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L’ora più buia (2017): ero fan di Gary Oldman anche prima!

No, davvero, ci tengo a ribadirlo per non passare per quello che sale sul carro del vincitore, io ero fan di Gary Oldman anche prima, ho le prove!

Il problema del pazzo Gary (senza zozza Mary) è che pure lui ogni tanto si dimentica, non solo di essere uno dei miei attori preferiti, ma più in generale uno dei migliori attori del mondo, non credo che serva riassumervi le sue prove migliori, ognuno di voi ha le sue, quello che è triste notare è che dal 2000 o giù di lì Oldman si è gettato su tutti i blockbuster, il più delle volte sprecando anche il suo talento, forse per via di quel mutuo da pagare, con cui ormai dovrebbe essersi ripagato un paio di magioni nella sua nativa Inghilterra.
«Salve, sono Gary Oldman, forse vi ricordate di me per film come Sid & Nancy, in cui facevo Sid e mi facevo pure Nancy»

Per nostra fortuna, su cadenza abbastanza regolare Gary scende dal letto con il piede giusto e ci regala una prova tipo quella di “Tinker, Tailor, Soldier, Spy” (da noi “La talpa”, 2011) in cui ricorda a tutti che lui è Gary Oldman e noi no e malgrado questo l’Accademy ancora non si è convinta a prenderlo in considerazione per qualcuno dei suoi premi, vento che potrebbe cambiare dopo l’uscita di “Darkest Hour” di Joe Wright, in cui il mostro della recitazione, si cimenta con un mostro sacro della storia, ovvero il primo ministro inglese Winston Churchill.

Ora, voglio essere sincero, non faccio proprio le capriole sulle mani per il cinema di Joe Wright, il ragazzo sa dirigere e pure bene, niente da dire, sono certo che tutti quanti ricorderete il piano sequenza con cui inizia “Espiazione” (2007). Wright è un narratore molto classico che ama i classici, tipo “Orgoglio e pregiudizio” (2005) e “Anna Karenina (2012) e che quando tenta cosette più moderne, ecco, non sforna proprio sempre ciambelle con il buco, “Pan – Viaggio sull’isola che non c’è” (2015) è un mezzo pasticcio mentre “Hanna” (2011) so che a tanti è piaciuto, ma a me dava la sensazione di guardare un pesce mentre cerca di nuotare fuori dalla sua acqua, tipo sull’asfalto ecco.

Sicuri che non sia una biopic su Tinto Brass vero?

Sceneggiato da Anthony McCarten, autore di un’altra biopic classicheggiante come “La teoria del tutto” (2014) e dell’atteso (atteso? Bah speriamo bene) Bohemian Rhapsody sulla vita di Freddie Mercury, “Darkest Hour” da noi “L’ora più buia” ha tutti i tratti distintivi del suo sceneggiatore e ancora di più del suo regista.

Joe Wright riduce al minimo i frizzi e i lazzi, ci concede giusto un’inquadratura su un palazzo dalla forma tonda che sfuma su di un timbro, a sua volta tondo, per poi chiudersi con una carrellata nella tromba delle scale tonde, tipo la barzelletta dell’omino tondo avete presente? A parte questo, dirige un film angoscioso, fatto di interni cupi, una pellicola che potrebbe funzionare anche a teatro perché completamente parlata, incentrata sugli attori, sui primi piani e sull’azione che non si vede mai, perché viene solamente raccontata, parole parole parole, l’unica cosa che allo stesso Churchill viene accusato di produrre.

«La preferivo interpretato da John Lithgow« , «Ah si? A me manca Colin Firth»

Precauzione da leggere prima dell’utilizzo della visione, si tratta di un “Gary Oldman Show”, quindi se vi sta sulle balle, il film potrebbe non fare per voi, nel caso contrario, buona visione. Altro dettaglio che è bene sapere, i 114 minuti di “Darkest Hour”, come detto, tutti parlati, procedono con un ritmo in crescendo, quasi da thriller ecco, ma sempre di parole e decisioni politiche stiamo parlando, quindi se vi aspettate l’azione pura, anche qui, potreste restare delusi.

Inoltre, c’è un certo grado di chiamiamolo romanticismo, che viene richiesto allo spettatore per godersi questo film, se siete consapevoli del fatto che ad un certo punto della storia della razza umana, una sola isoletta umida, nebbiosa e solitaria si è ritrovata ad opporsi e resistere quasi totalmente da sola, contro il più oscuro e maligno impero che abbia mai solcato questo gnocco minerale che ruota intorno al Sole, beh a questo punto dovreste chiedervi quanto questo dettaglio vi smuova dentro.
Personalmente a me parecchio ed il film di Joe Wright è ottimo nel ricordarmi il perché, la storia è ultra nota, se avete visto la prima stagione di The Crown la conoscete, se avete visto Dunkirk la conoscete, diamine! Se avete frequentato le scuole medie senza passare tutto il tempo a farvi le canne sulle scale antincendio dovreste saperla!

«Questo è il punto esatto dove Christopher Nolan ha diretto il suo ultimo film»

Inoltre, sempre per ragioni squisitamente personali, non riesco a non avere uno o due gradi di coinvolgimento con un personaggio come quello interpretato da Gary Oldman qui, perché il suo Winston Churchill non è uno tutto sorrisi e strette di mano, ad un certo punto del film viene etichettato come l’uomo più temuto e odiato d’Inghilterra, non è certo quello con cui si esce a far bisboccia ecco, ma è la persona che vorresti accanto a te in trincea.

Lo stesso Churchill nel film arriva a dire che il ritrovarsi a capo di un governo di grande intese, non è un regalo, non è la realizzazione del suo sogno di diventare ministro è una vendetta da parte dei suoi avversari politici, eppure Churchill è la persona giusta per uscire da una situazione senza speranza, quello di cui il suo Paese aveva bisogno beh, nell’ora più buia.
Retorico? Sì, “Darkest Hour” in certi passaggi è un film abbondantemente retorico, specialmente quando Joe Wright inquadra il popolo inglese a rallentatore, come a voler sottolineare la loro straordinarietà in condizioni impossibili, ma forse il film risulta così retorico proprio perché gli ideali a cui Churchill fa riferimento nei suoi discorsi sono vecchi e sorpassati quanto lui, parliamo di un personaggio che pensa all’eroismo vecchia scuola, perché il personaggio in sé è più un teorico, uno che le cose le ha studiate più che farle, o come direbbe lui: «Non ho mai preso la metropolitana», uno che sa cucinare un uovo sodo, solamente perché lo ha visto fare, una volta.

Dopo “Il discorso del re” ora abbiamo “Il discorso del primo ministro”.

“L’ora più buia” è pornografia della speranza e per tanti minuti forse non riuscirà nemmeno ad intrattenervi come merita, sembrerà di stare guardando uno strambo prequel di Dunkirk e lo stesso Churchill non è la vecchia roccia, un uomo grande e grosso quasi quanto la sua leggenda, come lo ha interpretato (magnificamente!) John Lithgow nella prima stagione di The Crown, è lo stesso personaggio, ma nella versione che serve a questa storia.

Il Churchill di Gary Oldman è vittima dei suoi vizi e del suo brutto carattere, è uno che le cose le conosce perché le ha studiate sulla carta, non un arringatore di folle, un comunicatore carismatico come quello là, come il “maldetto imbianchino” come lo chiama lui rivolgendosi ad Adolf Hitler. Parliamo di un personaggio che balbetta, che allunga le consonanti e di cui Gary Oldman cesella ogni singolo movimento, ogni errore della pronuncia per tratteggiare un personaggio completamente umano, uno che sbaglia a fare la “V” di vittoria e così facendo si fa fotografare mentre manda a fanculo tutti, forse anche il maledetto imbianchino.

Winston Churchill, l’inventore delle pose da bimbominkia nelle fotografie.

Questo personaggio sale di colpi come il film stesso, non è simpatico, ma fa dannatamente bene il suo dovere, proprio per questo l’ultima mezz’ora del film è si carica di retorica, ma la scena in metropolitana è la più bella che vi possa capitare di vedere, per lo meno ad Ovest di un film non diretto da uno che non si chiama Walter Hill o Michael Mann, grandi specialisti di metropolitane al cinema.

Ci pensate voi a dirgli che in metro non si può fumare, vero?

Sono tante belle balle bisogna dirlo, perché quale politico andrebbe in metro per parlare con il suo popolo prima di una decisione importante, forse la più importante, ma è questo il senso del film, una certa malinconia per una classe politica che non esiste più, fatta di persone in grado di prendere decisioni impossibili, infatti il finale del film è in crescendo e, ve lo dico, con l’ultima scena si finisce in piedi, con gli occhi su Churchill e galvanizzati dal suo discorso, vedere per credere.

Fatti tutti questi distinguo, non so se “L’ora più buia” sia proprio un film in grado di intrattenere tutti e non credo nemmeno che sia obbligatorio cercare dei messaggi, non credo che Joe Wright abbia in testa nessuno politico, del presente o del passato se non lo stesso Churchill, non credo nemmeno sia un film interventista, carico di una retorica di vecchio stampo sì, ma ci starei a cavillare troppo sopra, perché il fuoco del film è tutto sul suo protagonista ed il suo protagonista è in grande forma.

All Eyez on HIM, come in un pezzo di Tupac Shakur.

Grazie ad un trucco tutto sommato efficace, in cui i lineamenti di Oldman non scompaiono, il buon Gary si mangia ogni fotogramma, lo fa così bene che nei pochi momenti in cui non è in scena, il suo personaggio continua ad aleggiare, la sua prova è magnifica e magnetica, insieme alla mezz’ora finale, sufficiente a farmi arrivare ai titoli di coda, sulle note dell’incalzante colonna sonora di un Dario Marianelli ispirato.

Se poi l’Accademy dovesse battere la testa e decidere che tutto questo non basta per consegnare una delle statuette di Zio Oscar a Gary Oldman, sapete che vi dico? Chissenefrega, ero fan di Oldman anche prima, prove così sono la conferma che ogni tanto punto sul cavallo giusto pure io.
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  1. Bellino ma un po’ retorico soprattutto nella bellissima scena della metropolitana, scena che nella realtà non è mai esistita.
    Il fratello della sua segretaria morirà al fronte; la segreteria ci introduce nel mondo di Churchill, è come se rappresentasse i nostri occhi.

    Alla fine tutti lo applaudono e anche i due oppositori, Halifax e Chamberlain , si schierano con lui

    • Per nostra fortuna il cinema non ha il dovere di essere realistico, per quello ci sono i documentari. Cheers

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