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Lolita (1962): Kubrick e la dissezione del tabù

Se nei primi anni ’60, la roccaforte rappresentata dal sistema americano degli Studios era un gigante che stava per crollare, da quel momento di crisi emergeva un autore con una visione forte e un libro scandalo da adattare, bentornati al nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Non ho modo di verificare questo dato, perché è parecchio fuori dal mio campo da gioco, ma mi piace partire da quello che sostiene Alessandro Carbone nel suo saggio su Kubrick, Odissea nell’incipit, in cui scrive che del celebre e allo stesso tempo famigerato romanzo “Lolita” (1955) di Vladimir Nabokov esistano 185 copertine, nessuna davvero in grado di fotografare il contenuto del libro al meglio, nessuna entrata nell’immaginario collettivo, malgrado lo scrittore si fosse ampiamente espresso in merito, ma per prima cosa, parliamo immediatamente dell’elefante al centro della stanza, uno strappo forte, come si fa con i cerotti.

Il professor Humbert è un pedofilo di quarant’anni irrimediabilmente attratto da una dodicenne. Da qui non si scappa. Come non si scappa dal fatto che Nabokov nel suo genio, per farci avvicinare emotivamente come lettori a qualcuno che andrebbe solo preso a bastonate, abbia scelto una prosa, utilizzata brillantemente per rendere l’ossessione di Humbert tutta rosa, poetica, romanticissima dal suo punto di vista, pur rimanendo un’ossessione insana e malata basata su un fatto di cronaca orribile, ovvero il rapimento, le sofferenze e la morte di Sally Horner.

Per la copertina ideale del suo libro, Nabokov voleva solo nuvolette, colori pastello, immagini solari, di qualunque tipo ma nessuna legata a ragazzine perché chi poteva davvero ritrarre una romantica, non freudiana e non infantile immagine di una bambina divenuta un’idea, un concetto, o appunto, un’ossessione? Nessuno poteva tradurre in immagini un concetto così alto e controverso in parti uguali, nessuno, tranne Stanley Kubrick.

E Quentin Tarantino…. MUTO!

I primi contatti tra il regista, il suo produttore e socio James B. Harris e Vladimir Nabokov avvennero nel 1959, dopo l’acquisto da parte loro dei diritti sul romanzo, sfruttarono l’occasione di una vacanza in Arizona dello scrittore per chiedergli di adattare per il grande schermo il suo controverso lavoro, rimbalzati con perdite. Nabokov aveva già scritto sceneggiature e molte volte in “Lolita” faceva riferimento al mezzo cinematografico, quando il professore protagonista fantastica sull’immortalare il sorriso candido e malizioso della ninfetta che lo ossessiona. Kubrick ed Harris tornarono alla carica dopo Spartacus, nel gennaio del 1960 e questa volta Nabokov, che nel frattempo si era rosicchiato i gomiti per l’occasione persa, accettò l’offerta, trentacinque mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti nel caso, alla fine della lavorazione, se fosse rimasto l’unico sceneggiatore coinvolto, soldi che Nabokov ha portato a casa, anche se poi, del primo tomo di quasi quattrocento pagine di copione, per ammissione dello scrittore, Kubrick ha utilizzato se va bene un venti per cento (storia vera).

Liti? Risse? Anatemi? Nemmeno l’ombra. Nabokov ha definito “pertinenti e deliziose” le modifice e le aggiunte portare da Kubrick, in particolare riguardo alle morti di un paio di personaggi, anche qui, ispirare ai fatti intorno alla triste e fin troppo breve vita di Sally Horner. Ma perdonatemi il salto in avanti nel tempo, le difficoltà intorno alla realizzazione di “Lolita”, dovevano attraversare le Termopili della selezione degli attori, ma soprattutto delle attrici.

Vi ricordo che è minorenne… Degenerati!

Tanti grossi nomi hanno declinato il ruolo scomodo del professor Humbert, il più grosso di tutti? Laurence Olivier era entusiasta all’idea ma il suo agente le fece muovere a più miti consigli (storia vera), lasciando campo libero a James Mason, che con la sua popolarità portò un maggiore budget al film.

Shelley Winters è stata un grattacapo costante per Kubrick, perché l’attrice scelta per il ruolo non semplice della madre di Lolita, ovvero Charlotte Haze passava il suo tempo a fare shopping con Liz Taylor e bisognava andare a recuperarla con autista dedicato anche se il più refrattario di tutti a prendere parte, era anche il più talentuoso. Signore, Signori, Mister Peter Sellers al suo esordio su questa Bara Volante!

«Ciao Cassidy, partitella?»

Professionista maniacale, Sellers era in dubbio sulla sua stessa capacità di dare corpo all’iperattivo commediografo americano, rivale di Humbert, di nome Clare Quilty. Sull’accento l’attore e Kubrick si accordarono per la miglior parodia del fondatore della Verve Records, casa di produzione musicale di Jazz di Los Angeles, ovvero Norman Granz, il resto? Tutta farina del sacco di Sellers, uno dei pochi bipedi sul pianeta Terra che ha avuto la possibilità di improvvisare sul set di un film di Kubrick, tutta la partita di Ping Pong nella tragicomica scena in cui Quilty fa il suo canto del cigno ad esempio, quella di sicuro non l’aveva scritta Nabokov e nemmeno Kubrick.

