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Luke Cage – Stagione 2: Sarà, ma continuo a preferire Nicolas

Non sono fortunato con le serie in questo periodo, con
quella Marvel/Netflix poi, meno che mai, la seconda stagione di Jessica Jones è stata una delusione, quindi speravo che
per l’eroe di Harlem Luke Cage, avessero qualche carta buona da giocarsi, com’è
andata? Bene ma non benissimo.

Non credo sia obbligatorio buttarla sempre in politica, però
cavolo Luke Cage è un personaggio dal potenziale enorme, potresti usarlo per
rendere omaggio alla blacksploitation degli anni ’70, magari provando ad
adattarla ai giorni nostri, idea complicata ma non impossibile a mio avviso,
anche perché un’operazione del genere avrebbe la sua buona fetta di pubblico,
ne sono certo.
Poi cavolo, hai Luke Cage, l’eroe di Harlem (quindi NERO),
la tentazione di buttarla sul sociale visti i tempi che corrono, specialmente
negli stati uniti (non che qui da noi vada tanto meglio…) sarebbe forte, ma
purtroppo non si possono criticare le storie per quello che noi vorremmo che
fossero, quindi posso limitarmi a criticare la seconda stagione di “Luke Cage”
per quello che è, troppo lunga, troppo parlata, e al pari della seconda di Jessica Jones, capace di far
sbandare il personaggio, il risultato finale non è disastroso come per la serie
personale di “Doppia J”, però sono arrivato al finale con gran fatica, il che è
un vero peccato.

“Cosa vi aspettavate che facessi le facce buffe? Sono Luke Cage mica Nicolas Cage”.

Dopo essersi riconquistato il suo nome, Luke Cage ora deva
fare tutto per mantenerlo, il tema del nome e dell’identità è ricorrente per i
personaggi in questa stagione, il nostro protagonista parlando con suo padre,
il reverendo Lucas (il compianto Reg E. Cathey, a cui la stagione è dedicata)
continua a ripeterli di chiamarlo Luke Cage, e proprio il suo complesso
rapporto con il padre è al centro delle turbe del personaggio, mossa da una
rabbia che non riesce a controllare e frustrato dalla mancanza del potere per
cambiare le cose davvero, ironico per uno che si è guadagnato sul campo il
soprannome di “Power Man”.

Si perché apparentemente per Luke Cage tutto dovrebbe andare
a gonfie vele, per le strade di Harlem tutti lo fermano per farsi fare un
autografo o una selfie, e l’APP “L’eroe di Harlem”, che ti permette di
rintracciare Luke in ogni momento, è la più popolare sugli “Smartfoni” del
quartiere. Tutta questa deriva “Social” del personaggio sarà pure al passo con
i tempi, ma l’ho trovata martellante oltre misura e pure un po’ ridicola, Mike
Colter è troppo pacato persino quando deve fare quello che se la tira, vederlo
vincere facile delle prove di forza all’inizio del secondo episodio, risulta
più irritante che simpatico.

Ecco pure le Selfie! Un po’ di popolarità ed ora pensa di essere LaVar Ball!

Ma il problema di Luke e proprio il potere, non avendo un
distintivo non è tenuto a seguire nessuna regola, se non il suo codice morale,
per raddrizzare i torti e portare la giustizia nel quartiere, questa tentazione
è il filo sottile su cui Cage si ritroverà a correre per tutta la stagione.

L’altra faccia della medaglia è Mariah Dillard (una
bravissima Alfre Woodard), che per tutto il tempo si ritrova a ripetere di non
essere una Stokes, e a dover fare i conti con le passate generazioni della sua
famiglia e all’apporto che hanno dato ad Harlem. Insomma personaggi in cerca di
loro stessi, più che in certa d’autore, visto che un autore lo hanno, lo showrunner
della serie Cheo Hodari Coker, che presto vedremo alle prese con il seguito di Creed, speriamo bene, perché se vuole buttarla
in chiacchiere come ha fatto qui, prevedo una tragedia!

Proposta per un gioco alcolico, si beve ogni volta che lei pronuncia il nome “Stokes”.

Si era notato in Punisher,
è diventato palese in Jessica Jones 2,
e qui la questione è addirittura drammatica, tredici episodi da 50 minuti l’uno
sono davvero troppo per una storia che risulta stiracchiata, gli archi
narrativi dei personaggi sono chiari ma brevi, anche la presa di coscienza di “Shades”
Alvarez (Theo Rossi) risulta davvero spalmata su troppi minuti di dialoghi.
Otto episodi sarebbero più che sufficienti secondo me, eviterebbe tutto quell’infinito
chiacchiericcio e i tanti (troppi!) tempi morti.

