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Lo squartatore di New York (1982): questo è il ballo del qua qua

Un anno come il 2022, mi permette di festeggiare non uno, ma due film di Lucio Fulci che compiono gli anni, quindi siamo di nuovo qui su questa Bara a ballare il ballo del qua qua con un altro paperino Fulciano, uno per certi versi ancora più feroce.

Con i film di Fulci sono sempre in difficoltà, lo ammetto senza problemi, perché tutte le sue opere ad una prima occhiata sono trame spesso molto semplici, anche questo, di fatto la storia di uno squartatore che ammazza (soprattutto donne) a New York, cosa ci sarà mai da dire su un horror così? Ecco tanto, tantissimo, perché i lavori di Fulci non solo mi resta incollati addosso a volte anche giorni dopo la fine dei titoli di coda, ma hanno sempre una serie di strati da esplorare e mai come in questo caso, affrontarli tutti vuol dire gettarsi a capofitto negli orrori dell’animo umano, perché ammettiamolo, gli horror di Fulci non sono proprio delle commedie romantiche, ma anche quando non trattano il tema dell’annichilimento cosmico, si portano dietro un cinismo che lèvati, ma lèvati proprio. Ecco, tra tutti i film neri e nerissimi di Fulci, “Lo squartatore di New York” è il più nichilista di tutti, così, per darvi un’idea dei casini in cui mi sono messo.

Qua la man… ok la smetto!

Fulci in realtà questo film non lo doveva nemmeno dirigere, la sceneggiatura originale firmata da Gianfranco Clerici e Vincenzo Mannino prevedeva un serial killer afflitto da progeria e un altro regista, Ruggero Deodato, che poi un film del genere finì per dirigerlo davvero ma solo nel 1988 con il titolo “Un delitto poco comune”. Già perché quando Fulci salì a bordo, non solo dovette rinunciare a molti dei suoi fedeli collaboratori, ma impose delle modifiche alla storia, motivo per cui sia lui che il fidato Dardano Sacchetti risultano come sceneggiatori.

“Lo squartatore di New York” è stato girato tra l’agosto e l’ottobre del 1981, a zonzo tra New York e Roma, il risultato finale è senza ombra di dubbio il titolo più controverso dell’intera produzione Fulciana, quello che malgrado tutto, ancora attende una rivalutazione piena perché la ferocia che lo contraddistingue, ancora balza agli occhi tanto da fare male.

Lucio Fulci sul suo affollato set newyorkese.

Nello stesso anno in cui Dario Argento con “Tenebre”, dava il definitivo calcio negli stinchi al genere Giallo, allontanandosi da esso e firmando uno dei suoi titoli più grondanti sangue, Lucio Fulci ha saputo fare di più e a mio avviso anche meglio, o peggio a seconda dei punti di vista. Perché se non altro il film di Argento si dedicava a soluzioni visive sempre più ricercate lasciandosi quasi totalmente alle spalle ogni volontà di realismo, anche Fulci della trama investigativa quasi se ne frega, con la differenza che se Argento puntava all’astrazione, Fulci ci costringe a stare lì a guardare, a sentire il caldo e il sudore di quella New York mai così lurida e spaventosa, impossibilitati a distogliere lo sguardo davanti ad ogni omicidio. Il suo film avrà pure voluto essere pura exploitation, ma raramente ricordo un regista in grado di portare in scena violenza più belluina di quella a cui ci costringe ad assistere Fulci in “Lo squartatore di New York”, non perché nel genere horror non si sia visto anche di peggio, ma solo perché ogni gesto, ogni omicidio, ogni sadica azione o chiamata dell’assassino (con voce da Paperino, qua qua) risulta essere plumbeo, nerissimo, carico di un cinismo senza possibilità di fuga o redenzione.

Una vittima uccisa malamente, in questo film abbondano.

Basta guardare la città di New York, al cinema l’abbiamo vista lurida e decadente, quando ad attraversarla era un insonne Travis Bickle in “Taxi Driver” (1976), l’abbiamo vista anche più nera, ad esempio attraverso gli occhi di Frank Zito in Maniac, ma Scorsese e Lustig sono comunque due “Knickerbockers” (… era una vita che aspettavo l’occasione di usarla questa parola!) Fulci a New York è straniero in terra straniera, forse anche per la totale assenza di coinvolgimento emotivo e geografico con la Grande Mela, attraverso il suo occhio la città che non dorme mai è un incubo, un girone infernale dove puoi morire ucciso male ad ogni angolo, in particolare se sei una donna, inutile girarci attorno, affrontiamo l’elefante in mezzo alla stanza, vieni qui Dumbo che dobbiamo parlare.

You say New York, New York is dangerous (cit.)

“Lo squartatore di New York” è un film misogino? L’idea che mi sono fatto io di Fulci è che fosse uno spirito pratico, di sicuro non il vostro amico ottimista che sorride sempre anche il lunedì mattina alle otto, ma uno che puntava al risultato, per certi versi la misoginia è più intrinseca nel genere Giallo di quanto non lo sia nello Slasher, che pure sull’argomento si è beccato delle belle accuse. Nei Gialli all’Italiana i personaggi femminili sono bei corpi sacrificabili, per lo meno lo Slasher ha regalato tante “Final girl” toste per cui fare il tifo, quindi l’attenuante generica per Fulci è di natura strutturale al genere di appartenenza del suo film.

Poi però è innegabile che “Lo squartatore di New York” si accanisca con furia belluina sui corpi femminili, dalla ciclista uccisa senza pietà nell’auto parcheggiata a bordo del traghetto, un omicidio che prima Fulci ci mostra con dovizia di dettagli e subito dopo, ci descrive per bocca del patologo che rincara ancora un po’ la dose, per altro, in un piccolo ruolo da attore come capo della polizia, compare lo stesso Lucio Fulci (storia vera).

