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Luke Cage – Stagione 1: Black power (man)

Fin dalla sua
apparizione nella serie tv Jessica Jones,
quel cristone di Luke Cage ha subito attirato le attenzioni, quindi c’era
parecchia attesa intorno alla sua serie solista, com’è andata? Beh, io mi sono
divertito, non è tutto pesche e crema, ma la serie ha le idee chiare e,
soprattutto, personalità e come diceva Jules in “Pulp Fiction”: “La personalità
conta”.

Ve lo dico
subito: anche questa serie Marvel/Netflix è piena di chicche e citazioni, ma
per quello avremmo tempo, arriverà l’ormai abituale post dedicato a tutte
quelle che sono riuscito a scovare, per ora concentriamoci solo sulla serie.
Se la Marvel al cinema punta a fare il vuoto
conquistando platee di giovani e giovanissimi, sul piccolo schermo grazie all’accordo
con Netflix, sembra andare in una direzione diversa e forse più matura, meno
budget per gli effetti speciali, ma personaggi più sfaccettati, cattivi
decisamente più riusciti e protagonisti più travagliati.



“State qui. Torno presto” (Cit.)

Jessica Jones
ha problemi di alcool (e igiene personale aggiungo io) e cerca di superare un
grosso trauma, Daredevil è diviso tra la sua vita diurna di avvocato cattolico
e quella notturna di vigilante mascherato vestito da diavolo, anche la cecità
non è proprio un problemino da niente.

In questo s’incastra il terzo “Difensore” su quattro, l’ultimo Iron Fist/Pugno D’acciaio
arriverà con la sua serie personale l’anno prossimo. Luke Cage è l’eroe
controvoglia che difende Harlem, è super forte, ha la pelle indistruttibile, ma
soprattutto è nero. Ora ditemi cosa volete, ma ci va un discreto fegato a
portare in tv la storia di un nero anti proiettile, in un Paese dove la
questione razziale non è mai stata davvero superata nemmeno dopo l’elezione di
un presidente di colore, sono sicuro che avete sentito parlare del movimento “Black
Lives Matter”, quindi già solo per questa ragione, viene voglia di fare il tifo
per questa serie e magari chiudere un occhio su qualcuno dei suoi difetti.



Il modo migliore per farsi male ad una mano.

Il messaggio
della serie “Luke Cage” è forse facilone e pecca di positivismo, ma la
parabola di Carl Lucas che diventa Luke Cage e passa dall’essere da zero ad
eroe (per ora, non ancora “Eroe in vendita”) è un percorso con le idee chiare. Ripetitivo e dal ritmo lento? Beh, quello sì, ma tutto sommato coinvolgente.

Se vivessimo
in un mondo ideale, Luke Cage sarebbe stato interpretato dal grande Michael Jai White, uno che ha il fisico,
la cazzimma e la capacità di fare a botte ideali per il personaggio, ma se fosse
stato White ad interpretarlo, avrebbe avuto anche la sua straripante
personalità e vista la sua passione per la blacksploitation, probabilmente
sarebbe stato più simile ad una serie tv su Black Dynamite che su Luke Cage. Non mi sarebbe dispiaciuto, eh! Però questa serie
ha una sua idea e quindi Mike Colter alla fine è l’uomo giusto per la parte.



A giudicare da questa foto pescata in rete, non sono l’unico ad aver pensato a MJW allora.

Quando si
tratta di fare a botte, non ha certo il talento marziale di Michael Jai White,
diciamo che sembra che carichi tutti a testa bassa come una prima linea difensiva
del Football, se dobbiamo dirla proprio tutta tutta, le coreografie dei
combattimenti sono poca cosa e Colter in certi momenti è proprio goffo nei
movimenti, ma non possiamo certo aspettarci i piani sequenza farciti di Ninja di Daredevil, quando il protagonista può stendere chiunque con una manata e se
gli sparano addosso, il suo problema più grosso è trovare un’altra felpa con il
cappuccio per sostituire quella bucata: un tormentone per tutti i
tredici episodi della stagione.

Volete un
altro difetto? Purtroppo, la detective Misty Knight (Simone Missick), perfetta
quando si tratta di riempire un vestito da sera, oppure battere qualcuno sul
campo da basket in una gara a chi tira meglio (e in equilibrio su quei tacchi la difficoltà
è doppia), in un paio di svolte, specialmente nel finale, si dimostri più tosta che sveglia: una cosa è avercela con il “Sistema”,
l’altra è fare delle scelte idiote e passare per cretini.



“Se andassi al lavoro vestita così arresteresti molti più criminali”.

La parabola di
Luke Cage inizia nel negozio di barbiere di Pop (c’è qualcosa di più “nero”
della bottega del barbiere), dove si discute tutto il giorno su quale coach sia
meglio, tra Pat Riley e Phil Jackson, è il primo dialogo della serie e mi
hanno già ufficialmente comprato, anche perché se inizia parlando di NBA, ha
subito la mia attenzione.



No dai ragazzi, con tutto il rispetto per Pat, Coach Zen non si discute andiamo!

