loro vita e poco altro, perché Rob Cohen non ha
proposto di dirigere il film a John Carpenter (purtroppo), ma a chiunque altro
sì! Incassando, però, un “No” bello grosso da tutti, tanto che alla fine, per
dirigerlo hanno preso il primo che passava di lì, ovvero Paul Michael
Glaser, il David Starsky di “Starsky & Hutch” (storia vera!).

Parliamoci chiaro: fino a quel momento Starsky
aveva diretto solo qualche episodio di “Miami Vice” e nella sua filmografia
spicca anche quella porcheria di “Kazaam – Il gigante rap” (1996), con Shaquille
O’Neal, se per caso ve lo siete perso, vi dirò che non somiglia a “Quarto
potere”, mettiamola così.
Come mai uno che di suo al massimo può
dirigere “Kazaam” ha sfornato un film di culto come “L’implacabile”? Facile, la
spiegazione ha un cognome (pieno di consonanti) e dei grossi bicipiti, ovvero: Arnold
Schwarzenegger.



“Visto? Sono tornato anche sulla Bara Volante”.

Arnoldone di essere diretto da Starsky non ne
voleva sapere, anche perché voleva vendicare il flop al botteghino di Codice Magnum, per non saper né leggere né scrivere, se la gioca sul sicuro, dai suoi due ultimi successi commerciali
pesca lo sceneggiatore, ovvero quel fenomeno di Steven E. de Souza, già autore
di quella bomba di Commando e che
l’anno dopo avrebbe regalato al mondo una cosina intitolata Trappola di cristallo.

Per il cast, invece, si pesca da Predator, da cui arrivano i muscoli di Jesse
Ventura e, a dirla tutta, anche la protagonista femminile, Maria Conchita
Alonso è la stessa vista in Predator 2.
Il cattivaccio Damon Killian, invece, è interpretato da Richard Dawson, in una
specie di auto-parodia di se stesso, visto che Dawson era il famoso
presentatore dello show televisivo “Family Feud”, per altro, tanti che hanno
lavorato con lui, sono stati prontissimi a dire che nella vita reale, era molto
più stronzo che in questo film (storia vera!), ecco perché risulta così
bastardamente efficace!



“Pronto reparto amministrazione? Siete tuuuuuuuuuutti licenziati”.

In un futuro che somiglia fin troppo al nostro
presente, il governo tiene a bada la popolazione mondiale, grazie al gioco più
popolare della tv, il Running Man, talmente violento da sopperire alla brama di
sangue del popolo e che ogni sera fa più ascolti di una puntata di “Sarabanda”
quando c’era l’Uomo Gatto.

Damon Killian, presenta ogni sera dei nuovi
concorrenti, pescati tra carcerati, dissidenti e nemici dello stato, i
“volontari” chiamati corridori, devono attraversare i quattro quadranti del
gioco, inseguiti da un gruppo di simpaticoni meglio noti come “Sterminatori”,
nel nome sono riassunte anche le loro buone intenzioni. Avete presente “Takeshi’s
Castle” (magari lo ricordate come “Mai dire Banzai”)? Ecco, stessa cosa, solo
che se i corridori si fanno prendere, finiscono ammazzati in diretta tv di
fronte ad un pubblico in estasi.



Il presentatore di Mai dire Banzai Running Man, il Mashiro Tamigi americano.

Il tutto mentre in studio, Damon Killian fa il
gigione con il pubblico chiamato a scegliere il proprio Sterminatore preferito
da scagliare contro i concorrenti, in un tripudio d’ignoranza televisiva tipo puntata
di “Ciao Darwin”, ma con degli energumeni incazzati ripieni di steroidi al posto
delle ballerine con le chiappe al vento.

Il pilota militare Ben Richards (Arnold, uno
di noi! Uno di nooooi!) si rifiuta di aprire il fuoco sulla folla inerme
durante una rivolta per il cibo (“Va a farti fottere, non posso sparare su
gente inerme!”), viene messo KO a fatica e, oltre a 18 mesi ai lavori forzati,
si becca pure la colpa della mattanza e il soprannome di “Massacratore di
Bakersfield”.



“Qui Arnold 1, richiesta di cambiare soprannome, passo”.

Nell’Ottobre del 2019, Richards organizza la
rocambolesca fuga dal campo di lavoro che, poi, è anche la prima scena del film,
quella con i collari esplosivi e la “Linea della morte sonica” da superare, gli
stessi collari farciti di esplosivo che vedremmo in Battle Royale (2000) e
chi recitava in quel film? Takeshi Kitano che, oltre ad essere un regista,
attore e più in generale mito, è pure lo stesso del già citato “Takeshi’s
Castle”, se fossi Lucarelli, a questo punto, farei lo sguardo truce e vi direi: “Questa
è una storia strana, una storia, che fa paura”.

