Home » Recensioni » L’odio – La haine (1995): liberté, egalité, brutalité

L’odio – La haine (1995): liberté, egalité, brutalité

Se tra qualcuno dei lettori di questa Bara ci fosse un tizio in divisa, o ne dovesse passare uno per caso, è meglio che indossi il giubbetto antiproiettile perché abbiamo un Quinto Moro caricato a pallettoni.

2025 A.D. In Italia e nel mondo, quando c’è un caso di cronaca, le scimmie urlatrici non vedono l’ora di correre sui social media a dare la loro opinione non richiesta, la più netta e divisiva possibile, nella convinzione di avere tutte le risposte ai mali del mondo. Quando poi ci sono di mezzo le forze dell’ordine c’è sempre chi ne difende e giustifica l’operato a prescindere, in quel limbo a metà tra servilismo, voglia di castigare ed ignoranza dei fatti.

1995 A.D. In Francia, quando c’è un caso di cronaca, un giovane regista s’incazza e, in mancanza di social network dove urlare come una scimmia, va dal suo produttore a dirgli che vuol fare un film. Si fotta l’altro progetto su cui stava lavorando, tutto può aspettare. Un ragazzo è morto ammazzato in commissariato, mentre uno sbirro gli puntava una pistola alla testa cercando di estorcergli una confessione. I colleghi non l’hanno fermato perché, semplicemente, minacciare e torturare i sospetti era la prassi. Nessuno pensava che la pistola fosse carica, ma lo era, così un diciassettenne che contrabbandava sigarette muore dopo il fermo. Già me li sento quelli che “se non avesse contrabbandato sarebbe ancora vivo”. Sono quelli che, per citare Hubert, uno dei protagonisti di questo film, “se ne stanno sulla scala mobile lasciandosi trasportare dal sistema, sono quelli che non sono razzisti ma votano Le Pen”. Eh già, perché quando questo film uscì nelle sale era il ’95 e c’era papà Le Pen, come in un fottuto girone infernale dove il calendario avanza ma le cose restano sempre uguali.

«Eccolo qui il vostro mondo al contrario sbirrofilidim…»

Il regista incazzato si chiama Mathieu Kassovitz, nel 1993 ha 26 anni e leggenda vuole che inizi a scrivere la sceneggiatura de “La haine” il giorno stesso della notizia di quell’omicidio. Oh, fateci caso, nelle cronache dove gli sbirri sparano non si usa mai la parola omicidio. Le pistole nelle mani degli agenti esplodono sempre colpi accidentali, o sparano da sole (che isteriche queste armi in dotazione agli sbirri, possibile che non le facciano un bel corso di addestramento per comportarsi bene nelle mani pulite dei santissimi agenti?). Da questa parte delle alpi, quando di mezzo ci sono le forze dell’ordine, non si dice e non si scrive “è stato ucciso un ragazzo”, si dice che è morto. “E’ stato morto un ragazzo”, per citare il titolo di un documentario che racconta un caso nostrano (lo trovate in chiaro sul tubo, cercatelo).

Tornando a bomba sullo script, Kassovitz lo scrisse in pochi mesi arrivare a girarlo non fu una passeggiata di salute. Già il titolo creava malumori, la produzione voleva ammorbidirlo in “Droit de cité” (cioè “Diritto di cittadinanza”, da far invidia alle traduzioni italiote) ma il regista s’impuntò, perché di scendere a compromessi non ne voleva sapere, e fanculo all’anticipo sugli incassi negato per non esser sceso a più miti consigli.

…et Mathieu baise la production du film

“L’odio” è un film seminale perché oltre alla rabbia del momento veniva da qualcosa di più lontano e profondo. Il tipo di umanità che si trova nelle periferie non viene dal nulla, così come gli atteggiamenti di chi indossa la divisa. Modi e atteggiamenti dell’una e dell’altra parte non sono mai frutto dell’ultima generazione, se pur vecchio di trent’anni il contesto e il contenuto del film valgono ancora oggi, e non solo per le periferie francesi.

Nel film ogni elemento ha un senso e un significato là dov’è messo e nel modo in cui è messo. L’inquadratura iniziale sulla Terra vista dallo spazio grida forte che questo racconto non è solo per le banlieu parigine. Da Malik Oussekine (1986) a Makomé M’Bowolé (1993) in Francia, da Rodney King (1991) a George Floyd (2020) negli USA, da Giuseppe Pinelli (1969) a Stefano Cucchi (2009) in Italia, gli sbirri picchiano, abusano e ammazzano alimentando l’odio che viaggia a doppio senso di marcia, da un lato e dall’altro. Le ragioni non sono mai solo etniche o politiche.

