
Il film di oggi fa parte di una non-trilogia, tre film accomunati da temi (perdenti in viaggio), facce (di solito Toni Collette) e musiche pop (il più delle volte gli ABBA) che con la Wing-woman finiamo per rivederci una volta l’anno a casa Cassidy, il primo vertice della piramide è Priscilla, del secondo se ne occupa la nostra Rebel Rebel!

Bastano i primi istanti del film costruiti con il chirurgico incastro tra suono e immagini per catturarci e farci accomodare meglio sulla poltrona. Stiamo per assistere a qualcosa di molto speciale. The winner is (titolo che di per se è già un manifesto) dei DeVotchKa, il brano gypsy punk che apre il film e che diverrà iconico e super-sfruttato, dà il benvenuto in questo spaccato di America dove a partire dallo sguardo innocente e blu di una bimba rotondetta e assolutamente irresistibile, facciamo la conoscenza di un’intera famiglia di falliti, di perdenti, alle prese con un mondo che non tollera ed anzi infierisce su chi inciampa. Prodotto dalla Big Beach Films, costato 8 milioni di dollari, girato tra Arizona e California, Little Miss Sunshine, incarna il frutto del miglior cinema indipendente USA. Destinato a divenire un cult della loser – filosofia e dei loser – fans (io presente in prima fila), abbaglia l’edizione 2006 del Sundance Film Festival tanto che la Fox si fionderà nell’immediato per acquisirne i diritti. In seguito alla grande distribuzione il film incasserà 100,5 milioni di dollari e quattro candidature agli Oscar. Otterrà due magnifici omini d’oro, Miglior Sceneggiatura Originale per l’esordiente Michael Arndt e Miglior Attore Non Protagonista ad Alan Arkin, il nonno della nostra famiglia disfunzionale. Jonathan Dayton e Valerie Faris, i due registi (coniugi) quasi sconosciuti nel campo del lungometraggio, avendo comunque alle spalle numerosi premi per spot televisivi e video musicali (per band quali: Red Hot Chili Peppers, Smushing Pumpkins, Rem), realizzano un’opera da amare per sempre, costruita in forma di road-movie. Un portato di satira verso la religione del successo, un’iniezione di divertimento sano e intelligente, somministrati portando a spasso per l’America, a bordo di un Volkswagen molto hippy, fuori moda e fuori tempo massimo, un gruppo di personaggi, talmente umani nella loro aurea di sconfitta appiccicata addosso, che solo la follia della società occidentale contemporanea, Stati Uniti in testa, non è in grado di accogliere né di offrire loro un posto nel mondo che non assomigli ad un letto di chiodi.

La famiglia Hoover vive ad Albuquerque in Nuovo Messico ed è un modello di nevrosi e inadeguatezza [Infatti se tenete gli occhi aperti ci trovate anche Dean Norris e Bryan Cranston – Nota Cassidiana]. Per ognuno dei suoi componenti la vita risulta essere una battaglia continua dalla quale si esce sempre con le ossa rotte. Abbiamo Richard, il papà (Greg Kinnear) che cerca di affermarsi come Life Coach (?) insegnando in aule semivuote il suo programma in nove passi intitolato “Rifiutati di perdere”, ma il sogno americano del self made man non è così a portata di mano, forse semplicemente è una fregnaccia bella e buona. La mamma Sheryl (mia adorata Toni Collette) è una casalinga che corre sul bordo dell’esaurimento, che cerca di tenere unita la famiglia con tutta la potenza dell’amore e dell’ansia che le appartengono e non si tratta di un’impresa di poco conto. Ci sono poi i due figli della coppia: Dwayne (faccia da cinema Paul Dano) è un quindicenne cupo ed estraniato che legge “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche, indossa magliette con scritto “Jesus was wrong” e non spiccica una parola da mesi come voto di silenzio sino a quando non riuscirà a realizzare il sogno di diventare pilota di jet. Olive (la piccola Abigail Breslin) ha sette anni, è buffa e dolcissima ed ha un sogno, o perlomeno è il sogno che nella sua breve vita le è stato propinato, ed è quello di vincere un concorso di bellezza per bambine. Il nonno Edwin, da parte sua è alle prese con l’invisibilità e la debolezza che regala la vecchiaia, tanto più in una società che si basa sulla performance perfetta, e fugge dal malessere sniffando delle belle strisce bianche e facendo da trainer alla nipotina nella sua preparazione in vista dei concorsi. Entra a pieno titolo nella squadra del disagio lo zio materno Frank (un inedito quanto stellare Steve Carell, reduce dal successo della prima stagione di The Office, tante grasse risate) accademico dal cuore sensibile, pure troppo per gli standard dell’ambiente, massimo esperto di Proust che, in seguito alla delusione d’amore per un suo studente che l’ha mollato per un altro accademico esperto di Proust (vedi tu!), ha tentato il suicidio e dunque va a vivere a casa della famiglia Hoover perché non può essere lasciato solo.

