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Lo Squalo (1975): uno splendido quarantenne

Non sono un grande appassionato dell’estate, ma ho una specie di rito tutto mio per celebrarla, un’abitudine che quest’anno casca proprio a fagiolo. Quando arriva questo periodo dell’anno io mi riguardo “Lo Squalo”, capolavorone senza sterzo che compie i suoi primi 40 anni, portati splendidamente per altro. Nelle righe che seguono cercherò di spiegare il perché, ma più che altro di rendere omaggio a questo film, quindi ve lo dico subito: “Jaws” è un Classido!

La Universal aveva per le mani i diritti del romanzo di Peter Benchley e una lunga lista di nomi di registi per portare al cinema questa storia. Avevano anche un penna, che è tornata molto utile, perché tutti i nomi da quella lista sono stati depennati uno dopo l’altro, fino ad arrivare all’ultimo dei candidati, un ragazzo di 27 anni con gli occhiali tondi, che aveva nella sua filmografia solo un film per la tv, una robetta di un camion che insegue un’auto, tratta da Matheson, “Duel” se ne avete sentito parlare come di un filmone, beh forse è pure riduttivo.

Spielberg non ne vuole sapere di ‘sto squalaccio maledetto, le affinità con “Duel” sono troppe, la paura è quella di venire etichettato come regista di genere, ma la Universal gli promette carta bianca per i prossimi progetti, quindi Steven accetta l’incarico, vedete i bordi intorno ai vostri occhi che diventano bianchi? State pronti… Spero vi siate portati il vestito buono, sta arrivando il “Flashforward” per portarci ad una serata di gala!

Non so voi, ma sono sempre andato giù di testa per questa inquadratura.
Cerimonia degli Oscar, anno 1976, “Jaws” è candidato come miglior film (ma non come miglior regia o sceneggiatura), a fine serata si porterà a casa tre sosia di Zio Oscar per miglior montaggio e colonna sonora. Ma la reazione di Spielberg, a casa con amici a guardare la cerimonia in tv, ormai fa parte dell’epica di questo film: «Dannazione, sono stato battuto da Fellini!»Nel giro di un anno Spielberg è passato da NON voler dirigere “Jaws” a disperarsi per essere stato battuto (solo) da Federico Fellini, quello che c’è in mezzo, secondo me, spiega il livello di coinvolgimento, entusiasmo e, diciamolo pure, follia che ha fatto di Spielberg l’uomo giusto per traghettare un film su uno squalo, direttamente nella storia del Cinema. Anche perché la pazienza e la testardaggine dell’allora giovane Spielberg, furono messi a durissima prova.
Spielberg senza occhiali, ma con notevole look anni ’70. 

La sceneggiatura venne riscritta varie volte, tentando di coinvolgere anche Peter Benchley, alla fine Spielberg bocciò tutti gli script e affidò il tutto a Carl Gottlieb, che fino a quel momento aveva scritto solo commedie… Se non è fegato questo, allora non esiste il fegato. La sceneggiatura venne poi rivista, ma tenetemi l’icona aperta, che più avanti torno sull’argomento.

La Universal prevedeva circa 50 giorni di riprese, ma tra maltempo, attrezzatura distrutta da acqua e salsedine e l’assenza dello squalo, portò i giorni di lavorazione ad oltre 150, con relativi costi e mal di stomaco per la major pagante. Il problema principale era generato da quello che avrebbe dovuto essere la vera star della pellicola, Joe Alves e l’esperto di effetti speciali Bob Mattey ebbero enormi casini con il mamozzone di gomma dello squalo, questo contribuì al ritardo della produzione, ma forse anche alla riuscita del film.

Tre uomini in barca, la nuova commedia estiva della Universal.
Spielberg fece di necessità virtù, inizio a girare tutto quello che poteva, senza “Bruce”, il nomignolo che venne appioppato allo squalo sul set, perché l’avvocato di Mattey si chiamava così… Fate ciao ciao con la manina a tutti gli avvocati che ci stanno leggendo.Il risultato è che “Lo Squalo” è un film palesemente diviso in tre grossi tronconi, quasi tre atti, il primo dei quali è quello caratterizzato dal vero colpo di genio di Spielberg, ovvero: costruire la tensione senza mostrare mai il pescecane. La scena di apertura del film con la celebre zu-zu-zu-zu-zu composta da John Williams (uno che da qui a Jurassic Park, passando per Guerre Stellari, ha messo in musica i sogni e gli incubi di tre generazioni di spettatori) è da manuale dell’Horror.Il punto di vista dell’assassino sulla vittima, è derivato da Mario Bava e di conseguenza da Dario Argento, pensate l’inizio è quello di uno Slasher, lo Squalo che punta la sua vittima è del tutto simile alla soggettiva iniziale di che so, “Halloween” di John Carpenter, tanto per citare uno di cui non parlo mai.
Quel ti vedo e non ti vedo che fa riempire i calzoni agli spettatori.
In tutta la prima parte, la trama gira intorno allo sceriffo Martin Brody (Roy Scheider, lanciato da questo film, scelto da Spielberg dopo averlo ammirato ne “Il braccio violento della legge”) che cerca di convincere il sindaco dalle giacche assurde, a chiudere le spiagge e dare la caccia alla creatura. Qui Spielberg mette a segno una serie infinita di intuizioni geniali, la prima, quella di abolire completamente il colore rosso dai set, dai vestiti e dagli oggetti di scena, in modo da aumentare l’effetto Shock, nel momento in cui il sangue colorerà l’acqua per la prima volta. Spielberg basa tutto sui suoi personaggi, basta guardare la scena di Scheider alle prese con la madre del bambino morto, uno schiaffo e dei primi piani che caricano di senso di responsabilità il personaggio, tutto quello che lo sceriffo farà successivamente durante il corso della pellicola (anche affrontare la sua paura dell’acqua) lo farà per senso di colpa/dovere nei confronti della sua comunità e questo rimanda al secondo grande merito del film.Una comunità minacciata, uno sceriffo responsabile, un esperto e un cacciatore di taglie chiamato a risolvere la situazione, partono insieme verso l’ignoto per cercare di fermare la minaccia. Se ci fossero cavalli al posto dell’Orca e la prateria al posto dell’oceano, il film sarebbe un Western, di quelli vecchio stampo, pensateci, non si risolve tutto con un duello a colpi di fucile?
«Questa spiaggia non è abbastanza grande per tutti e due squaletto»