L’abuso di potere è vecchio quanto la divisa stessa. Prescinde da epoche e luoghi, anche se ad epoche e contesti è sempre legato, e non è mai legato esclusivamente al singolo che lo compie (come ci racconta la scena della tortura in commissariato). L’odio e l’abuso di potere sono parte del sistema, non è mai questione di poche mele marce. La divisa non ammette la critica né il giudizio, non ammette si discutano o si mostrino gli errori di chi la indossa. Solo la lealtà conta, e non al cittadino che quella divisa dovrebbe proteggere. L’unica lealtà buona è la lealtà a chi la indossa, si fottano tutti gli altri. A sottolinearlo, ancor prima che il film raggiungesse le sale, ci avevano pensato gli agenti del servizio d’ordine al Festival di Cannes: spalle voltate alla troupe in segno di sdegno. Criticare i sacri colleghi? Ma come vi permettete? L’episodio servì a far notizia e pubblicizzare il film, quintuplicandone la distribuzione nella sola Francia. Perciò bravissimi. Anzi, bravò.

Sui titoli di testa, con un montaggio di scene di guerriglia urbana, Bob Marley canta Burnin’ and lootin’ (bruciando e saccheggiando). Immagini di una parte del mondo, musica e parole dall’altra.

Le rivolte passano dalle immagini di repertorio al vivo del film, con le notizie alla tv di un ragazzo finito in ospedale dopo un incontro ravvicinato dello sbirro violento tipo. La banlieu aspetta solo la notizia della morte per esplodere in un’altra rivolta. Dico “un’altra” perché i tumulti nelle periferie parigine sono cronaca comune, e infatti troviamo i protagonisti in uno scenario post-rivolte (perché sia scoppiata l’ultima non ci è dato sapere e non è importante), auto e palestre incendiate, e le strade pullulanti di sbirri.

Nelle intenzioni di Mathieu Kassovitz, l’intero racconto era il tentativo di strappare all’anonimato il volto del prossimo giovane mostrato alla tv come vittima della violenza di Stato. Com’erano le vita, le frequentazioni, il mondo di chi finiva in commissariato? E come arrivavano a farsi pestare o sparare dalla polizia?

«Io ve lo posso raccontare, se c’avete una quindicina di mezzorette per stare a sentire tutto quello che mi passa per la testa di sicuro qualcosa riesco a dire»

A prima vista “L’odio” non ha una sceneggiatura elaborata, ruota tutto intorno a una giornata del trio di amici composto dal bianco ebreo Vinz (Vincent Cassel), il nero Hubert e l’arabo Saïd (che poi sono gli stessi nomi degli attori). Il trio parla in slang e la piallata del doppiaggio era inevitabile, ringraziamo solo che non abbiano adattato tutto in qualche dialetto del sud come si faceva troppo spesso negli anni Novanta, e ci è andata di culo ai quattro attori principali sia toccata la crème de la creme dei doppiatori: Pedicini, Boccanera, Loddi e Maggi.

Vinz è la testa calda del trio, fa il verso a De Niro allo specchio. Hubert è quello più calmo e disciplinato, Saïd il logorroico (con abbondanza di battute improvvisate). Una tipica e mal assortita compagnia di scapestrati uniti per forza, che non sembrano avere altro in comune se non il vivere nella stessa fogna. Sboccati, attaccabrighe e sul confine dell’illegalità non per cattiveria, né per un vero scopo. E se durante l’adolescenza non vi è mai capitato di passare del tempo con gente dal carattere simile, continuate pure a credere che ogni cosa fatta da uno sbirro sia legale e in buona fede.

«Io sarei una testa calda? Ma dici a me sbirro infame?»

Il film si snoda attraverso i piccoli episodi di una giornata a zonzo, con gli sbirri sempre sullo sfondo. Sbirri fermi con le camionette a bordo strada che ti guardano in cagnesco, sbirri di pattuglia su un marciapiede, sbirri che vanno a rompere i coglioni a chi sta tranquillo perché no, non si può fare il barbecue sul tetto e bisogna sgomberare.