Inaspettata arriva la possibilità per Olive di gareggiare alla finale nazionale di Little Miss Sunshine (in italiano tradotto come sempre un po’ alla carlona in Piccola miss California, il perché di tanta approssimazione non lo scopriremo mai) che si terrà a Redondo Beach, a parecchie miglia di distanza. La famiglia decide che non si può rinunciare, il sogno di Olive è uno spiraglio di riscatto, e perciò parte a bordo di un pulmino malmesso per raggiungere la sede del concorso. Durante il tragitto, col valore aggiunto di una pregevole fotografia del paesaggio, non ci saranno solo disavventure e ostacoli ma il viaggio sarà anche occasione per rinsaldare un legame d’amore reale e di reciproco sostegno in mezzo a gag leggere che fanno sorridere e perfino ridere e a momenti toccanti, mai ostentati, delicati e poetici.
Come forse ho già avuto occasione di dirvi, questo film fa parte della schiera dei preferiti perché un momento ridi, un momento hai le lacrime agli occhi; una bella boccata d’ossigeno esistenziale. Le frasi ad effetto pronunciate da papà Richard costellano gran parte del film e nel loro essere insultanti per l’intelligenza umana rappresentano la vena satirica di denuncia. “Non ti scusare, scusarsi è segno di debolezza”, “il sarcasmo è il rifugio dei perdenti” e poi ancora il convegno dove Richard va a cercare l’uomo che doveva trovare sponsor per il suo progetto dei nove passi, dall’assurdo titolo di Strategie Dinamiche, il vuoto cosmico di significato che dovrebbe invece fungere da motivazione al successo. Queste violenze verbali, spacciate per verità messianiche, in LMS vengono disvelate nel loro duplice scopo di deresponsabilizzare la società nel suo (non) prendersi cura delle persone anche quando esse non sono così abili a destreggiarsi, e di colpevolizzare chi non ce la fa. Se sei un perdente è colpa tua, non sai batterti, non vuoi batterti, in due parole: te lo meriti. In una società votata alla competizione solitaria e perpetua, dove una burocrazia cieca non vede più le persone come individui da rispettare (vedi l’addetta ai decessi dell’ospedale), che spaccia falsi sogni irraggiungibili e che probabilmente anche nel fortuito caso in cui fossero raggiunti non risolverebbero un bel tubo di niente, la famiglia Hoover, unendo tutte le forze (cioè le debolezze) per raggiungere la finale, riscopre quanto siano proprio i fallimenti a definirci e quanto guarisca l’anima partecipare l’uno dei fallimenti dell’altro. Ognuno di loro si troverà infine nel posto giusto per le giuste ragioni. Come insegna la vita di Proust, che era il perdente per antonomasia, spiega ad un certo punto zio Frank a Dwayne, è la sofferenza a renderci persone migliori capaci di entrare prima in sintonia con noi stessi e quindi con gli altri. Sul pulmino siedono un daltonico che non potrà mai realizzare il suo sogno, un provetto suicida, una madre nevrotica, un imprenditore fallito, un vecchio cocainomane e una bimba che insegue un sogno per cui non ha esattamente le carte in regola. Ma non è la competizione e nemmeno l’individualismo che fa evolvere il genere umano (e ogni altra specie potremmo affermare) ma l’esatto opposto ovvero la solidarietà, l’empatia. Arrivare primi non serve molto e non risolve niente, arrivare insieme sì.