Il buon vecchio Lucio, che non disdegnava comparire dei suoi film.

Questo film non risparmia niente, responsabile quasi da solo di aver almeno spostato in avanti il limite del mostrabile dei film horror, qui davvero a tratti Fulci rischia di sforare nel porno, alla povera Daniela Doria, vittima sacrificale (nell’immaginario) prediletta del regista, anche qui non viene risparmiato davvero nulla, eppure tra spettacolini, minacce di violenze sessuali, inquadrature ravvicinate del mutandina tipo, coltellate, colpi e fendenti, quasi tutti inferti al basso ventre dei corpi femminili, le accuse di misoginia non sembrano campate in aria, ma a mio modesto parare la verità va cercata altrove.

Le lamette andrebbero utilizzate solo per farsi la barba, mannaggia a voi!

Visto che l’ho citato ed ora mi è rimasto in testa, Maniac è un film ben più misogino, infatti ai tempi si beccò le sue belle accuse, forse perché essendo raccontato tutto dal punto di vista maschile, è un po’ più facile comprendere il perché, almeno fino al suo finale vendicativo. “Lo squartatore di New York” è talmente violento che per certi versi mette in guardia le signore dai possibili rischi, la Grande Mela di Fulci è un posto dove una donna non è MAI al sicuro, ma intendo proprio mai, per certi versi da maschietto, mi ha aiutato a vedere le cose dal punto di vista di una donna che se per caso fa il “madornale errore” di indossare la gonna, non si sa che razza di degenerati potrebbe attirare. Non penso proprio che l’intento di Fulci fosse questo, perché in quanto spirito pratico, puntava a dirigere un film Horror, però segnate una tacca alla cintura del regista.

Che bello essere una signora a zonzo per la città eh?

No, secondo me tacciare di misoginia “Lo squartatore di New York” vuol dire peccare di ottimismo, ed io che non sono ottimista lo capisco l’intento di Fulci, che come Dirty Harry non è razzista, lui odia tutti, uomini, donne, bianchi, neri, verdi, blu, non un singolo personaggio esce bene da questo film, anche perché è chiaro che a Fulci della trama investigativa interessi poco o nulla, infatti dopo una serie di depistaggi poco convinti, l’identità dell’assassino risulta essere un po’ la più ovvia, ma è il suo movente quello che secondo me spiega la totale disillusione di Fulci dei confronti di tutta l’umanità.

La violenza di “Lo squartatore di New York” va ben oltre scene come la rasoiata nell’occhio, un classico Fulciano che qui ti fa venire voglia di aggrapparti ai braccioli della poltrona, no la violenza del film, il suo oscuro cuore nero va cercato nella rabbia del suo regista. Quella scena finale, potrebbe sembrare solo un prologo per concludere la vicenda, ma quella bambina, che da un letto d’ospedale chiama un padre che non risponderà mai è una sequenza disperata, il vero motivo per cui Fulci ha fatto modificare la trama e le motivazioni dell’assassino e poi successivamente, ha voluto concludere il film con quell’apice di cinismo sta tutto qui.

«Non lascerò una buona recensione a questo albergo!»

Se Fulci ha voluto una bambina in un letto d’ospedale nel suo film più nero, avrà avuto le sue ragioni no? Impossibile non pensare al tremendo incidente dell’adorata figlia Camilla Fulci, rimasta paralizzata dopo una caduta da cavallo, la passione che condivideva con papà Lucio. Forse il cinismo di Fulci che già traspare in tutti i suoi film, deve più di qualcosa al suicidio della moglie Maria, avvenuto nel 1969, ma per un uomo come lui, così attaccato alle figlie Antonella e appunto Camilla, questa seconda tragedia in famiglia deve averlo portato in posti, emotivamente parlando, ben più neri della New York di questo film, se volete approfondire, vi consiglio il bellissimo documentario di Simone Scafidi, intitolato “Fulci for Fake” (2019).

Per chiudere con una nota un po’ meno tragica un film già grondante disperazione di suo, ci tengo a sottolineare quanto Fulci anche qui, malgrado il cinismo manifesto, non avesse perso il suo buon occhio per il cinema, infatti il prologo iniziale con il cagnone e il suo (dis)gustoso ritrovamento, risulta un riferimento all’inizio del suo Zombi 2. La voce da Paperino dell’assassino, una trovata grottesca che trova un senso solo nel finale senza speranza del film, ricorda appunto i Paperini seviziati usciti dieci anni prima, dimostrazione che nessuno più di Fulci è stato l’Anti-Disney.

Altro materiale per la mia stramba teoria sulle scene in metro nei film.

Anche se la citazione più gustosa per me resta la scena della metropolitana, lo dico sempre che ogni grande film dovrebbe averne una e “Lo squartatore di New York” è altro materiale per la mia strampalata teoria, ma qui Fulci fa di più, dopo averne ammirata una memorabile in Un lupo mannaro americano a Londra, il regista ha voluto rendere omaggio a Landis due volte, in qualche modo strizzando l’occhio alla scena della metro e poi, infilando il capolavoro di Landis tra i film in cartellone in un cinema di questa oscura New York, doppio spettacolo insieme a I falchi della notte, insomma tanto gran bel cinema che ne influenza altro.

Film nei film, una volta vorrei farci su una rubrica.

Per quest’anno anno con i papaveri e le papere di Fulci dovrei aver terminato, ma anche con i compleanni dei suoi film, in ogni caso è sempre un piacere per me ospitare il terrorista dei generi su questa mia Bara Volante, anche quando firma film oscuri e senza speranza come questo.

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