A proposito di
dialoghi: a Luke basta spiegarci la sua predilezione per i New York Knicks di
Patrick Ewing, per inquadrare il personaggio, il modo in cui elogia il modo
sporco, ma efficace di difendere di Ewing, John Starks e compagni, dice molto
dei metodi del personaggio. Che, però, si nasconde sotto il cappuccio della
felpa e dobbiamo aspettare fino all’episodio numero quattro (diretto da Vincenzo
Natali ormai veterano di serie tv) per scoprire qualcosa del passato carcerario
di (cold hand) Luke e di come ha ottenuto i suoi poteri.

Jet Li meglio di Bruce Lee? Ti meriti un aumento della pena!

Intanto,
assistiamo ai magheggi del gangster Cornel Stokes, detto Cottonmouth, non chiamatelo
così che s’incazza! (Mahershala Ali, il lobbista di House of Cards) e del suo compare con gli occhiali da sole, Hernan
“Shades” Alvarez (Theo Rossi, il Juice di Sons of Anarchy).



“It’s good to be the king” (come diceva Mel Brooks). 

Stokes
gestisce un Jazz club che garantisce più di una comparsata musicale, ma è anche
cugino di Mariah Dillard (Alfre Woodard) politica locale molto in vista, legata
a filo doppio alla vita ai traffici di armi del cugino, che vede come pedina
fondamentale anche Willis “Diamondback” Stryker, interpretato dalla
faccia da pazzo di Erik LaRay Harvey, uno che se se la gioca bene può far
strada anche se qui fa un po’ troppo il Samuel L. Jackson.

“…di’ cosa un’altra maledettissima volta!”.

Questi quattro
nomi, oltre a coprire la scuderia dei cattivi, mi servono per sottolineare
quello che è un altro grande pregio di questa serie: se nei film della Marvel i
cattivi hanno poco spazio e poco carisma, nelle serie Netflix, personaggi come
Wilson Fisk si mangiano la scena. In “Luke Cage” i cattivi sono addirittura
quattro, non vi voglio rivelare nulla, quello che posso dirvi è che a metà
stagione arriva un colpo di scena grossino che cambia tutto lo scenario,
apre il campo per tutta la seconda metà di stagione e quel finale che non è
quello de LA PIU’ BELLA SERIE TV DEL MONDO (aka The Wire), ma mi pare prendere
ispirazione da lì. Non vi dico altro, ma sotto la voce, “cattivi” e “finale” c’è
tutta la differenza tra la Marvel del piccolo e grande schermo…

… No “Agents of S.H.I.T.” non conta, quello fa schifo e basta.

“Sarà, ma Thor, Hulk e compagni non hanno bisogno dell’infermiera come voi”.

Visto che l’ho
citato, la serie è stata pubblicizzata come “Il The Wire della Marvel”,
ovviamente non è vero, ma sicome Luke Cage è un personaggio nato negli anni ’70,
in piena blaxploitation, “Luke Cage” prova a mettersi a metà tra la serie di
David Simon e gli eccessi (anche di look) del decennio della disco music, ogni
scena di lotta è sottolineata da una musicichina che parte, non è proprio come
guardare “Foxy Brown”, “Coffy” o “Shaft”, ma è chiaro che l’omaggio vada in
quella direzione.



Un inquadratura per far contento Quentin Tarantino.

Proprio la
cultura nera ha un ruolo fondamentale, dai discorsi su NBA e grandi scrittori
di colore tra le sedie del barbiere, alla musica, ci sono pezzi Hip-Hop, poster
di Big Notorious e Jazz, un sacco di roba che un ragazzo bianco come me nemmeno
conosce, al massimo mi fermo al fighissimo assalto frontale di Luke al palazzo
dei cattivoni, cappuccio calato in testa e Wu-Tang clan nelle cuffie e a
questo proposito, ho trovato molto divertente (e centrato rispetto alla storia)
il cameo di Method Man, pur non capendoci una fava di rap, il suo pezzo
dedicato a Luke Cage mi è sembrato fighissimo!

Bisogna dire
che per quanto riguarda il reparto tecnico, non andiamo male, ma siamo distanti
dalle vette, inoltre sarebbe ora di assumere un nuovo direttore della
fotografia, tutte queste serie Marvel/Netflix sono virate in toni di giallo che
hanno un po’ stufato, o forse devo considerarli un omaggio al look classico di
Luke nei fumetti?



Nero e giallo (è uno sballo!).

Ogni volta che
Luca Gabbia s’infila il cappuccio sulla testa (e vi assicuro che lo fa tipo un
milione di volte), è difficile non pensare ai fatti di cronaca che hanno afflitto
la comunità nera in America. Questa serie parla di un nero che, per
quanto antiproiettile, resta comunque nero (citando Method Man), che affronta il
suo complicato passato, rialza la testa e si guadagna un nome, lo fa con
orgoglio e ricordando le sue radici, l’uomo giusto per il quartiere giusto,
quello di Harlem che qui viene ben celebrato.

I’m bulletproof nothing to lose, I am titaaaaaaaaaanium.

La blaxploitation
degli anni ’70 era colorata, sfacciata e orgogliosa, il Luke Cage del 2016 è altrettanto
orgoglioso e forse meno sopra le righe, non è impeccabile, ma viene voglia di
tifare per lui. Gli eroi, anche quelli super, dovrebbero fare questo: ispirare. Quindi, ci sta che il messaggio di speranza di cui Luke si fa carico sia… Buonista? Forse,
ma con personalità. In fondo, la speranza è un’idea e, citando un’altro fumetto che mi piace, le idee sono a prova di proiettile, come Luke Cage.

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