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Lionheart – Scommessa vincente (1990): il Re leone

Qualche giorno fa Jean-Claude Van Damme ha festeggiato sessant’anni, proprio nell’anno in cui il suo film
che preferisco ne compie trenta. Secondo voi la Bara Volante poteva mancare
questo doppio appuntamento?

Certo Kickboxer – Il nuovo guerriero è il film che ha fatto fare il botto all’atleta Belga e
magari qualcuno di voi potrebbe preferire titoli come “Senza esclusione di
colpi” (1988), ma personalmente non ho dubbi, il mio JCVD preferito resta “Lionheart”,
per il numero esagerato di volte in cui mi è capitato di vederlo e rivederlo in televisione, ma anche perché è un film che ha fatto fare un salto in avanti alla
carriera di Van Damme, uno che di salti (e calci) è sempre stato esperto.

“Lionheart” è l’esordio alla regia di Sheldon Lettich,
che in precedenza aveva sceneggiato proprio “Senza esclusione di colpi” e Rambo III, ed è stato voluto proprio da
Van Damme, che sarebbe tornato poi a dirigere ancora l’anno successivo in “Double
Impact”. Per questo film il Belga ha voluto i suoi pretoriani, non a caso uno
degli inseguitori del protagonista Moustafa, qui è interpretato da Michel
Qissi, il leggendario Tong Po.

Michel Qissi (a destra) con il vestito buono di chi dopo deve andare ad un colloquio di lavoro.

Il film si apre con un prologo che sembra quasi un
MacGuffin, il fratello del protagonista viene ustionato a morte da alcuni
trafficanti di droga, l’uomo ridotto ad un arrosticino urla il nome del
fratello alla moglie Helene (Lisa Pelikan), che non ha un soldo per pagare
l’assicurazione medica. Quindi io mi chiedo, tutti quegli americani che hanno
appoggiato Trump quando ha fatto di tutto per eliminare l’iniziativa nota come
“Obamacare”, non lo avevano visto “Lionheart”? Non so cosa sia più grave, un
atto di auto sabotaggio nei confronti del proprio sistema sanitario oppure non
aver visto questo film, in ogni caso, poi ditemi che guardare film non serve a
niente. Tzè!

Il fratello dell’uomo è Lyon Gaultier (il nostro Jean-Claude,
gagliardo e tosto) militare della legione straniera, una scelta del tutto
funzionale alla storia, perché per tornare a casa Lyon, come Ulisse, dovrà
imbarcarsi su un cargo battente bandiera liberiana per raggiungere il fratello
morente, ma a ben pensarci anche una scelta che è stata una svolta per Van
Damme. Renderlo un soldato della legione straniera è il modo più logico per
giustificare il suo accento Belga all’orecchio degli americani, che considerano
tutto “European Trash” senza fare distinzioni, una soluzione semplice che
infatti è tornava svariate volte nella carriera di Van Damme, basta citare “The
Legionary – Fuga all’inferno” (1998).

“Mi piace il tuo accento soldato francesino”, “Sono Belga signore e fossi in lei sfotterei poco”

Lyon prima rischia la fucilazione sul posto, rispondendo
molto (ma molto) male al suo superiore, poi pensa bene di mandare KO tutta la
legione straniera fuggendo prima nel deserto e poi via nave, direzione: Los
Angeles. Sfiga! Siccome la nave su cui si è imbarcato come clandestino Lyon, è
alimentata dal carbone che lui stesso caccia a palate nella fornace, la barca
va talmente veloce, ma talmente veloce, che invece di attraccare al porto della città degli angeli,
arriva dritta a quello di New York. Jean-Claude un po’ meno enfasi la prossima
volta ok?

I’m an englishman belgianman in New York.

Lyon dopo aver cambiato forma alla dentatura del capitano
della nave, che lo vorrebbe ai lavori forzati gratis a vita (inventando così a
colpi di pugni la famosa “Pasta del capitano”… Ti rimangono i denti in mano),
vaga solo, senza soldi e senza nemmeno un cappotto nel freddo della Grande
Mela. Senza nemmeno una monetina per telefonare ad Helene, Lyon si imbatte
(avete capito no? Perché finisce per batters… Ok la smetto) in un incontro
clandestino di lotta, ed è qui che “Lionheart” getta la maschera.

Il Re della collina, Walter Hill è il padre nobile di
tutto il cinema giusto occidentale, quello che aveva già inventato tutto prima di tutti, senza che in carriera gli sia mai stata riconosciuta nessuna delle sue idee, non
è successo per Alien, ma nemmeno per tutti i film legati al “Pit Fight”, che
sono nati grazie al suo L’eroe della strada. “Lionheart” non ha fatto altro che riprendere quello stesso
identico modello le cui basi erano state gettate da Walter Hill, sostituendo un
atleta in uno stato di forma incredibile come Jean-Claude Van Damme al grugno e
alle nocche di Charles Bronson, il risultato finale è stato una sorta di
rifacimento non autorizzato se vogliamo, ma anche un modello di riferimento per
tutto il cinema di arti marziali occidentale, che negli anni ’90 spopolava, e di
cui “Lionheart” è diventato il faro di riferimento, il modello da seguire.