“Dimmi amico, fai prima tu a togliermi questo collare da cane, oppure io a romperlo con i deltoidi e fartelo ingoiare?”.

Una volta libero Ben, ci regala un esempio di
shopping online per come lo intendevano negli anni ’80, sfruttando le carte di
credito di Amber Mendez (Maria Conchita Alonso che ai tempi non era mica male),
per fuggire nello stato indipendente delle Hawaii. Amber lavora alla ICS, il
canale che trasmette “Running Man” e viene trascinata (con tutta la panca per
addominali) all’aeroporto, dove Ben viene beccato dalla polizia, forse per
colpa della camicia Hawaiana troppo vistosa (“Soffro il mal d’aereo, sappi che
ti vomiterò addosso”, “Fai pure, su questa camicia non si noterà”). Se c’è una cosa che ho imparato, è che in un aeroporto se sei vestito come
Magnum P.I. fai una brutta fine, ve lo ricordate “L’esercito della 12 scimmie”,
no?

“Bella camicia”, “Disse quella vestita come la pantera rosa”.

Ben infilato dentro una tutina gialla (tanto
mitica quanto imbarazzante da vedere oggi), diventa protagonista del programma,
ma insieme a lui si becca una tutina pure Amber, che nel frattempo ha messo le
mani sul filmato originale non taroccato dal governo che dimostra l’innocenza
di Ben (“Dove lo avevi nascosto”, “Non sono affari tuoi!”).

I media che influenzano l’opinione pubblica
attraverso notizie modificate per fare ascolto? Nel 2017!? Ma com’erano
malpensanti nel 1987, parafrasando il protagonista: “Hai la tendenza a vedere
tutto nero”. Scherzi a parte, per essere un film d’azione, con un’infinità di
battutacce snocciolate dal protagonista, “L’implacabile” si gioca un paio di
argomenti mica da ridere, lo scotto da pagare è l’aspetto generale, sembra un
film di fantascienza distopica degli anni ’70, sullo stile di La fuga di Logan, o magari Rollerball, però intriso di un look anni
’80 che signora mia, come andavamo in giro conciati allora non mi dica!



Signore, signori, gli anni ’80 in tutto il loro splendore!

Le coreografia delle ballerine coreografate da
Paula Abdul (storia vera!), capelli così cotonati che viene da piangere a
pensare al danno fatto al buco dell’ozono da tutta quella lacca spray, Maria
Conchita Alonso che fa aerobica in lingerie e poi, ovviamente, gli sterminatori
pescati tra giocatori di Football professionisti (come Jim Brown nei panni di
Fireball) e Wrestler professionisti, come Gus Rethwisch (Buzzsaw) e il mitico Professor
Toru Tanaka, samoano gigante che avete visto in TUTTI i film e qui nei panni di Subzero, quello che si becca una
delle tante “Punchline” che Schwarzenegger sfoggia nel film, l’ignorantissima “Adesso
vale di certo meno di zero!” gioco di parole con Subzero che doppiato perde
qualcosa, ma resta comunque mitico.

“Si vede il marsupio?”.

Guardandolo oggi, tra l’automobilina guidata
da Dynamo (“Ehi, testa di lampada! Dico a te, albero di Natale!” posso andare
avanti tutto il giorno io vi avviso) e le già citate tutine, il film non è
proprio invecchiato alla grande, se lo mettiamo a confronto con Aliens – scontro finale, uscito solo l’anno
prima, sembrano provenienti da due Ere geologiche distinte, anche se “L’Implacabile”
è costato molto di più del film di Jimmy Cameron (Storia vera!).

“Ma cosa stai facendo!? Cinquanta sfumature di fitness?”.

A ben (Richards) guardarlo, poi, si nota che la
Los Angeles del film è stata realizzando avendo in testa quella di “Blade
Runner”, i maxi schermi orientaleggianti arrivano da lì e anche gli spot
pubblicitari satirici, anticipano quelli di “Robocop”, ma non li eguagliano in
ferocia. Se devo dirla proprio tutta, la resistenza armata e il finale con
l’irruzione negli studi televisivi, mi fa sempre pensare ad una versione eroica
e trionfale del finale (invece nero e satirico) di Essi Vivono, sarà anche per colpa del tema musicale che è in odore
di Carpenter. Ma importa davvero poco, perché “The Running Man” ha una
personalità innegabile e un sacco di frecce al suo arco.

