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Love and Monsters (2021): benvenuti a Monsterland

Ho continuato a gironzolare attorno a “Love and Monsters” a
lungo, mi attirava la seconda parte del titolo, ma temevo che la prima avrebbe
trascinato tutto giù per lo scarico.

Nulla di male eh? Ci sono fior fiori di
grandi storie che iniziano dallo spunto “Un ragazzo incontra una ragazza”, ma
mi sono lasciato convincere dal film solo quando è spuntato sul paginone di
Netflix qualche giorno fa, schizzando ovviamente al primo posto dei titoli più
visti, perché ammettiamolo, “Love and Monsters” è il classico film ricalcato
sull’algoritmo Netflix dei film, occhio che arriva il “ma”.

Ma (non dite che non vi avevo avvertito) resta anche un
film piuttosto divertente, realizzato con la giusta cura negli effetti speciali
e per certi versi, anche al passo con i (brutti) tempi, andiamo per gradi però.

I famigerati cinque minuti iniziali che determinano tutto
l’andamento di un film, “Love and Monsters” se li gioca con dei titoli di testa
utilizzati come spiegone, tutti in animazione, un po’ come se i disegni del
protagonista prendessero vita per spiegarci che l’umanità è sopravvissuta al
meteorite Agatha 616 (il mio senso di Marvel fan pizzica e sente odore di
citazione), ma i gas sprigionati dai missili sparati in aria per distruggere il
sassone (evidentemente Bruce Willis era al bar quel giorno), una volta ricaduti
sulla Terra hanno trasformato insetti e creature normalmente innocue per noi
umani, in predatori capaci di scacciarci dalla vetta della catena alimentare.
Così con questo abbiamo spiegato la parte “Monsters” del titolo.

Tutto possiamo criticare a questo film, ma non che non mantenga la parola data.

Joel Dawson (l’azzeccato Dylan O’Brien) da sette anni è
chiuso nel suo bunker perché altrimenti Mario Draghi si arrabbia è
l’unico modo sicuro per sopravvivere, in un mondo ormai in mano ai mostri
giganti, problema: nel bunker è iniziata la stagione degli amori, lui è
l’unico rimasto dispari a reggere il moccolo a tutti. Joel è il ragazzo della
zuppa (in scatola), quello bravo a disegnare i mostri sul suo diario
(ribattezzato “Manuale per sopravvivere all’apocalisse vol. 1”, sai mai che ci
scappi un seguito un giorno), ma è anche quello che per traumi pregressi, si
paralizza davanti alle creature che spesso attaccano il bunker, insomma è utile
come una barca in mezzo al bosco.

Inoltre da sette anni non fa altro che pensare (e parlare
alla radio) con la sua quasi fidanzata Aimee (la sempre più lanciata Jessica Henwick) che vive in un’altra
comunità a un centinaio e qualcosa di chilometri, sette giorni di viaggio
fuori, sulla superficie, non molti in condizioni normali, quasi un viaggio
degno di Ulisse, quando ci sono dei mostri giganti di mezzo.

“Ora ho capito perché quello ci ha messo vent’anni per tornare ad Itaca”

«Chi ti spinge dopo quella soglia? Se non è la noia, sarà il
tuo dolore, l’occasione buona per andare altrove, tipo fuori» canta Caparezza ed
è anche quello che decide di fare Joel, affrontare un viaggio che se avete
visto più di due film, avrete già capito cosa comporta: pericoli, crescita
umana e morale e se tutto dovesse andare, forse anche la prima parte del titolo
del film. Così abbiamo spiegato anche quella.

“Love and Monsters” non inventa davvero nulla, il
protagonista sfigato, il tono a metà tra Rom-com e Horror sembra preso di peso
da Benvenuti a Zombieland di cui
questo film sembra una variante con mostri al posto dei morti viventi. Fino qui
nulla di male, basta dire che il ruolo del trucido mentore cazzuto il giusto,
qui non è centrale come quello di Woody Harrelson, ma altrettanto importante ai
fini della maturazione del protagonista ed è ricoperto da un altro degli attori
preferiti di questa Bara, quel gran mito di Michael Rooker, che qui si aggira
armato del suo solito accento tutto matto, di una Katana e di una ragazzina
cazzuta con arco e frecce di nome Minnow (Ariana Greenblatt).

Michael ora che hai anche dei bimbi intorno, sembri davvero Mary Poppins (un tipo figo, cit.)

La parte migliore di “Love and Monsters” non è certo l’originalità della storia, perché il film di Michael Matthews è uno di
quelli dove le sfumature non esistono, ogni passaggio è ribadito dodici volte
in modo che anche il più distratto degli spettatori in sala sul divano capisca
che i mostri sono tali solo se hanno lo sguardo cattivo (eh?), oppure basta una
filastrocca per diventare un balestriere provetto.

Quando dico che si tratta di un film didascalico basato sull’algoritmo, intendo dire che se in una scena parte Stand by me, pochi minuti dopo il protagonista sarà alle prese con delle sanguisughe come accadeva beh, in “Stand by me” (1986). Capite che intendo quando parlo di film pensato da un algoritmo?

Questa la dedichiamo ai cinofili oltre che cinefili.

Uno di quei film dove i cani, qui rappresentati
dall’adorabile Boy, sono perfetti e in ordine anche dopo sette anni di vita
selvaggia. Solo i miei cani si riducono degli strofinacci (usati) dopo un giro
del quartiere? Insomma, per certi versi “Love and Monsters” avrebbe potuto
essere un film d’animazione, non sto a scomodare la Pixar, ma anche solo la
Dreamworks e avrebbe funzionato allo stesso modo. Però ha due elementi che lo
tengono in piedi facendolo funzionare, e sorpresa, uno dei due non è l’amore
del titolo, ma sono proprio i mostri.

“Preferiamo l’espressione diversamente anomali”

Grossi, brutti ma a loro modo teneri come solo i mostri
grossi possono essere, le creature giganti di “Love and Monsters” sono tutte
realizzate in CGI ma ben armonizzati con lo sfondo, con l’ambientazione e il
resto dei personaggi, insomma sono credibili come minaccia e “schifiltosi” il
giusto, non voglio scomodare il mega cervello di Starship Troopers, quello resta un apice di ambiguo disgusto che
solo Verhoeven poteva regalarci, però sono ben fatti, variegati, animati bene
e soprattutto svolgono bene il loro compito di minaccia o metafora, a seconda
del momento della trama.

A Burt Gummer piace questo elemento.

Perché pur essendo una trama con poche sorprese, “Love and
Monsters” resta un filmetto diligente, allineato all’algoritmo di Netflix che
però ha dalla sua il tempismo. Se i film sono fatti (anche) di momenti in cui
vengono visti, non credo ci possa essere un momento migliore per questo titolo
per sbarcare su Netflix, ora che siamo tutti (o quasi) ancora inchiodati a
casa, con una sorta di mostro fuori, a ridefinire il nostro ruolo nel mondo, “Love
and Monsters” diventa una riuscita metafora dell’affrontare pericoli e paure, della voglia di ricominciare. Spero che non venga interpretato (il film e la mia frase) come un inno al
“liberi tutti”, però in un momento in cui stare chiusi e distanti pare ancora
la soluzione più sicura, penso che una buona fetta di pubblico potrà
rincuorarsi guardando un film così. Io che sono misantropo mi sono fatto
bastare i mostri giganti, alla fine basta poco per farmi contento.

Si ma stai calmo, hai solo messo il naso fuori di casa eh?
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