“Siamo in missione per conto di Walter Hill”

Pensateci, esattamente come in L’eroe della strada, qui abbiamo il manager chiacchierone con i
contatti giusti che fa amicizia con un combattente tosto e di poche parole,
insieme diventano la coppia in grado di vincere combattimenti e scommesse,
cementando il loro rapporto di virile amicizia e cercando anche una redenzione
personale. Walter Hill era più cinico e diretto, “Lionheart” tende ad essere un
po’ più caramelloso e votato allo spettacolo, ma il risultato finale non
cambia, sono i due film di riferimento per tutto il “Pit Fight” a venire. Sono tentato dal farlo, mi lascio tentare, in onore di tutto quel cinema d’azione degli anni ’90… Classido!

Qui il manager non ha i dentoni di James Coburn, ma le
cicatrici di Joshua (Harrison Page) è lui a ribattezzare il protagonista (“Lyon
che nome è? Te lo cambio subito. Lion! Chi vuole combattere con un leone?») e a
fargli guadagnare i primi soldi, fogli verdi
con sopra facce di ex presidenti defunti conquistati a suon di calci e pugni in strada,
combattendo con i più loschi individui in circolazione, il tutto mentre i
soldati della legione straniera ancora gli danno la caccia. Insomma Jean-Claude
Van Damme viene messo nelle condizioni ideali da parte della storia, di fare quello
che gli riesce meglio, ovvero pugni e calci in stile Van Damme, nel
1990? Non si poteva proprio chiedere di meglio.

“Lionheart” è un film che ha tutte le facce giuste, certo
è pieno di ingenuità rivisto oggi, a trent’anni dalla sua uscita, sembra un po’
un bignami di tutto quello che ti aspetteresti di vedere in un film del genere.
Helene non vuole sapere niente dei soldi di Lion, avrebbe preferito vederlo al
capezzale del marito piuttosto, però il nostro eroe fa amicizia con la nipotina Nicole,
qui interpretata dai riccioli d’oro di Ashley Johnson al suo primo ruolo. Se
siete della mia leva la ricorderete per la parte di Crissy Seaver nella sit-com
“Genitori in blue jeans”, se invece siete appassionati di videogiochi, è la
doppiatrice ufficiale di Ellie, protagonista di “The Last of Us” (storia vera).

Dalla “V” di Van Damme alla “Z” di Zombie, l’alfabeto di Ashley Johnson.

Ma tra le facce più interessanti del film (anche se pure
il resto non è malissimo), sicuramente quella di Cynthia interpretata da
Deborah Rennard. La futura moglie di Paul Haggis qui interpreta la signora dei combattimenti clandestini di New York, quella che
mette subito gli occhi addosso al nostro Re Leone inventandosi anche il suo
nome di battaglia: Lionheart.

Benvenuti nella giungla (ben prima di benvenuti nella giungla)

La trama ha qualche passaggio oscuro, ad esempio non ho
mai capito l’esigenza di Cynthia di tenere Lionheart a New York, se poi dopo
aver raggiunto Los Angeles con mezzi propri, lui e Joshua vanno subito a
dormire nel super albergo di Cynthia, che nel frattempo era già arrivata in
città prima di loro, non potevano andare tutti insieme no? Ma fa anche un po’
parte del rapporto conflittuale tra i personaggi, perché Cynthia, vorrebbe
cavalcare il talento di Lionheart fino in fondo e in tutte le declinazioni
possibili di questo concetto, ma non c’è nulla di più classico di un eroe che
rifiuta il sesso per mettere in chiaro al grande pubblico le sue virtù.

“Carino questo leoncino, quasi quasi me lo porto a casa”

A proposito di sesso, Jean-Claude Van Damme che è un
dritto, aveva capito che l’argomento, la parola con tre “S”, paga sempre
dividendi presso il grande pubblico, quindi nel film regala alle sue fan la più
classica delle camminate a “culo nudo
(specialità in cui si era già cimentato Mad Mel Gibson prima di lui), perché il feticismo del suo lato B è una costante
nei film di Van Damme, tanto quanto le spaccate e i calci volanti.

“33, 34, 35, 36… Arrivo a 100 e mi fermo tranquillo”

Quindi abbiamo l’eroe buono che trova il modo di mettere
da parte soldi per Helene e Nicole – inventando la soluzione di Walter White con
una trentina d’anni d’anticipo rispetto a Breaking Bad -nel tentativo di ricucire i rapporti. Ma se da una parte il Re Leone mostra cuore
e gentilezza, con i suoi avversari preferisce utilizzare pugni e calci,
“Lionheart” è il greatest hits del
talento marziale di Jean-Claude Van Damme.