Ma staremmo qui a parlare della fuffa condita dalla nebbia se non fosse per Sue Lyon, la quattordicenne Miss Sorriso della contea di Los Angeles, aveva tutto per coprire una storia lunga cinque anni, dai dodici ai diciassette della titolare, pur essendo più grande, l’attrice aveva la presenza e la chimica perfetta con James Mason e questo ci riporta alla famosa copertina di “Lolita”, quell’immagine riassuntiva a cui Nabokov ambiva e che solo Kubrick, in bianco e nero, è riuscito a trovare subito, pronti via, nei primi cinque minuti del film, quelli fatidici che ne determinano tutto l’andamento.

Prima di Tarantino, il piedino della protagonista, tra le manone del professore che le mette batuffoli di cotone tra le dita, prima di spennellarle di smalto (che immaginiamo essere rosso, ad anticipare le future tragedie) sulle unghie, “Lolita” è già tutto qui, pur aumentando la distanza anagrafica (sia per Mason che come detto, per Lyon) e l’età dei suoi personaggi, Kubrick non se la gioca sul sicuro, raccontando una storia in cui mette in chiaro che bene e male non hanno le forme che ci aspettiamo.

L’ossessione di una crisi di mezza età andata malamente fuori controllo.

Steven Spielberg, intervistato nel fondamentale documentario “Stanley Kubrick: a life in pictures” si dice scioccato dal fatto che molto pubblico non creda che il regista di New York non facesse film molto concentrati sulla condizione umana, perché “Lolita” è in parti uguali un dramma, una commedia “in your face” (citando le parole di Alex Cox dallo stesso documentario) strapiena di grandi prestazioni attoriali, e la parola chiave qui è proprio commedia.

Lo dico? Lo dico? La priva volta che vivi “Lolita” da ragazzino, mi disse ben poco, recuperato andando a ritroso, quindi dopo i titoli più famosi del regista, non mi disse granché. Dopo aver letto il romanzo, e forse ancora di più visto anche il secondo adattamento, quello del 1997 in cui si salva solo Jeremy Irons – per un titolo che scopiazza male Kubrick e le sue intuizioni, senza il coraggio di essere davvero nuovo adattamento, ma solo copia sbiadita – oggi penso che sia il Kubrick più sottovalutato.

Considerano il contenuto altamente erotico e i pesanti tagli che il film ha dovuto subire per venire incontro al comune senso del pudore che ovviamente, con lo slancio delle polemiche del libro, si è scagliato anche contro il film, Kubrick fa un lavoro da scienziato, mettendo su una commedia satirica sulla condizione umana, in cui Humbert tiene una foto della figlia della donna con cui intreccia una relazione, un po’ casuale, che senza dirlo esplicitamente, ci fa capire sia, come dire… Il suo stimolo per le peripezie sessuali al letto a cui lo costringe la signora Haze. Se non è commedia satirica questa.

Ci voleva il genio di Kubrick per adattare un libro impossibile.

Allo stesso modo, molte reazioni sono recitare (e quindi dirette, perché non si parla mai abbastanza di Kubrick come regista di attori) in maniera credibilissima per la realtà, molto poco impostata e “cinematografica”, come appunto Shelley Winters che caccia via il professore dopo la scabrosa scoperta, anche se è chiaro che invece se lo vorrebbe comunque tenere, una reazione più umana che classicamente da film, che costella tutto “Lolita”.

A ben guardare infatti, anche il duello tra i due maschietti è impresentabile, parliamo di due innamorati nel modo più lussurioso del termine, di una minorenne, che dal loro punto di vista si sfidano per il cuore di una donna ideale nemmeno mai considerata poco più di una bambina. Nella sua satira “Lolita” riesce a farci provare fastidioso, o meglio, ancora più fastidioso, per uno come Quilty, come se di colpo la pedofilia del più morigerato professore, fosse qualcosa di socialmente accettabile. Anche se va detto, il vero duello di talento su schermo a vincerlo, è senza ombra di dubbio Peter Sellers, che si mangia ogni scena in cui compare con la voracità che attribuiresti al suo personaggio.

A distanza di tempo sono piuttosto sicuro che “Lolita” sia il capolavoro, perso tra una sfilza di capolavori di Kubrick, basta dire che David Lynch lo ha sempre annoverato tra i suoi film del cuore e considerando il contenuto satirico, non è difficile comprendere il perché. A me piace pensare, e qui sono d’accordo con il già citato Carbone, che Nabokov prima e Kubrick dopo abbiamo usato l’arte per trasformare l’infanzia rubata di Sally Horner in una storia, raccontata su due formati diversi, diventata comunque immortale, un modo per restituire qualcosa a chi ha avuto solo tormenti dalla vita. Vale bene un Classido tutto questo no?

La prossima settimana invece, i tormenti saranno tutti per il vostro amichevole Cassidy di quartiere, gasato dall’accettare la sfida che lo attende con il prossimo capitolo della rubrica, come minimo, dovrò farmi in tre per portarla a termine, non mancate al mio sdoppiamento di personalità.

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