
Prima di diventare il “Main Man” che tutti riconoscono al primo colpo d’occhio, Lobo è stato uno di quei personaggi che la DC teneva un po’ ai margini, come si fa con le idee che funzionano ma non si sa ancora bene dove mettere.
Quando nasce negli anni ’80, dentro le pagine di “Omega Men”, Lobo è ancora lontano dalla sua forma definitiva: È un cacciatore di taglie spaziale, sì, già violento, già sopra le righe, ma ancora inserito in una logica narrativa abbastanza classica, oltre ad un’orribile tutina da proto super eroe. In quel contesto cosmico della Distinta Concorrenza dell’epoca, fatto di rivolte interstellari e resistenze, Lobo aveva dei numeri ma non ancora abbastanza interessanti da risultare centrale.
Poi succede una cosa importante, Lobo comincia a riapparire in contesti sempre diversi, e soprattutto dentro un universo che negli anni ’80 e ’90 sta cercando di riorganizzarsi dopo le grandi pulizie di continuity. In particolare, la sua presenza dentro le storie legate a L.E.G.I.O.N. è uno di quei passaggi chiave che oggi si tende a dare per scontati, ma che all’epoca servono a fissare un’idea molto precisa, Lobo non è un personaggio che si lascia ingabbiare facilmente.

Dentro L.E.G.I.O.N., che è una delle serie spaziali più “istituzionali” della DC del periodo, Lobo non diventa mai davvero parte del gruppo. Non si integra, è sempre un corpo estraneo, proprio questa incapacità di adattarsi al tono degli altri personaggi è il primo vero segnale che Lobo sta diventando qualcosa di diverso rispetto ad un semplice comprimario sopra le righe.
Qualche settimana fa, in una fumetteria vicino casa, Spugna presentava il suo Cattivik, essendo anche lui cresciuto nel mito di Bisley ha spiegato Lobo meglio di tutti, parafraso a memoria: «Tu Lobo lo devi far scrivere a quattro tossicodipendenti chiusi in una stanza e costretti a creare». Non vedo errori.

Ed è qui che si arriva alla svolta vera, quando negli anni ’90 la DC decide di provare a puntare davvero su Lobo, lo fa dando carta bianca ai più “tossici”, indipendenti e pazzi che aveva sotto contratto, Giffen e Grant, insieme ai disegni di Simon Bisley, creano, anzi, ri-creano qualcosa che non aveva precedenti, un fumetto Indie, che però per qualche motivo, veniva pubblicato da una delle più grosse case di produzioni di fumetti di Super eroi americani. Un’anomalia, una scheggia impazzita, una totale e irriverente anarchia artistica da cui poteva uscire solo un metallaro incazzato e ultra violento come Lobo, l’uomo, the Main Man, l’ultimo czarziano, un gran fidiputt stando alla pazzissima – e discutibile – traduzione italiana.

La risposta è il Lobo che conosciamo, quello che in “Lobo: The Last Czarnian” diventa “l’ultimo czarniano” non per tragedia epica ma per dichiarazione di intenti: è l’ultimo perché ha deciso che doveva essere l’ultimo, lo racconta senza alcun peso drammatico, come se fosse una nota di costume aver sterminato i suoi pacifici simili per essere l’ultimo, il più bastardo del suo pianeta.
Qui che il personaggio cambia pelle definitivamente, perché il Lobo anni ’80 era ancora un personaggio che “non si incastra bene” nel mondo DC. Il Lobo anni ’90 è un personaggio che trasforma il non incastrarsi in identità, è poi fa saltare tutto con l’esplosivo, a colpi di Heavy Metal.