Anche questo Re leone ha il suo cerchio della vita (e delle botte)

Dovete solo scegliere il vostro combattimento preferito,
quello con lo scozzese in un ring improvvisato costituito da auto parcheggiate
in circolo (e con i fari accesi) attorno ai due combattenti? Oppure quello nella
piscina vuota con addosso delle imbarazzanti tutine nere? Vestitini a parte, non
c’è nulla di imbarazzante in quella scena, nemmeno quando realizzi che
l’avversario si chiama qualcosa che alle mie orecchie suonava tipo Fox (la volpe contro il leone, una battaglia
tra animali insomma) interpretato dai capelli lunghi e la faccia da schiaffi di
Paco Christian Prieto.

Con tanti saluti al tuo dentista.

Una scena che vede Lionheart vincitore a colpi di
gomitate, grazie ad un montaggio che sottolinea ogni colpo, anticipando per
certi versi la “mossa finale” dei vari picchiaduro tipo “Tekken”, da cui Van
Damme sembra uscito, perché con quell’atletismo e quei calci volanti, che sono
l’equivalente di essere colpiti in pieno petto da un carrello elevatore
lanciato a tutta forza, lo spettacolo è assicurato. Per altro uno dei
ragazzotti circondato da belle figliole in bikini durante il combattimento
nella piscina, è Scott Spiegel,
proprio l’amico e collaboratore di Sam Raimi.

Memorabile anche “No mercy”, cantata da Bill Wray durante
lo scontro finale contro il gigantesco Atilla, interpretato da Abdel Qissi, fratello di Michel, ed io spenderei un minuto per pensare alle discussioni tra
parenti, durante le feste di Natale a casa Qissi. Atilla sembra uno sgherro della Spectre, con tanto di gatto bianco portato in giro come vezzo
personale,ma qui devo farvi una confessione che proviene da un’epoca in cui non
tutte le informazioni erano a portata di “click”: per anni ho visto e rivisto
questo film durante i suoi passaggi televisivi, con i compagni di scuola quindi
era diventato una sorta di culto, tanto da diffondere la leggenda urbana (del
tutto farlocca) che Atilla fosse il leggendario André the Giant, una convinzione che mi sono portato dietro fino a
pochi anni fa (storia vera). Questo per dirvi di quanto io abbia mitizzato questo film nella
mia testa, oppure di quanto mi sia fatto distrarre dai basettoni in stile André
the Giant.

Fantozzianamente, non dà la mano (al massimo te la parcheggia in faccia)

Atilla è una sorta di Ivan Drago più irsuto e crudele,
ama incassare colpi per sfiancare gli avversari, solo per poi distruggerli
giocando al gatto col topo con loro, Lionehart dovrà affrontarlo con una
costola rotta e con il suo amico Joshua che temendo per la sua vita, continuerà
ad urlargli di fermarsi. Il rapporto tra Lion e Joshua è lo scontro nello
scontro finale, i due amici sono facce della stessa medaglia, il francesino ha
ancora il coraggio (da leone) che Joshua spezzato dalle botte, dalla vita e dai
magheggi di Cynthia ha perso, quindi Lionheart nel finale combatte contro le costole rotte,
contro le scommesse avverse, contro un avversario superiore ma lo fa con il
triplo della convinzione necessaria. Il nostro leone combatte per un fratello
morto, per Helene, per sua nipote e soprattutto per il suo amico, infatti nel
finale, come dicono gli americani (e ci ha illustrato con dovizia di dettagli Lucius): going berserk!

Passano gli anni e ancora mi fomento.

Posso dirlo, l’eroe che punta tutto sulla sua forza
interiore per vincere, mosso da motivazioni superiori è un classico del cinema
d’azione (non solo occidentale), ma a mio gusto personale, nessuno meglio di Jean-Claude
Van Damme nei film americani ha saputo incarnare sul grande schermo la capacità
di lasciarsi andare alla furia. Nel finale il Belga ne ha per
tutti, per il gigantesco Atilla mandato KO contro ogni possibile previsione ma
anche per Cynthia, a cui non può spaccare la faccia in quanto eroe puro che non
picchia le donne, ma alla sua guardia del corpo sì! Quindi anche il mitico Brian Thompson porta a casa due legnate.

“Lionheart” in più di un passaggio mostra i segni
dell’età, in questo film già si intravedeva la volontà di Jean-Claude Van Damme
di non essere considerato solo un grande artista marziale, ma un vero attore
(l’errore di molti di quelli bravissimi a volare e picchiare sul grande schermo),
quando recita la scena ubriaco è chiaro che tra il premio Oscar come miglior attore e Van Damme, ci
saranno sempre di mezzo un paio di continenti. Dove “Lionheart” funziona ancora
oggi è nei voli di Van Damme, quei calci micidiali scolpiti a fuoco nell’immaginario collettivo, per un eroe destinato a diventare il
modello di tutto il “Pit Fight” a seguire, quindi auguri JCVD e auguri al Re
Leone!

E Mufasa… MUTO!
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