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L’ombra dello scorpione (1994): baby, can you dig your virus?

Abbiamo avuto un po’ tutti l’impressione che il 2020 sia un anno sceneggiato da Stephen King no? L’altro giorno mentre portavo a spasso i cani in una strada vuota di una città (quasi) deserta ho pensato: «Sembra l’ombra dello scorpione» (storia vera). Ecco perché per questa iniziativa con i miei colleghi Blogger, pensata per stemperare ed esorcizzare questo virus maledetto, ho scelto proprio il titolo di oggi.

Per quello che mi riguarda “L’ombra dello scorpione”, scritto da zio Stephen King nel 1978, ha un solo difetto: il titolo italiano. Un’invenzione dei traduttori che hanno pensato di trasformare in titolo una mezza frasetta presente nel romanzo, un po’ come intitolare “Uno per tutti, tutti per uno” un certo romanzo di Dumas. Ma a parte questo il libro resta un capolavoro, inutile discutere se sia davvero il migliore mai scritto da King, per fortuna lo zio ci ha regalato tanti romanzi bellissimi, ma “The Stand” – titolo originale ben più azzeccato ed evocativo –, resta davvero speciale.

In circa 1400 e qualcosa pagine King fa crollare la civiltà occidentale per come la conosciamo, messa in ginocchio da un virus ad altissimo livello di contagio chiamato Covid-19 Captain Trips (come il soprannome acidello di Jerry Garcia, chitarrista anche dei Grateful Dead). Il virus creato in un laboratorio militare sfugge di mano per errore – come nei sogni bagnati dei complottisti della Terra… Ovviamente piatta -, stermina il 90% della popolazione lasciando in vita pochi asintomatici immuni, metà di loro inizieranno di colpo a sognare una rassicurante vecchina centenaria di nome Abigail Freemantle, meglio nota come Mother Abigail, che li invita tutti a raggiungerla nella sua casa del Nebraska. L’altra metà dei sopravvissuti, diciamo quelli poco raccomandabili, in sogno ricevono la spaventosa visita di un sinistro uomo con capelli lunghi, jeans scoloriti e stivali consumati, un essere spaventoso e ammaliante come il male di nome Randall Flagg, che comincerà a radunare le sue forze a Las Vegas. Le città del peccato, molto appropriato.

«Non la immaginavo così Las Vegas, mi sembra un mortorio!»

Per quello che mi riguarda “The Stand” resta la più lucida ricostruzione di quello che potrebbe accadere, se per una ragione inaspettata come un virus in grado di coglierci tutti impreparati, la società cadesse a pezzi. Il fatto che in queste strambe giornate ci siamo un po’ tutti sentiti dei piccoli Stu Redman oppure delle piccole Frannie Goldsmith (mi auguro nessuno di noi sia quello delle pattumiere), conferma il genio di Stephen King, che sulla carta ha distrutto il mondo, ha suddiviso i sopravvissuti, li ha fatti scontrare nella “resistenza” del titolo del suo romanzo, per poi riorganizzare quasi interamente la società. Mica male per uno che nel 1978 aveva 31 anni e causa blocco dello scrittore, questo romanzo stava per abbandonarlo malgrado le 500 pagine già scritte (storia vera).

Ma Stephen King è anche lo scrittore più corteggiato forse di sempre dal mondo del cinema, messe da parte le sue bislacche idee di diventare un vero regista (con risultati mitici ma rivedibili), nei primi anni ’90 zio Stevie si è occupato di scrivere di suo pugno la sceneggiatura per un adattamento cinematografico di “The Stand”, questo spiega l’aderenza al materiale originale. Per la regia ha voluto un suo amico, un nostro amico, il migliore di tutti… George A. Romero!

I miei due architetti della fine del mondo preferiti.

I due erano vecchi compari dai tempi del bellissimo Creepshow, pur di avere Romero alla regia di un film tratto da “The Stand”, lo scrittore le ha tentate tutte per sforbiciare e semplificare la storia, accarezzando a lungo l’idea di suddividerla in due film. Riuscite a pensare qualcuno di più adatto di Romero per un film su “L’ombra dello scorpione”? Io proprio no, ma il grande problema di George “Amore” Romero, è sempre stata la sua difficoltà nel reperire fondi per poter girare i suoi film in libertà. Ecco perché davanti all’offerta di adattare il suo romanzo in una miniserie televisiva di 366 minuti, suddivisi su quattro puntate, Stephen King ha affidato il lavoro a Mick Garris, l’uomo che ha dedicato buona parte della sua filmografia allo scrittore del Maine.