Giffen e Grant lo scrivono senza cercare redenzione, senza cercare evoluzione, senza nemmeno l’illusione di un arco morale tradizionale, Lobo non cresce, non migliora, non si complica, si amplifica, come un pezzo Metal. Ogni storia è una variazione sull’eccesso, non un passo avanti nella psicologia del personaggio, ma solo un fantastico e violentissimo delirio. A cui ad un certo punto si aggiungono dei delfini.
Ci sono momenti di pura follia anarcoide in “Lobo”, come quando Giffen e Grant su disegni di Simon Bisley, combinano per mandare il cacciatore di taglie all’inferno e farlo tornare reincarnato prima in una donna e poi in uno scoiattolo (!) oppure la mitica “Lobo: Paramilitary” in cui l’Uomo ammazza quel bastardo sfruttatore di manodopera di… Babbo Natale. per non parlare di “Infanticidio” dove Lobo uccide tutti i figli nati da vabbè, la sua poca predisposizione all’utilizzo di un preservativo.

Fino ad arrivare alla presa per i fondelli del Comicon di San Diego (su disegni di Kevin O’Neill) oppure il mio primissimo fumetto di Lobo, l’Annual del 1995, con la mitica “Minchioni da rapina”, almeno stando alla prima traduzione in italiano dell’opera (un’espressione per me diventata di culto, storia vera) che sbertucciava il film di Tarantino.

Tutto il ciclo di storia di Alan Grant su disegni di Val Semeiks ha cercato di ammorbidire un po’ il personaggio, anche se è pieno di storie spassosissime, ed è un peccato che il ciclo finale, quello disegnato dal nostrano Alex Horley non abbia davvero rilanciato il personaggio, ma ormai era il 2003 e più che un’ottima satira alla guerra Yankee in Iraq, i tempi erano cambiati. Diventa chiaro che erano Giffen e Bisley quelli in grado di mettere il pepe sulle storie, nel mezzo della gestione “solista” di Grant, loro due tornano e piazzato una delle mie storie di Lobo preferite, quella, l’unica (prima che l’Uomo incrociasse la strada dia Garth Ennis) dove il personaggio perde, perché nessuno può battere la terribile IRS, l’agenzia delle entrate americana!
Lo dico? Voi conoscete Simon Bisley? Dal vivo è fantastico, parlarci mette in chiaro che lui non ha disegnato Lobo, lui è Lobo. Qui completa l’operazione sul piano visivo, portando tutto a un livello in cui il realismo non è nemmeno più un obiettivo: Corpi enormi, anatomie impossibili, espressività esasperata, tutto è costruito per dire la stessa cosa che i testi suggeriscono continuamente. Lobo non è un individuo realistico, è una caricatura che ha deciso di non fermarsi mai, alimentato a birra, con una radio Metal che gli risuona nel cervello, con la bella Darlene da molestare e un bar da far ripetutamente esplodere.

Ricordo di aver scoperto Lobo in edicola negli anni ’90, recuperando alcune ristampe, da poco ho completato la collezione, lo dico? Divertentissime le storie scritte da Alan Grant, ma sono quelle che hanno provato a normalizzare un fumetto che era un’anomalia. Nelle storie scritte da Giffen e disegnate da Bisley, l’anarchia stava a dieci, se non dodici spanne sopra il resto, quella porzione di storie resta qualcosa di inimitabile, solo negli anni ’90 poteva passare attraverso le fitte maglie della censura dei fumetti per tutti dei super eroi, sfuggire una scheggia impazzita come Lobo, un personaggio così pazzo che la Distinta Concorrenza ha provato, nella tragica versione New-52 a normalizzare ancora, e che per assurdo, sta tornando (grazie a Skott Young e in contemporanea al cinema) nel momento storico meno adatto possibile ad un violento, machista, volgare e metallaro come l’Uomo.
Perché alla fine Lobo sarà sempre questo, figlio dei pazzi e irriverenti anni ’90, che lo hanno plasmato, alimentato e generato, un grandissimo bastardo nato da un’anomalia, se il fumetto è il media più creativo di tutti, Lobo era anarchia pura, sarà eternamente cristallizzato a quel momento in cui the Main Man è scappato dalle maglie della censura, facendogli anche il dito medio.



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