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Lo strangolatore di Boston (2023): il cinema è finzione, ma qui si esagera

Mi sono visto
spuntare sul paginone di Disney+, molto ben pubblicizzato e in bella vista, questo “Lo
strangolatore di Boston”, tema che di base è anche di mio interesse per la mia
ben nota – e sinistra – propensione alle storie sui serial killer, quella di cui vi
avevo già accennato. Problema: ci recita Keira Knightley. Ahia!
Keira, la mia amica “clavicole”
Keira che mi farà beccare accuse di “Body Scemo” (si dice così, mi pare), una che
quando recita come comprimaria tanto quanto, ma come protagonista ha il
sanguinoso merito di aver fatto sporcare il foglio a due dei miei registi del
cuore, i cui film più problematici, guarda caso avevano proprio lei nel
ruolo principale. Eppure io sono sempre pronto a ricredermi, quindi vai
clavicole, stupiscimi! (cit.) non l’avessi mai fatto anche se per una volta non
è tanto colpa sua, anche se purtroppo la tradizione continua, se Keira
Knightley è la protagonista, fuggite via dal film.

Indovinate? La storia
è quella dello strangolatore di Boston, fin qui tutto bene, raccontata dal
punto di vista delle giornaliste che con risolutezza hanno indagato e insistito
per far emergere una verità, spesso sminuita dai propri colleghi. Una storia (vera)
che sarebbe anche interessante, se non inanellasse un’infinità di paraculaggini
una via l’altra, a partire dall’atmosfera messa su dal regista e sceneggiatore Matt
Ruskin.

Per non saper né
leggere né scrivere, anzi dubito che Ruskin sappia farlo visti i risultati, il
nostro pensa bene di raccontare lo strangolatore che ha terrorizzato Boston nei
primi anni ’60 in absentia, così, tanto per fare il figo e sentirsi dire
da qualcuno: «Che bravo! Hai fatto un film come Zodiac di Fincher», peccato che
il bel film del 2007, questa robina da streaming non la veda nemmeno con il
binocolo, anche se sarà il commento frettoloso che si beccherà più spesso dai
recensori (stipendiati) che corrono per passare il pima possibile al prossimo film su cui scrivere frettolosamente.

Le protagoniste studiano i fatti, ovvero quello che NON ha fatto Matt Ruskin.
No, su questo “Boston
Strangler” vale la pena soffermarsi un momento solo per sottolineare le condizione
disastrose del cinema contemporaneo. La Wing-Woman, che questo film lo ha visto
con un occhio solo (e ha fatto bene, sono io che mi ostino) si chiedeva se
fosse una versione contemporanea della storia, visto il linguaggio usato dai
personaggi e l’attenzione sulle “quote rose”, ma in realtà il problema ha radici
ben più profonde.

“Boston Strangler” è
la solita storiella sulla difficoltà di una donna di emergere in un ambiente
maschile, diretta e scritta da un uomo usando il pennarellone a punta grossa,
visto che l’assassino uccide delle donne, alla faccia del metaforone. Il solito
santino buono solo per farsi approvare il budget dalla major pagante, seguendo
la solita fredda lista di elementi inclusivi che devono essere presenti per
forza in un film targato 2023. Quindi la mia domanda, che pongo a voi in elegante
francese: come cazzo fa ad essere “inclusivo” un film a cui a nessuno, a
partire dal suo autore, frega una sega di esserlo per davvero, ma risulta un
imposizione caduta dall’alto?

Se a minacciare la città
di Boston dei primi anni ’60, invece di uno strangolatore ci fosse stato il Barone Birra, ai fini di questo “santino” che non ho il coraggio di chiamare
film, non sarebbe cambiato nulla, questione che ci porta al prossimo annoso
problema.

Lo ha fatto notare anche Pier Maria Bocchi dal suo profilo Social, poliziotti
e capi redattori in “Boston Strangler” ad un certo punto iniziano a parlare di locali gay e di
omosessualità, utilizzando proprio queste parole. Ora, io comprendo, l’intendo non era realizzare
un durissimo poliziesco in stile Friedkin, ma secondo voi, dei maschietti,
bianchi nella bianchissima Boston degli anni ’60, userebbero parole che sono
state sdoganata solo decenni dopo per rivolgersi a quella specifica porzione di
popolazione?

«Un brindisi a Cassidy che ha deciso di mettersi nei guai da solo con questo post»
Quando Bill Russell,
arrivò a Boston dal college nel 1959, scelto in quanto fenomeno vero della
pallacanestro, la prima cosa che dovette affrontare furono i “procioni” che gli
ribaltavano nottetempo i bidoni della spazzatura nel cortile di casa, ogni
notte, finchè Bill non denunciò alla polizia, che con un sorriso di chi avrebbe
voluto invece dire «Tornatene a raccogliere il cotone», raccolse la denuncia
usando la macchina da scrivere invisibile del commissario Winchester,
costringendo Bill a fare l’unica cosa sensata, ovvero attendere i “procioni”, un gruppo di loschi figuri ovviamente bianchi che dopo l’incontro notturno con il
Bill, non solo smisero di ribaltargli i bidoni della monezza, ma somigliavano
davvero a dei procioni, per via degli occhi neri procurati loro dal leggendario
cestista (storia vera).
Ciao leggenda, manchi un casino.

QUESTA era la bianchissima
Boston dei primi anni ’60, per Ruskin il massimo del sessismo a cui assistiamo è il
capo redattore Chris Cooper che chiama “ragazza” il personaggio di Keira
Knightley, ma poi in compenso è attento a definire “omosessuali” o in maniera
ancora più anacronistica “gay”, le persone che nessuno nella bianchissima Boston
dei primi anni ’60 (ma non solo) avrebbe mai chiamato così. Quindi a cosa stiamo
assistendo qui? Al cinema che mente, ventiquattro volte al secondo come sosteneva
De Palma, il cui scopo era però quello di farci dubitare delle immagini, non di
utilizzarle per riscrivere i fatti ma in versione edulcorata.

Per una volta non è colpa sua, ma confermo la “Regola Keira” per evitare i brutti film.
Se il gioco è
cacciare via il razzismo dai classici Disney o dai vecchi film, sarà inevitabile
che quelli nuovi, onde evitare cause legali e polemiche, essendo pensati sempre
più non da registi con qualcosa da dire, ma dal reparto vendite, non faranno
che offrire una visione ripulita e irrimediabilmente falsa del passato.
Ribadisco, il cinema è finzione, ma che non sia presa per i fondelli all’intelligenza
del pubblico, almeno quello.
Cancellare razzismo e sessismo dai film è ben più facile che farlo sparire dalla vita quotidiana, eppure io sono convinto che i film non abbiano il dovere di educare le persone, quel compito non spetta certo all’arte, ma finchè si corre dietro a polemiche da “infernet” e si ragiona cercando di evitare possibili cause legali, la direzione sono titoli posticci e francamente fastidiosi del loro insultare l’inteligenza dello spettatore come quest’affare qui, quindi mi dispiace Keira non è colpa tua, però mannaggia te li scegli con il lanternino i copioni eh?
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