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L’isola perduta (1996): quattro zampe buono, due registi cattivo

In attesa dell’uscita di “Color out of space” continuo
questa mini rassegna dedicata a Richard Stanley, con un film che da tempo avrei
voluto ospitare su questa Bara, forse proprio dal 1996, quando incredulo in una
sala semi vuota, mi ritrovai davanti questo… Coso. Non so altro come definirlo.

Una film pazzesco che ha lasciato i suoi segni su tutti i
coinvolti e anche sul sottoscritto, solo dopo aver visto “L’isola perduta” ho
avuto modo di scoprire che (anche se non accreditato) dietro a questo film
c’era la stessa mano del genietto che aveva diretto grandi film come Hardware e Dust Devil. A mia volta sono un po’ andato alla ricerca dell’isola
del dottor Moreau, quello che ho trovato è una delle storie di produzione più
assurde di tutti i tempi, quindi quello che state per andare a leggere è il
frutto di quella visione in sala da qualche parte nel 1996, ma soprattutto
delle preziosissime informazioni contenute in un documentario che consiglio a
tutti, “Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley’s Island of Dr. Moreau” (2014) diretto da David Gregory. Vi consiglio anche il post di Nanni Cobretti da cui ho scoperto anni fa l’esistenza del documentario, quindi senza perdere altro tempo cominciamo,
vi consiglio di mettervi comodi, non sarà una cosa breve.

Per quando siete stufi di un documentario sugli animali e preferite un documentario pieno di uomini-animali.

Lo abbiamo visto con Dust Devil, Richard Stanley è un regista che vive in maniera viscerale il suo
lavoro, per lui un film è una visione da inseguire, un’opera d’arte
su cui deve avere il totale controllo e dopo essere riuscito con enorme fatica
(e ingenti perdite) ad esorcizzare il “Diavolo della sabbia” dei suoi incubi,
il regista con il cappello aveva un altro grande sogno, portare sul grande
schermo il libro “L’isola del dottor Moreau” (1895) di H. G. Wells
che aveva letto da bambino e lo aveva profondamente colpito.

Per Richard è quasi una missione, la storia ha parecchio in
comune con il passato del suo celebre bisnonno, l’esploratore Sir Henry Morton
Stanley che pare ispirò Conrad per il personaggio di Kurtz in “Cuore di
tenebra” (storia vera). Il romanzo di H. G. Wells era già stato portato al
cinema diverse volte, ma Stanley ha piani bellicosi, il regista è seriamente
intenzionato a mostrare momenti lisergici e anche una scena di accoppiamento e
successivo parto, tra un umano e una delle ibridi (ibridesse? Oh, insomma, un
ibrido femmina) umano/animale del dottor Moreau. Roba forte che,
stranamente, ottiene il via libera dalla New Line Cinema, casa di produzione
specializzata in Horror che ancora non aveva fatto il botto, perché Peter
Jackson e i suoi Hobbit sarebbero arrivati solo nel 2001, quindi sotto con
“L’isola perduta” (titolo italiano piuttosto anonimo) che, a suo modo, il botto
lo ha fatto, ma di natura del tutto diversa.

Alcuni dei bozzetti preparatori del film che lasciano intuire le ottime idee di Stanley.

Stanley vorrebbe il faccione butterato e la sicurezza di Jürgen Prochnow per il ruolo del dottor Moreau, ma alla New Line entra il colpaccio,
sembra che Marlon Brando sia interessato al film, BOOM! Davanti a quello che
forse è il più grande attore vivente, tutti si dimenticano del povero Jürgen e
la New Line puntando al bersaglio grosso, cerca anche di estromettere
Stanley, in favore di un altro regista, uno di cui potreste aver sentito
qualche volta: Roman Polanski (storia vera). Stanley la prende benissimo, per
prima cosa s’incazza come una faina, poi cerca di ritrovare la pace interiore
parlando con il suo sciamano di fiducia (chi di noi non ne ha uno?) che gli
consiglia di parlare con Marlon Brando. Il regista mette le corna per terra e
ottiene dalla New Line due ore da solo con il divo, cosa si siano detti non lo
sa davvero nessuno, ma il nipote dell’uomo che ha ispirato il personaggio di
Kurtz e l’attore che invece Kurtz lo ha interpretato al cinema, trovano del
terreno comune su cui lavorare. Brando è entusiasta e vuole essere diretto a
tutti i costi da Stanley, cascasse il cielo se così non sarà. Ed è a questo punto che
il cielo comincia a cascare per davvero.