Spielberg mescola archetipi Western alle basi del cinema Horror e su tutto ci mette il suo cinema che ruota intorno ai personaggi e il suo entusiasmo. Nella scena della morte del bambino, è proprio lui, camera in spalla, sdraiato sul lettino gonfiabile a riprendere tutto in prima persona, prendete come esempio la celebre zoomata sul volto di Scheider durante il primo attacco, l’apice di una serie di inquadrature in cui, anche dopo 100 visioni, non si può non pensare: «Ecco ora arriva lo Squalo!» Ehm… No, ok… Ecco ora arriva, adesso si mangia la vecchia! Ehm… No… Tensione, Hitchcockiana e riuscitissima tensione, se chiedete a me, tutta riassunta in un primo piano, quello sul volto dell’anziana signora, mentre terrorizzata entra in acqua, solo per assecondare la richiesta del sindaco. Quella stessa tensione che ha creato il mito di “Jaws” negli anni, quella che fece gridare a Spielberg «It Works!» mentre spiava le reazioni degli spettatori in sala, alla prima del film.

Chi è che ha detto “Vertigo”? Vi ho sentito voi là dietro…
Il secondo atto è quello che io chiamo amichevolmente “tre uomini in barca”, qui l’Horror lascia un po’ il passo al Western e le scelte di casting fanno la differenza. La Universal avrebbe voluto Charlton Heston, Spielberg gli preferì Roy Scheider, convinto che l’eccesso di carisma di Heston avrebbe oscurato Bruce. L’attore risponde regalando la frase simbolo del film, la mitica “We’re gonna need a bigger boat.” Non presente in nessuna delle tante revisioni della sceneggiatura, poiché improvvisata da Scheider sul momento… Quando si dice avere la battuta pronta.

Roy Scheider: Ovvero come entrai nella storia del cinema con una sola battuta.
Mentre per il biologo marino, il regista opzionò quello che per anni sarebbe stato il suo attore feticcio (nell’era Pre-Tom Hanks), ovvero: Richard Dreyfuss.
Ora, io vado giù di testa per questi due attori, ma Dreyfuss ha una caratteristica che mi manda ai pazzi, ovvero quella di sembrare uno che potresti trovare in coda alla posta, o a spingere un carrello all’Esselunga, è uno normale e quando in una scena deve recitare la parte di quello incazzato, si arrabbia come si arrabbiano le persone nella realtà, basta guardare le sue reazioni nervose mentre analizza il cadavere della ragazza (descritto per filo e per segno, ricordate: suggerire l’orrore, invece di mostrarlo), si pulisce compulsivamente gli occhiali e si incazza con lo sceriffo quando inizia a fumare, solo per poter sfogare la paura.
Fa anche le stesse boccacce che fate voi, quando il vostro capo vi volta le spalle.
Ecco, a questi due uomini normali, rappresentanti degli abitanti della terraferma (quindi di noi spettatori) viene contrapposto un lupo di mare che sembra arrivare da un altro mondo e da un’altra Era, infatti è interpretato da Robert Shaw, uno che arriva da “La battaglia dei giganti”, da “I lunghi giorni delle aquile” o “La stangata” giusto per fare qualche nome a casaccio. In questa porzione di film tengono banco le dinamiche tra di loro, con Bruce a fare letteralmente capolino, facendo perdere battiti cardiaci agli spettatori. L’apice di questo ideale secondo atto è senza ombra di dubbio il celebre “Indianapolis Speech”, la famosa icona lasciata aperta di cui vi parlavo lassù.
La sua entrata in scena, con le unghie sulla lavagna, è ancora oggi un apice assoluto.
L’intelligenza di Spielberg è stata quella di capire che era necessario buttare il carico, ci voleva qualcosa che cementasse il rapporto tra i tre uomini, mettendo in chiaro che per uscire da questa situazione, sarebbe stato necessario un approccio diverso a quello che potrebbe funzionare sulla terraferma, ci voleva un momento catalizzatore, il passato del cacciatore di squali Quint aveva bisogno del contributo di qualcuno in grado di scrivere i momenti topici, per questo sporco lavoro, Spielberg aveva le idee chiare, ci voleva John Milius.Quindi, un po’ a tradimento e un po’ di sponda, questo commento si trasforma immediatamente nella rubrica… Un Milius alla volta!