Ad esempio, è vero che i rivoluzionari sono
rappresentati con il minimo sindacale dello sforzo (baschi alla Che Guevara in
testa e via), però ho sempre trovato geniale l’idea di casting di selezionare
due musicisti per interpretarli, uno è Mick Fleetwood (cofondatore dei Fleetwood
Mac) l’altro è Dweezil Zappa, figlio di sua maestà Frank Zappa, in una società
in cui la cultura e la musica sono demonizzate mi sembra davvero un’idea
brillante!



Lui invece, sembra uscito dalla copertina di un disco di Zappa.

E’ inutile girarci ulteriormente intorno, il
motivo per cui “L’Implacabile” è il culto di almeno un paio di generazioni è proprio
Arnold Schwarzenegger che fa fare una figura di niente ad un’infilata di
energumeni che sembrano tutti ambire ad essere più grossi di lui (si Jesse Ventura,
sto parlando di te), ma soprattutto sembra davvero implacabile nel modo in cui
affronta l’assurdo gioco televisivo.

Ben Richards è spavaldo fin dall’inizio, ma
una volta libero dalla barba lunga e dal collare sonico che minaccia di fargli
saltare la capoccia come una tappo di champagne, mette su un ghigno e un
umorismo irriverente, che risulta quasi del tutto fuori luogo rispetto all’atmosfera
cupa, sembra che per lui sopravvivere in un gioco della morte da cui nessuno e
mai uscito vivo (nemmeno i vincitori “Felici alla Hawaii” virgolette
obbligatorie) sia la parte facile, ben Richards ha l’insostenibile leggerezza
dell’essere (un eroe d’azione) alla faccia della distopia!



Distopia? Dittatura? Niente paura c’è Arnold!

Il lavoro di Steven E. de Souza si vede tutto,
lo dico sempre che non si parla mai abbastanza del talento di de Souza, ma
basta sentire come scorrono quei dialoghi per esaltarsi. La cosa clamorosa è
che malgrado il protagonista abbia un nome americanissimo come Ben Richards, qui l’accento austriaco di
Schwarzenegger è più marcato che mai, anche se ho visto tutti i film di Swarzy
tante (tantissime) volte, personalmente “Running Man” è quello in cui il suo
accento mi colpisce in pieno come uno dei suoi cazzotti, ma poco importa, rido
alle battute come uno scemo tutte le volte!

Ovviamente, non può mancare il marchio di
fabbrica di Schwarzenegger, ovvero la minaccia “Io ritornerò” (“I’ll be back”)
ringhiata a Killian che in tutta risposta gli dice “Soltanto nelle repliche”,
ma il duello tra i due prima di finire (male per il presentatore) continua
anche con la spassosa: “Ho detto a Killian che sarei tornato… Non voglio
passare per bugiardo”.



Non mi stancherò mai di sentirglielo ripetere.

Il finale, come detto, è trionfale, il Superman
austriaco vince anche questa volta e l’ultima scena con bacio e ballata anni ’80
(Restless Heart di John Parr) un trionfo, di fatto “The Running Man” s’infila
nella tradizione dei vari film distopici con giochi della morte, che va da “Anno
2000 la corsa della morte” (1975) giù fino a Rollerball, ma se più o meno siete
della mia leva, probabilmente vi ricorderete di una trasmissione intitolata “American
Gladiators”, una versione yankee e sotto steroidi di “Takeshi’s Castle” che,
ovviamente, era ispirata a questo film. Nei pomeriggi della mia infanzia,
passava su Italia 1, con il commento del solito Dan “Per me numero uno”
Peterson che, anche lì, parlava di codici postali americani, che fosse “American
Gladiators”, gli incontri della allora WWF, o le partite di Basket, Peterson
parla sempre di codici postali americani!

A proposito d’ispirazioni, prima ho citato “Battle
Royale”, ma non pensate di scamparvela appassionati di “Hunger Games”, perché senza
“The Running Man” (libro e film) col cavoletto che Suzanne Collins sfornava
tutti quei romanzi! Visto che il Maestro ha aleggiato su tutto questo commento,
da dove pensate che arrivi il Distretto13?



“Il tempo di scendere da ‘sto Toboga e poi ve lo do io Hunger Games”.

Perché non metto in dubbio che in tuta
aderente, sia sicuramente più un bel vedere Jennifer Lawrence che un culturista
austriaco, però è l’unico argomento che potete mettere sul tavolo, perdonatemi,
ditemi pure che sono sorpassato, ma vi lascio la vostra protagonista, con arco,
frecce, nome che m’incastra la mascella se pronunciato e pavone in fiamme, ma
io mi tengo Ben Richards!

Agente
ICS: “Deve firmare. Usi la mia schiena, vittima. AHHH!”
[Firma e
infilza il contratto nella schiena con la penna]

Richards:
“Non dimenticarti la mia copia”

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