Il maestro Stan Winston che per questo film ha dato davvero il meglio.

Con Brando a bordo “L’isola perduta” diventa il titolo più
caldo in circolazione, quello in cui tutti vogliono lavorare, Stanley che ha le
idee chiarissime coinvolge Stan Winston, il suo genio sarà prezioso per creare
i tanti ibridi umano-animale che popolano la storia, in compenso, gli attori
vengono attratti come calamite, solo per poter avere l’occasione di recitare
accanto al grande Marlon. Lo specialista in mostri Ron Perlman accetta il ruolo del cieco custode della legge, mentre Marco
Hofschneider firma per il ruolo della creatura a cui Moreau insegnerà il
concetto di arte.

Il mitico Ron Ron, già cornuto ben prima di Hellboy.

Per il ruolo del protagonista, il naufrago Edward Douglas,
si può puntare altissimo e Bruce Willis sembra molto interessato, mentre per il
viscido Montgomery, Stanley è ben felice di aver James Woods nel ruolo. Solo
che a questo punto la New Line si lascia ingolosire, se possiamo avere tutti,
ma proprio tutti tutti, perché non anche il divo del momento? Val Kilmer
arrivava da due successi come Heat e Batman Forever. Che grande idea
contattare quello che vanta una fama di gran rompi palle sul set, avevamo bisogno di lui!

Il destino svolta in favore dei piani della New Line, Perchè come ammette Stanley nel
documentario, malgrado abbiano divorziato nel 1998, Bruce Willis era già bello
impelagato con il divorzio da Demi Moore, quindi rinuncia al ruolo lasciando
campo libero a Val Kilmer nel ruolo di protagonista. Ora, la New Line ha i nomi
grossi da mettere in cartellone e il “Fattore V” entra subito in azione, il
buon vecchio Val tiene fede alla sua fama di cagacazzo divo è chiede una
riduzione dei giorni di lavoro sul set di un buon 40%. Pur di tenerlo a bordo l’unico
modo è affidargli il ruolo di Montgomery sacrificando James Woods che, essendo
uno che non le manda a dire, si sarà incazzato due righe, ma James credimi, hai
schivato una bella pallottola!
Tra i tanti nomi, mettete anche la leggendaria Barbara Steele, scelta da Stanley per il ruolo della moglie di Moreau e malamente tagliata (extra: una scimmia!)

A questo punto, per il ruolo del protagonista si assume il
primo che passa, qualcuno che non rompa tanto i maroni e costi poco, tipo Rob
Morrow, ma il suicidio della venticinquenne Cheyenne, figlia di
Marlon Brando, fa cadere il divo in una dolorosa depressione e mette in dubbio
la sua presenza nel film. Inoltre, Stanley riceve la notizia che l’anziano Sciamano
che gli ha sempre fatto da guida spirituale si è gravemente ammalato, per il
regista è il momento chiave, quello in cui capisce che più forte dell’odio è l’amore,
più forte dell’amore è ad esempio Mike Tyson (cit.) e più forte di Mike Tyson,
solo la sfiga.

Con la presenza di Brando in forse, Stanley passa i giorni
sul set australiano facendo fronte ad una pioggia battente inarrestabile che
rallenta le riprese e quando finalmente gli mandano un attore, quello che
scende dalla scaletta dell’aereo è un acidissimo Val Kilmer che anni dopo si è
giustificato dicendo che era di cattivo umore, per aver scoperto dalla tv
locale che sua moglie Joanne Whalley aveva chiesto il divorzio. Nei pochi
giorni che passano insieme Richard Stanley avrà dato piena ragione alla
signora, perché Kilmer contesta ogni idea del regista al limite del bullismo
verbale e fisico (si parla anche di un mozzicone di sigaretta spento in faccia
ad uno dei componenti della crew).

Richard che lancia anatemi contro Kilmer, direttamente dal documentario.