«Laggiù in fondo, mettiamo i filari del campo di grano. Come li ho visti in sogno»

Ricordo ancora quando la miniserie venne trasmetta in prima tv negli anni ’90 anche nei televisori di uno strambo Paese a forma di scarpa, non ottenne il successo fulminante in grado di terrorizzare un’intera generazione del film in due parti su IT, tanto che se non ricordo male, l’ultima puntata di “L’ombra dello scorpione” venne trasmessa in seconda serata, ma sto facendo uno sforzo di memoria. Anzi, se qualcuno di voi fedeli lettori (prendo in prestito l’espressione Kinghiana) avesse ricordi e dati più affidabili, ci vediamo nei commenti.

Di sicuro “L’ombra dello scorpione” ha il fascino di un adattamento realizzato con il cuore dal lato giusto. Se adatti un capolavoro per un formato diverso da quello per cui la storia era stata originariamente pensata, e lo fai nel modo più fedele possibile, malgrado la scarsità di mezzi o le difficoltà del caso, proprio una schifezza non può venire fuori. Se non avessi letto il romanzo probabilmente apprezzerei molto di più il lavoro fatto da Mick Garris, ma nel confronto diretto la miniserie è apprezzabile per l’impegno profuso, ma resta due o tre spanne sotto il romanzo originale.

#Iorestoacasa a Boulder (Colorado)

Pensate che alle elementari, una volta scrissi un tema in cui diversi personaggi sparsi per il mondo, finivano per ritrovarsi a collaborare insieme contro un nemico comune, l’idea ovviamente l’avevo vista nella miniserie del 1994, ma persino la mia maestra rimase colpita da questo dettaglio (storia vera). Questo giusto per dirvi di che razza di potenza dirompente abbia la prosa originale di King, che con Tolkien nel cuore, nel 1978 scrisse la sua versione, moderna, riveduta e corretta di “Il signore degli anelli”, con tanti piccoli Hobbit in marcia sparsi per l’america. Con tanto di grandi personaggi magici ed iconici anche se opposti come Mother Abigail e Randall Flagg, che sono un po’ i Gandalf e i Sauron della situazione, mentre ovviamente quello della pattumiere è Gollum, fedelissimo ma consumato (per non dire distrutto), la sabbia nell’ingranaggio, che nella sua fragile mente devastata porta il destino di tutti.

Nevermore (cit. colta che forse piacerebbe a King)

Per quanto fedele nello spirito e nei personaggi, bisogna dire che la miniserie si porta abbastanza maluccio i suoi 26 anni (invecchiata male, questo va detto), sono proprio le sforbiciate sui contenuti, chiamiamoli adulti, presenti nel romanzo e scomparsi nell’adattamento televisivo per non incappare in problemi di censura, a rendere la miniserie un po’ datata. Per assurdo oggi, che le serie televisive possono contare su nomi famosi, budget più sostanziosi e una libertà anche narrativa che tante volte al cinema pare mancare (almeno su certe tematiche), forse adattare per il piccolo schermo “L’ombra dello scorpione” sarebbe più facile, anche se il remake migliore al momento, resta questo stracazzo di Covid-19. Diciannove, era proprio King nella saga “La Torre Nera” ad insegnarci quanto potesse essere potente il numero diciannove, ironia della sorte.

«La signora del terzo piano ti ha visto è denunciato, sei uscito senza mascherina!»

Il bambino di Frannie e i suoi incubi con la stampella per abiti (se avete letto il romanzo, sapete di che parlo), tutto il travagliato passato di quello delle pattumiere, sono solo alcune delle parti “adulte” sforbiciate dalla storia. Infatti è facile notare, anche rivedendo la miniserie oggi in piena pandemia globale, che a colpire siano ancora i passaggi più crudi, scusate se la scelta di parole suona infelice se pensiamo al ratto di Lloyd, per altro interpretato dal mitico Miguel Ferrer, che le ha provate tutte pur di avere la parte di Randall Flagg, prima che King e Garris decidessero per un volto meno conosciuto, nella fattispecie quello di Jamey Sheridan (storia vera).