In 90 minuti si racconta una saga di periferia lunga un giorno e una notte che sembrano non finire mai per i protagonisti, ma filano via per lo spettatore. Tra liti, momenti di noia, chiacchiere a vanvera e incontri casuali, si costruisce la parabola di Vinz. Vinz che odia gli sbirri e i nazi, Vinz che sarebbe un eroe se non fosse un coglione, perché per essere dalla parte giusta non basta odiare quelli giusti. Vinz che è uno sfigato qualunque e con una pistola in mano pensa di avere finalmente il potere che forse ha sempre invidiato agli sbirri: il potere di minacciare e prevaricare chi gli è contro, il potere della punizione e della vendetta, perché se l’amico pestato dagli sbirri morirà in ospedale, allora andrà vendicato. Uno di loro per uno di noi. Questa è la logica, da una parte e dall’altra. Una giustizia privata da esercitare facendo il boia.

Troppo fesso anche per una posa da eroe della Bara come si deve

Il pretesto che innesca la vicenda, più dell’amico malmenato dagli sbirri, è il ritrovamento della pistola che fa quasi da MacGuffin. Fa ridere che ai tempi certa critica francese sminuì proprio la funzione narrativa dell’arma, che è il dito e non la luna da guardare. La pistola è solo la valvola di sfogo da cui l’odio può esplodere con tutta la sua violenza, e in questo senso è quasi una diga. È l’argine dell’odio e dell’aggressività di Vinz, ed è il punto in cui le personalità dei tre amici vengono portate a galla e al limite.

Oltre allo script, l’ambientazione fa una grossa parte nel racconto. Parchi sporchi e palazzoni animati da graffiti, ballerini di breakdance e dj alle finestre, tutto materiale per scene d’impatto e un ritratto della periferia che non guarda solo al degrado urbano.

«Avrà fumato roba di prima qualità per parlare bene di questo cesso di posto»

Il film è girato quasi interamente in esterni, impresa non facile perché il clima nelle periferie parigine era così frizzantino che mentre si esploravano i luoghi delle riprese, scambiati per soldati o sbirri in borghese, i membri della troupe vennero presi a sassate. Allo stesso tempo, sentendo puzza di critica alle istituzioni, molti amministratori locali negarono l’autorizzazione per le riprese. Quando finalmente trovarono un posto giusto, troupe e cast ci si dovettero trasferire per tre mesi, solo per farsi accettare dalla popolazione locale e rendere chiaro che sì, volevano girare un film, non erano degli spioni in borghese. Anzi vennero raccolte le testimonianze di chi aveva avuto problemi con gli sbirri e usate per istruire il cast. Cinema d’essai? No, cinema d’assalto.

Ad eccezione dei tre attori principali, il regista pretese un cast di comparse scelte tra gli abitanti del luogo, quasi nessuno aveva esperienza e s’improvvisava attore come meglio credeva (tipo la scena dell’ubriaco, in cui la comparsa si presentò ubriaca, storia vera). Oppure era lo stesso regista a dare mano libera: nella scena della tortura in commissariato si limitò a dare l’ordine alle comparse di torturare i protagonisti, e agli attori principali di “tenere duro” finché la scena non fosse finita.

Il primo che dice “se la sono cercata” vince un vaffanculo

Proprio la scena della tortura è una delle più significative, soprattutto per la presenza della giovane recluta costretta ad assistere al master in brutalità tenuto dai colleghi più anziani. Nello sguardo a disagio del ragazzo, che assiste al pestaggio di due coetanei, si va oltre la critica a senso unico a chi porta la divisa, perché c’è sempre un uomo dietro, che prova empatia o che può avere più buonsenso di quanto ne abbia il branco.

“L’odio” non dice che tutti gli sbirri sono infami e nel torto, infatti lo sbirro di quartiere che cerca di appellarsi al buonsenso e non all’autorità, cercando di mediare, aggiunge una sfaccettatura in più all’ingarbugliato microcosmo della banlieu, dove magari “poliziotti buoni ne trovi, ma un nazi per essere buono dev’essere morto”.

Fino a qui tutto bene (?)

Kassovitz sfodera tutto il repertorio del regista agli esordi, col piglio di chi ha voglia di usare ogni tecnica e far vedere che sa usarla: primi piani e carrellate in movimento, giochi di specchi a mò di split-screen, un’inquadratura vertigo con la città sullo sfondo e perfino una ripresa aerea con helicam (antenati dei moderni droni). Il tutto condito da un’ottima fotografia in bianco e nero.