Con Stanley già nel mirino della New Line, arriva il
definitivo casus belli quando Rob
Morrow, fiaccato dal clima ostile (in tutti i sensi per la pioggia e per Val Kilmer)
telefona a Rob Shaye, direttore della New Line implorando di stracciare il suo
contratto a di farlo andare via. Shaye accetta, ma a questo punto licenzia
anche Stanley, accusandolo di non essere stato in grado di controllare Kilmer.
Che il regista, per altro, nemmeno voleva. Se fino a questo punto la storia vi
sembra strana, tranquilli, ora diventa davvero folle!

Stanley viene isolato. Capito no? Perché sono su… Ok la smetto!

La comunicazione dell’avvenuto licenziamento a Stanely
arriva come a Martin McFly, via Fax (storia vera). Il regista dà di matto e
straccia tutti gli appunti di lavorazione e quando viene allontanato e
accompagnato all’aeroporto, fa la cosa che gli riesce meglio dopo dirigere:
scompare. Alla notizia del licenziamento di Stanley, l’attrice Fairuza Balk
indignata abbandona il set su una limousine a noleggio, attraversa mezzo
deserto fermamente convinta a lasciare l’Australia e il film, quando il suo
agente riesce finalmente a convincerla a più miti consigli, evitando così che oltre
l’isola, a perdersi fosse anche la protagonista femminile.

Anche le Fairuze nel loro piccolo si incazzano.

Quando il budget già si aggirava intorno ai 70 milioni di
fogli verdi con sopra altrettanti ritratti di presidenti defunti, causati dai
continui ritardi, la New Line pensa bene di affidarsi ad un professionista
solido, uno senza troppi grilli da artista per la testa, una leggenda vivente
come John Frankenheimer. Allungate un braccio, se vi viene più comodo una
gamba. Ora ammirate la lunghezza del vostro arto. Fatto? Bene, sappiate che la
filmografia di Frankenheimer è lunga così ed è piena di capolavori, solo che
in quel periodo non se la passava proprio benissimo, usciva da una lunga storia
d’amore con la bottiglia e cercava del lavoro per tornare nel giro giusto. La
New Line gli offre il classico contratto capestro da tre titoli, due dei quali sarebbero
diventati “Ronin” (1998) e “Trappola criminale” (2000), la clausola, però, era
chiara: concludere le riprese di “The Island of Dr. Moreau”. Missione che Frankenheimer
è fermamente deciso a portare a termine, costi quel che costi.

“Dimenticatevi quel fricchettone di Stanley, ora comando io!”

Frankenheimer è uno della vecchia scuola, in carriera le ha
già viste tutte e ha un piglio da comandante che non somiglia per nulla a quello
di un artista ben poco propenso a reggere la pressione dei produttori come
Richard Stanley, quindi pensa bene di fermare la produzione per due settimane, il
poco tempo che il suo sceneggiatore di fiducia Ron Hutchinson ha avuto per
sistemare questo casino e tirare fuori una storia. Nel frattempo, David Thewlis
viene assunto come protagonista, a distanza di anni ha dichiarato che l’esperienza
sul set è stata così stressante, che ancora oggi non ha mai voluto vedere il
film nemmeno nelle repliche televisive (storia vera), anche perché tra le cose
più normali accadute, pare che al suo primo giorno in Australia, Marlon Brando
gli abbia detto: «Fuggi da qui figliolo, questo è un film maledetto» (storia
vera). Ah, già Marlon, sì, perché alla fine è arrivato anche lui ed è ora che la
follia può iniziare per davvero!

David Thewlis riassume la sua esperienza sul set.

L’arrivo di Brando sul set autraliano, dev’essere stato
paragonabile all’entrata a corte di Luigi XIV di Francia, con quasi tutti in
rigorosa venerazione del divo che, però, avendo legato così tanto con Stanley, questo
Frankecoso qui, non faceva proprio per lui e come da sua abitudine per molti
degli ultimi film della sua filmografia, pensa bene di non imparare nessuna
delle battute del copione, ammettendo candidamente ai colleghi di non averlo
nemmeno letto (storia vera). Per questo ci si arrangia con un piccolo
auricolare per suggerire a Brando le battute, ecco suggerire, perché Brando
tanto, decide che il Dottor Moreau (e di conseguenza il film) sarà tutta improvvisazione
pura.