«Sheridan come la bevanda, solo scritto in modo divers… No in effetti è scritto allo stesso modo»

“L’ombra dello scorpione” comincia con il botto, il tentativo di fuga dalla base militare incolla lo spettatore allo schermo, gli effetti letali di Captain Trips mostrati in tutta la loro potenza sulle note di un pezzo infettivo (basta sentirlo una volta, per averlo in testa tutto il giorno) come “(Don’t Fear) The Reaper” dei Blue Oyster Cult, sono un ottimo inizio.

Tutti i personaggi che entrano in scena non hanno lo spessore che le dettagliate descrizioni suoi loro trascorsi di King possono garantire, ma per lo meno sono adattamenti riusciti, qualcuno anche affidato a qualche faccia nota. Come il taciturno benzinaio Texano Stu Redman che ha il volto di Gary Sinise (tenente Dan!), oppure Frannie Goldsmith, interpretata dall’ex reginetta del ballo scolastico degli anni ’80, Molly Ringwald. Sicuramente i due volti più noti, e forse per questo anche i due personaggi a cui viene dedicato più minutaggio.

«Ehi bella in rosa, fai un saluto ai lettori della Bara Volante», «Chiudi quella bocca tenente Dan!»

Stephen King ha sempre dichiarato che per la parte del cantante in rampa di lancia con la sua “Baby, can you dig your man?”, Larry Underwood, avrebbe sognato un giovane Bruce Springsteen, ma qui tocca accontentarsi del volenteroso Adam Storke.

Well if you’re looking for love baby can you dig your man? (no, credo di aver fatto un casino con i testi delle canzoni)

Ho sempre avuto una predilezione per Larry nel romanzo, è forse il personaggio con l’arco narrativo più interessante, anche protagonista dei momenti paurosi più riusciti, come l’attraversamento del tunnel (pieno di auto e cadaveri lasciati a marcire) in direzione del New Jersey.

Per motivi di lunghezza del romanzo originale, il personaggio di Nadine Cross (Laura San Giacomo, la crazy Cora di “Carabina Quigley”) è stato semplificato di alcune sue caratteristiche, mentre a funzionare ancora piuttosto bene sono la strana coppia “Non guardami, non ti sento”, composta dal sordomuto Nick Andros interpretato da Rob Lowe (che per altro è veramente sordo da un orecchio. Storia vera) e dal ragazzone grande e grosso ma con il cervello di un bimbo, Tom Cullen (l’attore Bill Fagerbakke. L-U-N-A, sta per Bill Fagerbakke), che sono un po’ la strana coppia che per Tolkien erano Frodo e Sam, ma senza il rapporto di sudditanza tra padrone e giardiniere.

«Tolkien. L-U-N-A, sta per Tolkien», «…»

L’unica delusione per me resta Glen Bateman, non perché Ray Walston faccia un pessimo lavoro anzi, ma per il fatto che Glen “pelato” Bateman oltre ad avere i capelli nella miniserie (vabbè, buon per lui), è un po’ la coscienza del gruppo. Visto che gli anni erano quelli giusti, da lettore avrei sempre sognato di vedere nella parte Robin Williams, l’idea di un personaggio che – in una scena in particolare –, ride in faccia al male, l’ho sempre trovata molto potente e penso che con qualche soldo in più, si sarebbe potuto affidare il ruolo a Williams, rendendo la scena davvero memorabile.

Tra le fila dei cattivi Miguel Ferrer si… Non vorrei dire mangia tutte le scene, perché sto ancora pensando al topo, però diciamo allora che buca lo schermo, prima di finire messo in un angolo dalla storia, quando il suo Lloyd Henreid s’imborghesisce diventando la fidata spalla di Randall Flagg.

Peccato per quello delle pattumiere (nel doppiaggio italiano della miniserie, “Spazzatura”) il cui tormentato passato è frettolosamente accennato, ma mai davvero approfondito, anche se l’attore è quello giusto, nella fattispecie il testone quadrato di Matt Frewer, che se siete più o meno della mia leva ricorderete di sicuro nel ruolo di Max Headroom.

Cibola Max Headroom. La mia vita per te!

Anche se la vera sorpresa nel rivedere “L’ombra dello scorpione”, ventisei anni dopo la sua uscita è ritrovare le comparsate VIP di extra lusso che Mick Garris è riuscito ad accaparrarsi. Kathy Bates intepreta (per davvero una manciata di minuti) una giornalista radiofonica, che contesta i metodi paramilitari e per questo viene messa a tacere, insieme alla sua trasmissione radio.