Milius capisce che la missione omicida dell’Orca si porta nella pancia echi del Peaquod di Moby Dick e di conseguenza Quint è una specie di Capitano Achab. Per creare il passato del personaggio Milius volge lo sguardo ad un argomento che ben conosce, ovvero una storia di guerra.

Il racconto dei naufraghi della U.S.S. Indianapolis, divorati uno alla volta, un giorno dopo l’altro dagli squali, è il momento che cambia tutto, in pochi minuti (quattro, ma tiratissimi da sembrare molti di più) la missione dei protagonisti diventa una chiamata alle armi, c’è un’urgenza di vendetta nella parole di Quint, è il momento che cementa per sempre l’importanza di questa spedizione spalla a spalla, non si tratta solo più di salvare dei bagnanti in pericolo, uccidere quel bastardo dagli occhi neri senza vita (“…Lifeless eyes. Black eyes, like doll’s eyes.”), diventa ragione di vita e vendetta, sposta tutto sul piano personale, per i personaggi e per gli spettatori.

Milius butta giù circa dieci pagine di monologo, Robert Shaw gli dà un occhiata, cestina un sacco di pagine reputandolo troppo lungo, dopodiché si presenta sul set ubriaco come una scimmia sul ponte di una nave pirata, roba che Spielberg (notoriamente astemio) è costretto a portarlo a spalla sulla sedia dove verrà recitato il monologo. Risultato? Facile, buona la prima, il momento di silenzio che segue la tirata di Shaw è quello che è calato veramente sul set. La faccia di Dreyfuss per me riassume tutto, testimone oculare della storia del Cinema, nel momento stesso in cui si sta realizzando.

La storia del cinema in azione (occhio alla faccia di Dreyfuss).
Da qui in poi la tavola è apparecchiata per il terzo atto, lo scontro finale, un po’ inseguimento un po’ Duel(lo), carico di dramma ed epica, “Jaws” è un film di due ore piene e anche dopo 40 anni e mille visioni, è impossibile non iniziare a guardarlo senza voler arrivare alla fine (a patto di cause di forza maggiore, tipo un attacco di squali nel vostro soggiorno di casa…), questo finale è il riassunto di tutto: senso dell’onore e dell’avventura, lotta tra il bene e il male, riscatto personale e vendetta, si finisce sporchi, senza fiato, luridi, aggrappati ai resti e sporchi di sangue, come nel finale di un Western o di un Horror.Basterebbe questo a fare de “Lo Squalo” il pilastro del Cinema che è, ma non è ancora finita, perché la Universal, dando completa fiducia a Spielberg (…Si vede che erano altri tempi), per tentare di recuperare tempo e denaro, mise in piedi una campagna pubblicitaria innovativa e aggressiva.
Il giallo del bidone giallo.
Il mercato venne sommerso di magliette e t-shirt del film (le origini del Merchandising), mentre sulle tv nazionali, una versione accorciata del Trailer cinematografico, venne mandato a rotazione costante. Se siete appassionati di Trailer, di certo avrete notato che il minutaggio di quelli delle vecchie pellicole poteva anche superare i cinque minuti di durata, da “Jaws” in poi, il minutaggio venne ridotto fino ad anticipare i “teaser” moderni. Risultato di questa campagna pubblicitaria? File chilometriche davanti ai cinema e incassi capaci di giustificare tutte le scelte coraggiose di Spielberg e la fiducia riposta dalla Universal nell’allora 27enne regista. Per darvi una dimensione dell’importanza aggiungo solo che due anni dopo, nel 1977, uscì “Guerre Stellari” che sfruttò la stessa identica strategia di Marketing, in linea di massima, sapete come è andata la faccenda…Dopo questa mia lunga tirata, molto meno epica dell’Indianapolis Speech e scritta sicuramente peggio, non posso che concludere facendo gli auguri a questo capolavoro del Cinema, 40 anni portati alla grande, talmente bello da risultare fresco come un cetriolo, sembra uscito l’altro ieri, invece è 40 anni che convince le persone che le prossime vacanze… E’ meglio farle in montagna. Auguri “Jaws” sei già pronto per i prossimi 40 anni!
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  1. Grande capolavoro e il miglior Spielberg insieme a ET.
    I tre uomini protagonisti sono diversissimi: un medio borghese forse di destra, un proletario navigato e un radical chic, tre Uomini diversi che fanno fronte comune

    • Questo è una pietra miliare, non si discute. Cheers!

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