
Ieri avevo il palinsesto già occupato, ma il 21 settembre è festa nazionale sulla Bara perché è il compleanno di Stephen King, una tradizione ricordarlo con un film tratto da un suo romanzo, anche se quest’anno ne ho scelto uno scritto da beh, Richard Bachman, mi sembra logico eh? Non mi faccio mancare nulla.
Se non consideriamo l’ignobile “Blaze” (2007) uscito a firma Bachman ma palesemente un libro di King, il nostro “Tricky Dicky” l’alter ego cafone e ancora più pulp di zio Stevie è stato trattato decentemente al cinema, dei suoi sei libri (no, “Blaze” non lo conto) tre sono arrivati al cinema, alcuni in epoca recente, uno addirittura con due adattamenti in epoche diverse.
A metà degli anni ’90, nello specifico esattamente trent’anni fa, a pescare dalla bibliografia dello pseudonimo di King ci ha pensato Tom Holland, non l’Uomo Ragno, il regista, purtroppo lontano dai suoi fasti, ma per la seconda volta alle prese con lo scrittore del Maine, dopo il volo dei Langolieri.

Senza girarci troppo attorno, “L’occhio del male”, pubblicato nel 1984, con questo bizzarro titolo italiano, non è nemmeno lontanamente il mio Bachman del cuore, è un libro che sfrutta tutti gli stereotipi più beceri, un po’ per fare della satira, un po’ perché Bachman era la versione più cinica di King, anche se qui risulta più buzzurro che altro, anche perché parliamoci chiaramente, Richard e Stephen, pur essendo la stessa persona, funzionavamo meglio come scrittori se restavano a compartimenti stagni, quando il secondo si intrufola nel lavoro del primo (… Escono robe come “Blaze”) la macchina Bachman non gira a piena potenza. “Thinner” titolo originale dell’opera, era la volontà di Stevie King di emulare – per l’ennesima volta in carriera – uno dei suoi idoli e rifare a suo modo “Tre millimetri al giorno” (1956) del Maestro Richard Matheson.
Solo che “The Incredible Shrinking Man” è un capolavoro e beh, “Thinner” non lo è, resta un titolo intinto in nero cinismo, che però con il passare degli anni non ha fatto la fine del vino buono, inoltre ammettiamolo, va sotto con perdite contro un film successivo, che aveva esattamente gli stessi intenti, ma risulta molto più riuscito sotto ogni aspetto, e nemmeno così velatamente misogino e razzista come quello firmato da Tom Holland, ovviamente mi riferisco a Drag me to hell che è più King di King e anche più Bachman di Bachman.

Va detto che l’adattamento del romanzo è quasi pagina per pagina, ha forse una sola ma sostanziale differenza (lasciatemi l’icona aperta, ci torneremo) ed è anche firmato a quattro mani dallo stesso Holland insieme a Michael McDowell, uno che ha firmato alcuni dei migliori film di Tim Burton, però il materiale di partenza resta problematico e Padre Tempo non ha aiutato.
Billy Halleck è un avvocato soprappeso, specializzato in casi piuttosto loschi, proprio per questo facciamo la sua conoscenza sulla barca di Richie Ginelli (Joe Mantegna), bene felice di riempirlo di cibo dopo che l’azzeccagarbugli, contro ogni previsione, gli ha evitato la galera.
La moglie di Billy, Heidi (Lucinda Jenney) prova a convincerlo che nella vita ci possono essere altri piaceri, oltre a quelli della tavola, che è il mio modo, il più elegante che conosco, per spiegarvi la dinamica che porta l’avvocato ad investire con l’automobile un’anziana nomade, per altro appena uscita dalla farmacia gestita da Stephen King in persona, nella sua piccola apparizione d’ordinanza.