Ed Harris si prende il palcoscenico nella parte del generale che tenta di contenere l’infezione, un ruolo da militare carismatico (ma pazzo), che è una versione in piccolo del suo stesso identico ruolo in The Rock.

«Non intendo uccidere ottanta mila persone innocenti e inermi. Pensate che io sia davvero così pazzo?» (cit.)

Ma forse sono le comparsate inattese, quelle di attori non professionisti a colpire maggiormente, Stephen King si ritaglia il piccolo ruolo di Teddy Weizak, mentre alcuni degli sgherri armati di Flagg sono colleghi di Garris oltre che due dei miei preferiti, John Landis entra in scena all’inizio della quarta puntata impegnato a parlare di donne (non si smentisce mai il mio amico John) mentre poco dopo, muore per morte violenta un esperto di morti violente come Sam Raimi.

Non bastava il mio grande amico John Landis…
…Mick Garris ha voluto anche Sam Raimi!

Il predicatore pazzo che si aggira per la città invitando tutti a portare fuori i propri morti, non potete mancarlo, perché è interpretato dai 2,18 metri di altezza di Kareem Abdul-Jabbar, solo il migliore marcatore ogni epoca del campionato NBA, anche se ormai si è ritirato nel 1989.

Kareem Abdul-Jabbar record di punti segnati in NBA, ma anche campione di piccoli ruoli al cinema.

È chiaro come il sole che Mick Garris sia un uomo in missione, la responsabilità di adattare un romanzo così bello, complesso e amato per il piccolo schermo, non è affatto semplice, il risultato è un adattamento fedele ma semplificato dalle imposizioni della censura televisiva e da un budget che con il passare degli episodi, diventa sempre più una coperta corta.

Anche nel romanzo Randall Flagg perde la sua forza diventando sempre meno minaccioso, ma nella miniserie accade davvero in maniera tragicomica, gli effetti speciali della sua trasformazione in demone sono davvero pezzenti, così come il “Deus ex machina” (letteralmente!) finale fa tenerezza per quanto è invecchiato malamente a livello di effetti speciali, ma anche di messa in scena.

«Sarai bello tu Cassidy, ti sei guardarlo allo specchio di recente?»

Eppure negli anni il lavoro di Mick Garris ha saputo guadagnarsi il suo status di culto, vivendo di luce riflessa rispetto al bellissimo romanzo di King. Voglio comunque spezzare una lancia a favore di questo telefilm che ha provato a giocare con i grandi in serie A.

Alla fine del terzo episodio, quando la comunità dei “buoni” si muove per raggiungere il Colorado, Mother Abigail (Ruby Dee) si lancia nel monologo che dà il titolo al romanzo in lingua originale, parlando di una resistenza. In questo 2020 sceneggiato da Stephen King nessuno ci chiederà di raggiungere Las Vegas a piedi e di affrontare disarmati Randall Flagg, ci sono stati chiesti sacrifici certo, come quello di restare a casa cercando (per una volta) di pensare più al bene comune che a noi stessi. Il Covid-19 non è Captain Trips anche se si è portato via tante persone e qualcuno a cui volevamo bene, la nostra di resistenza sarà forse un po’ più facile di quella di Stu, Frannie, Larry e tutti gli altri, ma non per questo deve essere meno importante.

Ad esempio, a nessuno di noi è stato chiesto di andare fino in Nevada a piedi per sfidare Randall Flagg.

Ci sarà molto da ripensare delle nostre vite, dell’Europa e delle nostre priorità quando questa marea sarà passata, abbiamo la possibilità di creare la nostra zona libera di Boulder, ma per il momento dobbiamo resistere ancora un po’. Per questo forse, ci é sembrato di vivere tutti tra le pagine di “The stand”.

Come on baby, don’t fear the reaper virus.

Qui sotto trovate l’elenco di tutti i blog che partecipano a questa giornata FUCK-Covid:

Pietro Saba World – L’esercito delle 12 scimmie
Non c’è Paragone – Kairo
La fabbrica dei sogni – Infection
The Obsidian Mirror – The flu
Stories – Andromeda
Director’s cult – La notte ha divorato il mondo

Sepolto in precedenza giovedì 7 maggio 2020

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