Richard Stanley in tutto questo, dove sarà scomparso? Occhio che più avanti lo scopriremo.

Nel documentario David Thewlis è quello che parla più chiaro
di tutti, secondo lui sul set tutti avevano la propria idea su che direzione
dare al film, ma tanto a fare il bello e il cattivo tempo era Marlon Brando che
ritardava sempre più l’uscita dalla suo roulotte climatizzata adibita a
camerino, lasciando tutti, comprese le comparse con pesante costume da animale
fuori al caldo, in eterna attesa. L’unico filo rosso che accumunava tutti i
presenti sul set era semplice: a tutti stava sulle palle quella diva isterica
di Val Kilmer. I rapporti tra il vecchio Val e John Frankenheimer sono così
tesi che pare che dopo l’ultimo Ciak il regista abbia urlato «Ora portate quel
bastardo fuori dal mio set!» (storia vera).

Ma poi secondo voi una diva isterica come Kilmer poteva non
mettersi in competizione con Marlon Brando? Eh, no figurati! Infatti, Val fa
partire la gara. Quello sta nel suo camerino un’ora? Io ci starò due! Solo che
quando finalmente convinto di avere tutti che pendono dalle sue labbra, decide
di uscire fuori un vergognoso ritardo, nessuno se lo fila comunque, perché
tanto Brando è ancora in camerino e non accenna a manifestarsi.

“Ma come ancora nel camerino? Dovrebbero aspettare tutti me!”

Quando, poi, Brando grazia il popola con la sua presenza, forse
è ancora peggio, perché l’attore ha delle idee tutte sue sul personaggio, ad
esempio il Dottor Moreau ha sempre caldo, posso avere un secchio pieno di
ghiaccio da indossare come copricapo? E, quindi, via a sbattersi a cercare un
secchio, da riempire di buchi sul fondo per assecondare le richieste di Brando
che, però, non accennano a terminare o a diventare meno bizzarre.

L’assurda corona dell’imperatore Brando, monarca assoluto del film.

È di Marlon l’idea
di conciarsi come una grottesca parodia del Papa con diversi strati di crema
solare addosso (sembro io quando vado al mare), ma la richiesta più assurda in
assoluto, è quella di avere per forza Nelson de la Rosa al suo fianco. Uno
degli uomini più bassi del mondo, 71 cm di altezza e tutti di pura
stronzaggine, perché de la Rosa appena arrivato, inizia a comportarsi come un
divo dispettoso
Val Kilmer, ne fa le spese Marco Hofschneider che
nel documentario racconta di quella volta che lo ha incontrato nell’ascensore
dell’Hotel e al suo «Buongiorno», de la Rosa ha risposto con un sonoro pugno
nella palle al poveretto (storia vera).

Il racconto di Hofschneider, che ho dovuto mettere in pausa per ridere (storia vera).

Ma la ciliegina su questa torta di follia non può essere che
la presenza di Richard Stanley, un’aurea che continuava ad aleggiare sul set.
Sì, perché il regista non aveva per niente lasciato l’Australia, il maestro
delle sparizioni afflitto da un totale crollo emotivo per aver perso la sua
opera, non si dava pace, lui doveva a tutti i costi vedere cosa stavano facendo
al suo film e grazie all’incontro casuale con alcuni membri dello Staff,
Stanley è riuscito davvero ad infiltrarsi sul set da cui era stato cacciato e
non è una voce di corridoio. Per non farsi riconoscere Richard Stanley ha
indossato uno dei costumi da Uomo-Cane ed è finito nel montaggio definitivo del
film! (storia vera).

Alcuni set hanno dei cani come registi, altri dei registi vestiti da cane.

Alla sua uscita, ovviamente, “L’isola perduta” incassa
noccioline e risate, di quella visione in sala io ricordo che da un generico
film sulla cattiveria umana, ad imprimersi nella mia memoria sono state poche
cose, tra cui il “Mini-Me” che compariva accanto a Brando conciato esattamente
come lui, un affaretto che senza fare nulla di spaventoso, risultava
grottescamente assurdo (il sorrisetto che fa quando tende la mano al
protagonista… Brrrr!). Mi sembrava così strano perché non riuscivo a capire
come lo avessero realizzato, mai avrei potuto pensare che sotto quel trucco ci
fosse un essere umano di 71 cm di altezza.