Per non parlare del cattivo di turno, il Giamaicano
(abbastanza) a prova di proiettile Bushmaster (Mustafa Shakir), tutto sommato
carismatico quanto basta da non far sentire troppo l’assenza di Cottonmouth il
cattivo della prima stagione, ma per
scoprire qualcosa di lui bisogna aspettare fino all’episodio flashback a lui
dedicato, che arriva solo alla fine (2×11), anzi a ben guardare questa stagione
è tutta così, quello che deve accadere, accade negli ultimi tre o quattro
episodi, il problema è arrivarci! Penso che tale attesa metterà alla prova
chiunque, solo i più motivati potranno farcela, oppure i fan duri e puri di
Luke Cage, che in quanto personaggio (un tempo) minore dell’Universo Marvel,
non so quanti possano essere davvero.

Quello che succede anche a Superman, quando dimentica di mettersi il costume sotto.

Certo viene dedicato tanto tempo anche a “Misty”
Knight (la sempre guardabile Simone Missick), che a sua volta deve ritrovare sé
stessa dopo aver perso un braccio alla fine di The Defenders, e qui lo rimpiazza, non usando la tecnologia di Tony Stark come succede nel fumetto, ma
quella delle industrie Rand, e per assurdo, proprio Danny Rand è uno dei pochi
che riesce a dare una scossa a queste stagione.

La donna dal braccio d’oro di plastica.

Si lo so, il biondino che non sa menare nemmeno una formica,
che impersona il maestro di arti marziali, l’Immortale Iron fist, siamo nelle
sue mani, anzi, nel suo pugno! L’episodio 2×10 è quello che lo vede entrare in
azione assieme a Luke Cage, i loro battibecchi migliorano subito l’andazzo dei
dialoghi, e portano anche un minimo di azione nella serie, certo Finn Jones è
ancora un ciocco di legno, persino Mike Colter si è sciolto un pochino nelle
scene d’azione (anche se sembra ancora un armadio che potreste comprare in un
celebre negozio svedese di mobili) ma Jones niente, per fortuna gli hanno
sistemato un po’ i capelli, quegli orrendi riccioli alla Justin Timberlake dei
tempi d’oro sono scomparsi, almeno quello!

“Ragazzo, stai proprio con il culo per terra se hai bisogno di me per migliorare la tua serie”.

Sarebbe stato più logico dare spazio alla coppia Iron Fist e
Power Man, anche se qui entrambi i protagonisti non sanno dare un pugno come si
deve, la stagione aumenta di interesse a vedere quei due insieme a risolvere
torti per le strade di Harlem, purtroppo niente, si torna presto ai tormenti
personali di Luke Cage.

Perdendo anche lungo la strada Claire Temple (una Rosario
Dawson largamente sottoutilizzata) il nostro Luke deve fare i conti con il lato
oscuro del potere, il finale che non vi rivelo fa largamente sbandare il
personaggio rispetto ai suoi binari soliti, lo scenario è interessante bisogna
dirlo, però il bello di Luke Cage è il suo essere l’eroe del popolo, quello con
la testa alta, non un incravattato dietro ad una scrivania, e se anche questa
svolta potrebbe risultare interessante per la stagione numero tre, per
arrivarci bisogna sopravvivere a valanghe di noia ed un infinito bla bla bla,
che non mi fa certo sperare che la prossima stagione inizi presto, anzi, tutt’altro!
Anche perché Mike Colter è un attore flemmatico nelle scene
d’azione, ma pure in quelle drammatiche, e dovendo mostrarci i drammi interiori
di Luke Cage, spesso mostra il fianco specialmente accanto ad attori ben più
bravi di lui a recitare scene drammatiche, Reg E. Cathey alla sua veneranda età
lo batte facile, e Rosario Dawson semplicemente lo rimanda a scuola, quindi
anche qui, bene ma non benissimo.

Ciao Reg, ci vediamo nella prossima replica di “The Wire”.

Quello che sono riusciti a mantenere intatto dalla prima
stagione, è l’omaggio alla musica di Harlem, la cultura nera un po’ meno
rispetto alla stagione uno, ma la musica si, motivo per cui ribadisco, ci
sarebbero gli estremi per la blacksploitation 2.0 cavolo, la Marvel ha fatto
soldoni con quella schifezzetta di Black Panther, perché non potrebbe farlo con Luke Cage, uno che ha tutto per
portare avanti la tradizione dei vari Shaft e SuperFly.

Insomma la seconda stagione di Luke Cage non è il disastro
di cui ho sentito parlare, ma da qui a dirvi che è bella non me la sento
proprio, ribadisco tempi duri! Prossimo della lista? Iron Fist stagione 2, Auch!
Considerando quanto è stata demolita la prima, vedo ancora parecchie nubi all’orizzonte
per questa serie targate Marvel e Netflix.
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