LMS non sarebbe la perla che è senza il suo finale col triplo botto (se non avete ancora visto il film saltate questo pezzo) liberatorio quanto un coro di vaffa urlato a squarciagola sulle note di Can’t Touch this, perché si proprio così, questo non lo puoi toccare. Quando i nostri beniamini (perché lo divengono nei primi tre minuti di film) arrivano, dopo mille peripezie, al concorso per eleggere la Little Miss Sunshine dell’anno, l’ambiente malato che vi trovano è il punto di caduta di tutti gli indizi seminati in luminosa evidenza nel corso della pellicola. Tutti quei segnali che indicano con un’enorme frecciona rossa il danno che è in grado di produrre sulle persone (perfino sui bambini piccoli) la follia di una società che pretende di allevare solo vincenti, tutti uguali, ognuno solo, qui si condensano e fanno paura. L’orribile strega cotonata che li accoglie all’ingresso con la gentilezza di un cobra reale, il presentatore con la faccia di plastica che canta America America, le madri snaturate evoluzione infernale della Magnani di Bellissima con dosi massive di morbosità ai tempi sconosciute, i padri loro ostaggi. E la visione più inquietante: bimbette grandi come i nani da giardino, in elaborati abiti da sera, mostri di bravura nell’esibirsi, truccatissime e ammiccanti. Una visione contro natura.

Nella mia mente si riaccende in un secondo il ricordo del terribile fatto di cronaca che sconvolse gli USA nel 1996, il brutale omicidio (irrisolto?) di JonBenet Ramsey, la reginetta di bellezza di sei anni del Colorado. Famiglia bianca, molto facoltosa, molto potente, indagini lacunose e forze dell’ordine negligenti al limite della complicità. Ma se la famiglia della povera JonBenet atterrisce e fa orrore, la famiglia Hoover che ahimè tra le due è quella di fantasia, è il suo contraltare, la nostra speranza, la via umana. Di fronte al pericolo subito percepito dai familiari di dare Olive in pasto ai coccodrilli, la famiglia sconclusionata si erge a barriera protettiva mandando al diavolo tutto quel teatro artefatto e i suoi burattini. Olive si vuole esibire, mostrando un coraggio degno di una squadra di pompieri. Col suo costume improvvisato, la pancetta tonda e le mossette goffe che le ha insegnato il nonno, è quanto di più sensato si dovrebbe vedere su un palco calcato da bimbe piccole. Quando in una scena perfetta, la nipotina confessa al nonno che non vuole essere una perdente perché il papà odia i perdenti, il nonno le risponde che il vero perdente è colui che ha talmente tanto timore di non vincere che non ci prova neanche, il vincente è colui che non molla mai e, aggiungo io, la bellezza, come mi diceva la mia nonna, è negli occhi di chi guarda. LMS ci ricorda che il mondo non può essere una sfilata di vip, che non funziona così, vincere non può essere un mantra ma anzi si può perdere e forse si deve farlo ogni tanto, senza sentirsi per questo annientati, ballando ognuno alla propria maniera e con la musica che ci piace di più.

Grazie ancora a Rebel Rebel per aver fatto muovere a spinta questa Bara, regalandoci uno dei tre vertici della non-trilogia di culto a casa Cassidy, il logo rosso a questo film non glielo toglie nessuno!



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