Non faccio spoiler sul finale. Se l’avete visto non serve lo commenti io. Gli ultimi dieci minuti sono pura dinamite. Il percorso fatto dai personaggi arriva ad un punto sia di compimento che di rottura, dall’incontro con la banda di nazisti all’ultimo con gli sbirri. Perché come nell’iconico monologo che apre e chiude il film, il problema non è la caduta ma l’atterraggio. E l’asfalto è dannatamente duro.

Chi ha ucciso Grumwalski? (una riflessione sulla mitica scena del cesso, per chi ha già visto il film)

Uno dei momenti più iconici del film è la scena del cesso, mentre Vinz e Hubert litigano sull’opportunità di uccidere uno sbirro, vengono interrotti da un vecchietto. Non è un caso se l’inquadratura si fissa su Vinz e Hubert, l’odio da una parte e la ragione dall’altra, quando il tipo attacca a raccontare di quando è stato deportato in Siberia e di come un suo amico, attardato in un cespuglio per cacare, abbia perso il treno e sia morto di freddo. “Ci si sente meglio dopo una bella cacata” dice il vecchio, ma è proprio per sentirsi meglio che il povero Grumwalski è morto. Il monologo lascia straniti. Sembra uno dei tanti episodi nella caotica giornata dei ragazzi, ma ha qualcosa di profetico riguardo al finale. Il treno che avanza verso la Siberia è come l’uomo che cade dal palazzo e si ripete “fin qui tutto bene”. Finché il treno va avanti, tutto bene, ma i deportati sono già in caduta. Grumwalski è atterrato prima degli altri, la sua morte stupida fa il paio con la morte stupida nel finale del film.

Ad uccidere Grumwalski è stato solo il freddo? È stato il treno partito troppo presto? Sono state le prese in giro dell’amico che lo spinsero ad allontanarsi per liberarsi in santa pace? O è stato chi l’ha privato della libertà e messo su quel treno per la deportazione? Quella morte sembra casuale, ma non è per caso che Grumwalski stava sul treno.

Dio evidentemente non credeva in Grumwalski

In tutto questo che c’entra Dio? Il vecchio inizia il monologo con un “credete in Dio? Non bisogna domandarsi se si crede in Dio, ma se Dio crede in noi”. E non parliamo di teologia. Se Dio è il potere più grande fuori dal tuo controllo, allora la domanda può diventare: “credi in un potere più grande, al di sopra di te? E se a quel potere più grande tu non piacessi?” Ecco, se quel potere può disporre di te e della tua vita, magari finirai deportato e abbandonato in Siberia. O finirai arrestato e torturato, da quel potere più grande di te che indossa una divisa, e potrai restare ucciso senza intenzione, nell’esercizio arbitrario e distratto di quel potere. E la tua tragedia, come quella di Grumwalski o di Abdel, sembrerà una fatalità. Ma col cazzo che lo è.

“Grazie” a Quinto Moro per aver fatto finire questa Bara nella lista nera della polizia. Potete leggere dell’altro suo materiale sovversivo premendo questo grilletto QUI. Al momento lo trovate il film in chiaro su Rakuten Tv, perciò non avete scuse.

Ed ora, il commento (non richiesto) di Cassidy dalla periferia

Inutile girarci troppo attorno, “L’odio” è stato un film fondamentale anche per la cultura Hip Hop, quella di cui io, non ho mai saputo nulla, non direttamente almeno. La prima volta che ho visto questo film, era proprio per via dei miei amici, loro si in fissa con la musica Hip Hop, sono andati alla caccia di questo titolo così importante per un intero genere, risultato finale? Loro perplessi, io già cotto di questo Classido, da cui la musica nera di strada ha pescato a piene mani, con ramificazioni riscontrabili nei testi di un sacco di grandi pezzi, insomma il mio dovere è solo portare un po’ di colore (rosso) a questo film in bianco e nero.

4.4 5 voti
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
6 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Inline Feedbacks
Vedi tutti i commenti
Film del Giorno

Una pazza giornata di vacanza (1986): vivi, poi giustifica l’assenza

Lo sapete benissimo, oppure ormai vi dovrebbe essere chiaro, questa Bara viene spesso associata agli anni ’80, quelli veri, quindi trova in John Hughes uno dei suoi massimi cantori, la [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing