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Lost in la Mancha (2002): The negation of the pussy

Se la sfiga non decide di metterci ancora una volta lo
zampino, dopo quasi trent’anni di travagliata produzione il prossimo 27 settembre,
nelle sale di uno strambo Paese a forma di scarpa, potremmo finalmente vedere “The
man who killed Don Quixote”, ma ogni risultato si ottiene con una buona dose di
ginocchia sbucciate, incidenti e capitomboli, in generale di sfiga che è
l’argomento principale del nuovo capitolo della rubrica… Gilliamesque!

Questa rubrica su Terry Gilliam ci ha insegnato che il
regista originario del Minnesota, per sua stessa ammissione, ha sempre fatto
film per convincere le persone a leggere più libri e nel suo cinema
immaginazione e realtà si mescolano continuamente tanto da diventare spesso
indistinguibili tra di loro. Quindi, iniziamo proprio da qui, nelle ultime
pagine del suo libro “Don Chisciotte della Mancia”, lo scrittore
spagnolo Miguel de Cervantes lanciava un’ideale “maledizione” su tutti quelli
che avrebbero provato a raccontare la storia del suo cavaliere errante in
maniera diversa da quanto fatto da lui, un beffardo e menagramo augurio di
tanta cara sfiga, non so come si dica “Iettatore” in Spagnolo, ma ci siamo
capiti.

Cervantes doveva aver una gran mira oltre che una gran
penna, perché la sua prima vittima è stata davvero illustre, un regista, guarda
caso un visionario vero come Orson Welles ha tentato per tutta la sua carriera
di portare sul grande schermo la sua rilettura del romanzo dello scrittore
spagnolo. Iniziato a girare ufficialmente nel 1965, il “Don Chisciotte” di
Welles ha avuto ogni genere di problema, per vent’anni il regista ha provato a
completarlo, girando quello che poteva ogni volta che riusciva a radunare
attori e tecnici sul set in Spagna, prima di naufragare restando
definitivamente incompleto.
Ma se dovessimo stare a guardare, la storia del cinema è
costellata di film mai realizzati dal fascino magnetico, se non avete mai visto
il documentario sul “Dune” mai realizzato da Jodorowsky ve lo consiglio, anche solo per capire le vere origini di Alien, ma potremmo anche citare il film su Napoleone di Kubrick, il Game of death di Bruce Lee, oppure quello sull’assedio di Stalingrado di Sergio Leone, ma quando si parla
della sfiga di un film mai realizzato, tutti questi nomi devono fare un passo
indietro, di fronte a Terry Gilliam.

Loro si che sono davvero “Grandi della Mancha”.

Avete mai letto o ascoltato un’intervista all’ex Monty
Python? Prima o poi si finisce sempre a parlare dei suoi film mai realizzati,
tutti vogliono sapere della sua sfiga e lui ogni volta gli rigira la mossa
parlando di questo del culo che ha avuto ad essere prodotto da George Harrison, ad esempio. Ma Terry Gilliam è costantemente
associato a film che non hanno mai visto il buio della sala, ad esempio “The
Defective Detective” un noir ambientato nel mondo delle favole che tornerà a
far parlare di sé in questa rubrica, oppure l’ancora più famigerato adattamento
di “Watchmen” il capolavoro a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons che Gilliam
è arrivato a definire “Infilmabile” (ed aveva pure ragione!) e che avrebbe
avuto nel cast Robin Williams e si vocifera, Kevin Costner. Ma di tutti i
progetti chimera di Gilliam, niente si avvicina neanche lontanamente a “The man
who killed Don Quixote”.

«Amo le sfide, se un progetto è semplice, non lo comincio
neanche, se è impossibile allora posso provarci» sono queste le parole
pronunciate dallo stesso Terry Gilliam all’inizio del documentario “Lost in la
Mancha” un oggetto particolarmente strano, perché in un mondo ideale sarebbe il
diario di lavorazione di un film, ma siccome la pellicola in oggetto è
naufragata malamente, quello che in teoria sarebbe un “Making off” buono come
contenuto extra per il DVD del film, viene promosso lui stesso a film, come un
panchinaro chiamato in campo dal suo allenatore, a suo modo anche lui, un eroe
contro voglia Gilliamesco.

“Terry ha chiamato l’assicurazione, dice che non abbiamo il modulo 27B/60”.

Impreziosito dalla voce narrante di Jeff Bridges, “Lost in la Mancha” è diretto da due storici
collaboratori di Gilliam, i due registi Keith Fulton e Louis Pepe che, in
passato, avevano già diretto il bellissimo documentario “The Hamster Factor
(and other Tales of Twelve Monkeys)” che raccontava la produzione del
film L’Esercito delle 12 Scimmie.
Gilliam impara che l’esperienza è la somma delle fregature ricevute da… In
questo caso: l’abbondante dose di sfiga durante la realizzazione di Le avventure del barone di Münchausen e prende l’abitudine di realizzare
documentari che testimonino il suo buon operato anche per cercare di evitare
discussioni con l’assicurazione, mettiamola così. Ecco, purtroppo nemmeno
questo salva il suo Don Chisciotte dalla catastrofe!

Keith Fulton e Louis Pepe hanno libero accesso ai set (dalla
pessima acustica) e alle riunioni creative e quello che doveva essere, nei
casi peggiori, materiale per l’assicurazione e in quelli migliori, ottimi
contributi extra al film terminato, diventa la cronaca di un disastro, quella
che doveva semplicemente essere un’opera illustrativa su un progetto che fin
dalla sua origine non poteva permettersi di sbagliare quasi niente, diventa con
il passare dei minuti l’elenco delle sfighe, roba da far pensare: “Per fortuna
che lo stiamo filmando, perché se lo raccontassi, nessuno crederebbe mai che
sono così sfigato!”.

Ho visto piovere così solo in posti veramente sfigati tipo… Mestre.

Negli anni ’90 Gilliam ha lavorato su parecchi progetti su
commissione, alcuni diventati ottimi film,
altri addirittura migliori e qualche
altro, come Paura e delirio a Las Vegas,
un titolo di culto che, però, al botteghino ha raccolto risate. Il buon Terry non
si è mai smarcato davvero dall’ombra lunga del disastro di Münchausen,
facendosi una fama di regista fuori controllo, non ha certo aiutato essere un
ribelle per natura armato di una capoccia strapiena di immaginazione, ma anche
durissima, un vero Don Chisciotte sempre pronto a caricare a testa bassa i
mulini a vento di Hollywood.

Proprio qui inizia il primo e letale problema del suo film:
in aperta rottura con le case di produzione americane, Gilliam si fida dei
produttori europei e decide di affidare completamente a loro la realizzazione
di un film che, nel tempo, non è diventato solo un adattamento del romanzo
di Cervantes, ma una rilettura personale e, allo stesso tempo, un progetto
troppo costoso per le fragili spalle della produzione europea.

“Non mettere i piedi sulla lava” , “Quale lava?” , “Quella che ci sarebbe se avessimo i soldi per il budget”.

Sì, perché dei 100 milioni di ex presidenti (americani o
francesi non importa) spirati stampati su carta, la produzione riesce a raggranellare
prima 40 e ad un secondo conteggio solo 32, insomma meno della metà di
quelli che servirebbero all’immaginazione di Terry Gilliam. Per questa ragione
la produzione diventa un azzardo, non solo perché l’unico Python americano
(almeno fino al 2006) avrebbe dovuto rinunciare a gran parte delle sue trovate
visive, ma anche perché con gli attori coinvolti da contratto, la produzione
diventa un Rolex in cui tutti gli ingranaggi devono coordinarsi alla perfezione
per arrivare a destinazione, dettaglio (da niente!) che puntualmente non
accade.

La storia di “The man who killed Don Quixote” parte da Toby,
un pubblicitario interpretato da Johnny Depp che viaggiando nel tempo si
ritrova incatenato come Ash all’inizio de L’armata delle tenebre nella Mancha del 1600 e scambiato per Sancho Panza viene
salvato da Don Chisciotte (impersonato dall’attore francese Jean Rochefort)
prima di diventare il suo fidato scudiero, a questo aggiungete l’allora compare
di Depp, Vanessa Paradis sempre citata e mai mostrata per tutta la durata del
documentario.

“Credimi è per il tuo bene, serve ad impedirti di fare un altro Pirati dei Caraibi”.

Sì, perché la produzione del film diventa un enorme casino
logistico, la troupe europea è in difficoltà nel gestire costumi e scenografie
costruite in Italia, i set selezionati nel deserto spagnolo e un cast
internazionale fatto di attori che devono restare a bordo del progetto pena, la
cancellazione del medesimo, ma tra impegni vari e un cachet ridotto non
considerano molto appetibile il film. In ordine dal migliore al peggiore,
analizziamo il loro contributo alla tragedia.

Non gli dev’essere sembrato vero a Terry di aver trovato un
bravo attore settantenne che sapesse andare anche a cavallo in Jean Rochefort,
quello che ci ha messo più buona volontà di tutti, imparando l’inglese solo per
recitare in questo film («Capisci il mio inglese? È una giornata meravigliosa
per me»), peccato che tra paura di volare psicosomatica e acciacchi vari (tipo una doppia ernia del disco, roba da niente proprio) il suo
metodo di immedesimazione è stato fin troppo efficace, un decadimento fisico
che segue la triste parabola del cavaliere di Cervantes.

La vestizione dell’eroe, anche se piuttosto sgangherato.

Secondo classificato (su tre, non è il massimo) Johnny Depp,
uno che a Terry Gilliam deve tanto, diciamo pure parecchio visto che Paura e delirio a Las Vegas è stato un
enorme slancio per la carriera di Depp che, però, non si fa troppi problemi a
farsi attendere sul set spagnolo. In compenso, quando finalmente si degna di
presentarsi, lo fa con la sua spocchia da divo alternativo tra bottiglie di
vino e idee per il suo personaggio, però, se non altro, è anche presente quando
poi si gira sul serio, compreso un monologo con un pesce appena pescato che mi
sarebbe piaciuto vedere sul grande schermo. In generale, abbastanza
professionale, ma con una già spiccata predisposizione per fare la “Diva”.

Qualcuno spieghi a Johnny che si brinda DOPO aver vinto.

Fanalino di coda Vanessa Paradis, tutti l’attendono per la
prova costume e nessuno la vede mai, i suoi molti impegni come cantante,
attrice e modella la fanno viaggiare in lungo e in largo, ma sempre
lontanissimo da dove la vorrebbe Gilliam, ironico per un regista che in molti
dei suoi film ha saputo raccontare donne angelicate, invocate e desiderate, che
con il loro arrivo sapevano quasi sempre salvare il protagonista, doversi
ritrovare a sua volta ad invocare una donna, senza vederla mai. Ma lo dico con
la massima stima che ho per la Paradis, no sul serio, perché una che riesce a
farsi pagare per recitare senza saperlo fare, per cantare senza essere capace
e per fare la modella quando è affascinante come la prospettiva di dover
saltare pranzo e cena per i prossimi tre giorni. Beh, ragazzi, questo è vero
talento!

Gli avvocati della Paradis, sulle piste di Cassidy.

Ma se l’errore di Gilliam è stato quello di perseverare in
condizioni creativamente ostili, con la minaccia di trasformare tutto in un “Münchausen
2” (spauracchio più volte citato, che sul set diventa quasi un tormentone) e la
caparbietà di un vero Don Chisciotte, la tegola definitiva sulla testa del
regista non è imputabile ai rischi presi o alle difficoltà organizzative, no,
la spallata che fa barcollare e precipitare il progetto è l’antica avversaria
di Terry, colei che può essere definita in un solo modo, ovvero come fa il
grande Nicola Pecorini, il direttore della fotografia di fiducia di Gilliam
(come lo chiama lui “Il mio ciclope” visto che sta sempre con un occhio chiuso
a verificare l’illuminazione sul set, storia vera), un capolavoro che vi
riporto per intero:

«Never, never, never in 22 years been in this business, I
never seen such a somme of… Sfiga, we say in italian, bad luck. I mean
“sfiga” is actually a better word than bad luck, because
“sfiga” is the negation of the pussy, is like.. La figa is the pussy,
la sfiga is the negation».
Non so se siete seduti, in piedi, sdraiati, ma vi chiederei
di alzarvi ad applaudire perché Pecorini ha sfornato un capolavoro!

Il vincintore del premio speciale Eroe (nel vento) di questo Blog!

“Lost in la Mancha” diventa la nuda cronaca di qualcosa che
non è mai stato provato scientificamente, ma che Nicola Pecorini ha postulato in
maniera definitiva, la sfiga si abbatte con tutta la sua potenza su Gilliam,
lanciando addosso al regista e ai suoi collaboratori tutto quello che ha.

La porzione di deserto selezionata per girare è un’aerea
dove la Nato fa volare i suoi aerei da combattimento, quindi con una puntualità
inquietante degli F16 rombano sulle teste della troupe rendendo impossibili le
registrazioni dell’audio in presa diretta, ad un certo punto i Jet diventano il
male minore («Quel rumore, se non è un F16 è un tuono»), quando il secondo
giorno di lavorazione una pioggia torrenziale costringe tutti a interrompere le
riprese e danneggia le attrezzature che l’assicurazione non vuole ripagare
attribuendo il danno a cause di forza maggiore.

“Era un F16 quello? Vi prego, ditemi che era un F16”.

Dopo la tempesta, la sabbia ha un colore totalmente diverso
che non somiglia più al deserto arso dal sole che serve alla storia, quindi
bisogna arrangiarsi a girare qualche scena con i “Giganti”, tre comparse
spagnole rimediate sul posto, anche perché di Rochefort non abbiamo più notizie. Se non che una volta giunto
finalmente sul set, l’attore francese viene funestato da una duplice ernia al
disco che gli rende una vera sofferenza stare a cavallo, operato d’urgenza
diventa impossibile stabilire la vera data del suo ritorno nei panni del
protagonista del film.

Per finire, non vuoi metterci pure un favore da parte degli
amati burocrati dell’assicurazione? Non riuscendo (e non volendo) a coprire i
costi dei danni, arrivano a pignorare i costumi di scena, ma anche la
sceneggiatura del film scritta da Gilliam e Tony Grisoni, costringendo così
anche il combattivo Terry alla sconfitta sì, ma non alla resa, quella giammai!
Anche se il momento più intenso del documentario resta vedere Terry che
sconsolato, con carta a matita disegna un Don Chisciotte messo in fuga dai
mulini a vento (che volano e sparano come elicotteri da guerra) della realtà.

Quello che gli manca in fortuna, Gilliam lo compensa con ironia e talento nel disegno.

“Lost in la Mancha” ci ricorda quanto possano essere fragili
i processi dietro alla creazione dei nostri amati film, quindi di suo è una
dichiarazione d’amore al cinema, in particolare a quello orgogliosamente
analogico di Gilliam, ma allo stesso tempo diventa una cronaca senza filtri
della creatività messa in ginocchio dalla burocrazia e dal logorio della
sfortuna, pardon, della sfiga. In tutto questo Gilliam ne esce come un personaggio
davvero degno di ammirazione, perché per quanto sia eccentrico (e lo è
parecchio) riesce a mantenere la calma cercando una soluzione davanti ad ogni
problema, senza mai scaricare la responsabilità su qualcun altro (la sua difesa
a spada tratta del suo storico assistenza alla regia Phil Patterson parla da sé),
un autore dalla mente vulcanica, ma senza cambi d’umore e sfuriate, qualcuno che
di fronte alla sfiga reagisce mantenendo la calma e il più delle volte,
rifugiandosi nell’ironia per affrontare la situazione.

Quando pensate di essere sfigati, ricordatevi la lezione di Terry.

Perché per essere qualcosa mai provata dalla scienza, la
sfiga è qualcosa di piuttosto concreto, prima o poi tutti noi siamo costretti
ad affrontare eventi contrari che si oppongono alla realizzazione di un
obiettivo, il più delle volte magari anche uno che ci sta parecchio a cuore,
il modo in cui affrontiamo gli eventi dipende solo da noi e, siccome questa
rubrica è nata con l’intento di omaggiare l’immaginazione, la testardaggine e l’ironia
di Terry Gilliam, trovo che il suo modo di affrontare la “Negation of the pussy”
sia il migliore e anche quello che si adatta meglio a me.

Sì, perché la sfiga e i burocrati possono provare a piegarti,
ma “Lost in la Mancha” si conclude con una frase sullo schermo che dice che
Gilliam sta provando a riprendersi la sua sceneggiatura e i diritti del suo
film, mai sottovalutare le virtù di una testa estremamente dura e di un Don Chisciotte
incredibilmente caparbio, nel suo sfidare i mulini a vento del sistema.

“Possiamo girare! Ho trovato un nuovo protagonista, si chiama BoJack”. 

Per anni ho seguito tutte le vicende, perché ci sarebbe
abbastanza materiale per un “Lost in la Mancha 2” avvincente tanto quanto
questo, per un po’ l’attore scelto per il ruolo di Don Chisciotte avrebbe dovuto
essere John Hurt che ha dovuto rinunciare a causa della malattia che lo ha
portato via. Ma ancora prima siamo passati attraverso quella volta in cui la casa
di produzione Infinitum Nihil ha dichiarato di aver messo in cantiere, guarda
caso, un film su Don Chisciotte, sapete chi è il fondatore della Infinitum
Nihil? Johnny Depp che, se avesse voluto, all’apice della sua carriera, avrebbe
potuto trovare produttori solo schioccando le dita e ripagare un ideale
debito con il regista che ha maggiormente contribuito a lanciare la sua
carriera di attore, invece il massimo che ha ottenuto è stato guadagnarsi il
mio odio eterno, anche se per quello bastava già la piega presa dalla sua
filmografia.

Un asino che ne cavalca un altro. Ma quello con le orecchie lunghe mi è più simpatico. 

Per un po’ Don Chisciotte avrebbe dovuto essere Robert
Duvall e Toby il Sancho Panza contro voglia Ewan McGregor, negli anni ho
seguito tutta la produzione con la certezza assoluta che Terry Gilliam un
giorno avrebbe trionfato, perché sono profondamente convinto che una testa
molto dura, tanta immaginazione e una buona dose di ironia siano armi molto
potenti, ma devo anche poter credere che i mulini a vento della burocrazia e della
sfiga possano essere sconfitti, se tra qualche giorno potremmo andare in sala a
vedere “The man who killed Don Quixote”, sarà un brutto colpo per quei giganti
che continuano a ruotare le loro lunghe braccia cercando di disarcionarci. Ed
ora aggiungo solo una cosa: Terry uno di noi! Uno di noooooooiiii! E Terry uno
di nooooooooi!

Hai la testa abbastanza dura per raggiungerli quei due, dajè Terry!

Ma non rilassatevi troppo miei cari Sancho Panza, tra sette
giorni la rubrica continua, abbiamo una strega da affrontare.

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