Visto che una mano lava l’altra e tutti e due fregano l’asciugamano, Billy, il giudice connivente e il capo della polizia locale, non perdono tempo per una “Nomade di sterco” (anche se nessuno la chiama così), il processo lampo è una farsa, l’unica forma di giustizia, non può che essere quella antica, quella che il capo della comunità nomade, Tadzu Lemke (Michael Constantine), decide di farsi da solo: una “carezza” sul volto di Billy fuori dal tribunale è una parola “Thinner” – nel libro, se la memoria non mi inganna, era “Dimagra” – e il nostro avvocato diventa la versione King/Bachman dell’uomo che si rimpiccioliva, tre millimetri al giorno, di Matheson.
Mangi quanto vuoi e invece di ingrassare, dimagrisci, sembra un sogno (o un qualunque metabolismo prima dei trent’anni, non il mio, mai avuto certe fortune), solo che la “fame” di Billy è atavica, tanto da diventare una corsa contro il tempo: non importa quante calorie l’uomo si ritroverà ad ingurgitare, niente può fermare il suo eterno consumarsi.
Ai suoi compari è andata anche peggio, al giudice e al capo della polizia la maledizione gitana è stata anche più aggressiva, come scoprirà Billy nelle sue indagini, il tutto mentre la rabbia sale, come la fame, ne fa le spese Heidi, trattata alla stregua di una prostituta (mai chiamata così) dal marito sì, ma geloso, perché ammettiamolo, William “Billy” Halleck è un uomo di merda, il fatto che Robert John Burke abbia dovuto recitare nella tutona di gomma, con relativo effetto “Il professore matto” non cambia la sua vera natura.

In “L’occhio del male” il più pulito c’ha la rogna, Billy collabora con i criminali e aggira la legge a suo piacimento, inoltre maltrattata la moglie dall’inizio alla fine del film, si salva giusto sua figlia Linda (Bethany Joy Lenz) sorta di personaggio/funzione narrativa da salvaguardare, ma gli altri? Gli “zingari” sono il peggior stereotipo possibile, luridi, ladri, prostitute e per di più dediti alla magia nera.
Non va meglio agli italiani, tanto che l’unico che compare nel film è automaticamente un mafioso, oltre all’unica differenza rispetto al libro, quella che vi anticipavo lassù. Richie Ginelli ha un ruolo molto più attivo nella storia rispetto al romanzo, fin troppo visto che tutta l’azione passa attraverso di lui, e ci va bene che ad interpretarlo è il mitico Rossi di “Criminal Minds”, uno che anche qui, con la sua prova, si attira della simpatia con una prova da guascone che un po’ stempera, anche se manda la satira fuori fuoco.

In una società dove giudici, poliziotti e avvocati, ovviamente maschi, bianchi e americani, sono marci fino al midollo, vuoi vedere che l’unico con un minimo di senso dell’onore è quello palesemente mafioso? Vi è chiaro che tutto questo dovrebbe essere una satira no? Peccato che Tom Holland non faccia nulla per farlo notare, per questo l’unico guizzo passa del tutto inosservato.
Una volta accettato il faccia a faccia tra “L’uomo bianco della città” e lo stereotipo fatto a forma di Tadzu Lemke, l’unica altra scena memorabile del film – prima del finale – resta il luna park, a metà tra la deriva lisergica e l’incubo ad occhi aperti, in un film dove l’unico che alla fine ha davvero subìto un torto rimasto impunito, è proprio Lemke.

Almeno in Drag me to hell, Sam Raimi era così sveglio da lasciare il mistero sulla sua protagonista fino alla fine, qui invece non c’è mai il dubbio, se la storia fosse stata raccontata a parti invertite, sarebbe stato facilissimo – e anche vagamente rivoluzionario – patteggiare per Lemke, poi oh, ditemi cosa volete, io di non stare dalla parte di chi subisce un torto, risultando la parte più debole tra quelle coinvolte, non riesco a farcela, anni ed anni passati a guardare film dell’orrore poi, non hanno fatto che cementare questa mia attitudine, perché se non avete capito che questo è il genere che più di tutti, sta dalla parte degli ultimi, allora mi sa che siete tra quelli che si godono tutti i cliché di un film che dimostra che trent’anni fa, eravamo meno ossessionati dal “politicamente corretto alla grappa”, ma in fondo, non eravamo tanto diversi da chi detiene il potere in questo film.
Nemmeno il finale beffa, tipico della “Storie ammonitrici” (come le favole) serve a riequilibrare, al massimo è in linea con il genere di appartenente, mi dispiace solo che molto probabilmente, non vedremo mai un adattamento come si deve di “Uscita per l’inferno”, un Bachman che, quello sì, merita veramente, ma in ogni caso… Auguri zio Stephen!


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