Ci tengo a sottolineare che il primo “Austin Powers” è uscito solo nel 1997.

Sapete qual’è la cosa davvero incredibile di tutta questa
storia che rivedendolo “L’isola perduta” non è nemmeno così terribile, nel
senso che non è un disastro quanto la sua storia produttiva lascerebbe
intendere, ma è soltanto un film con una voce narrante che sottolinea l’ovvio
(inserita per tentare di dare un senso a questo casino) che trasmette un certo
senso di malsano, ma poi finisce frettolosamente, accampando un generico
messaggio che tra gli animali che camminano a quattro zampe e quelli che
camminano a due, la seconda categoria è quella più pericolosa e cattiva.

Un film molto classico nello sviluppo con poche scene
davvero fuori luogo (l’attacco dei topastri mutanti in brutta CGI potevano
tranquillamente tagliarlo) dove è chiarissimo il rigore della regia di John
Frankenheimer, ma volendo s’intravedono anche alcune delle idee sovversive di Richard
Stanley in una convivenza impossibile, ma tutto sommato pacifica. Se non fosse
per la sua folle storia produttiva e i bei costumi di Stan Winston, sarebbe
solo uno di quei filmetti che ogni tanto vengono replicati in tv nel
tentativo disperato di racimolare qualche soldino dopo il clamoroso tonfo al
botteghino.

Lo riconoscete Mark Dacascos sotto il trucco? Difficile vero?

Ma è inutile girarci attorno, il fatto che a distanza di
anni io mi ricordassi così bene di Nelson de la Rosa è la prova che la parte
migliore del film, sono le assurde idee di Marlon Brando. Quello che buca lo
schermo è proprio il suo dottor Moreau, una grottesca imitazione di essere
umano che si atteggia a divinità e padre per le sue creature, ma non si pone
nessuno problema a fulminarle e ucciderle senza pietà come una Dio da vecchio
testamento. La sua mole fisica accanto al piccolo de la Rosa lo fa sembrare
come Kingpin disegnato da Bill Sienkiewicz trasformato in carne e cinema. Tutto il film è basato sull’attesa
del dottore (aspettano Moreau) e quando sparisce dalla storia, nessuno gli
tiene più testa, nemmeno Val Kilmer che in una scena per motivi di copione (se
mai ne fosse esistito uno) gli fa il verso imitandolo, ma senza riuscirci per davvero
perché tu sarai pure Val Kilmer, ma quello è Marlon Brando, l’uomo che si è fatto
strapagare per interpretare il papà di Superman e poi ha fatto causa alla produzione, quello che ha comprato un
atollo privato e mandato una nativa americana a ritirare il suo Oscar per
protesta. Pensate solo che razza di film sarebbe stato se due visionari e
uomini di Cinema come Stanley e Brando, avessero potuto collaborare in piena
libertà.

Uguale a me, quando mi metto la crema solare per stare in spiaggia.

La cosa che trovo più incredibile, però, di un film pieno di
storie assurde è il suo lascito, dopo questo film Richard Stanley ha applicato
la sua arte di scomparire per 24 anni di fila. Ritirato da qualche parte nel mondo, si è manifestato (anche la ToHorror Film Festival) solo per qualche sporadico documentario da lui
diretto, circa cinque anni fa ha annunciato di essere al lavoro su “Color out
of space” che arriverà su questa Bare tra poco. Ma la vera notizia per me
resta la nuova accoppiata, sì, perché il film ispirato al racconto di H.P.
Lovecraft sarà diretto da Stanley, l’artista con il cappello che mal sopporta
le pressioni della produzione e che ha dovuto gestire divi dispotici su set
impossibili, ma sarà recitato da Nicolas Cage, quello che al momento è la
personalità più strabordante e sopra le righe di Hollywood, uno che a storie
personali strambe potrebbe cancellare dalla mappa Val Kilmer per puntare a rivaleggiare
proprio con Brando.

Non ci sono dubbi, Lovecraft, Richard Stanley, Nicolas Cage,
il secondo film più atteso del 2020 contro “Color out of space” può solo
arrivare quarto!
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