
Bisogna dire che Andy Weir è piuttosto fortunato, se non ha prodotto altri romanzi mentre ero distratto, solo un suo libro non è passato dal mio comodino, ma nei suoi passaggi al cinema, è stato trattato con i guanti. Il suo romanzo d’esordio è diventato uno degli ultimi lavori solidi dell’altro Scott, quello minore, ovvero Ridley, mi riferisco a The Martian, di cui se vi va, trovate anche una puntata del podcast.
Mentre leggevo “Project Hail Mary”, il romanzo di Weir del 2021, ho pensato due cose, la prima che fosse una trama fatta e finita per il cinema, anche se moooolto difficile da adattare perché quasi tutta basata sui monologhi e i soliloqui del protagonista, solo sulla sua nave spaziale, impegnato a salvare l’umanità dallo spegnimento del sole o, tutt’al più, a cercare di trovare un modo di comunicare con un essere alieno. Il secondo elemento a cui ho pensato è che Paul Rudd sarebbe stato un perfetto Ryland Grace.
Per quanto Rudd sia amatissimo dal pubblico, mi rendo conto che la produzione abbia voluto puntare sul sicuro, giocandosi la carta del prezzemolino Ryan Gosling, attore che da solo garantisce l’interesse del pubblico e che va detto, ormai ha sdoganato i ruoli comici, preferendoli a quelli intimisti e mono espressivi e ci tengo a ricordarlo, tutto questo non lo dobbiamo al vostro film rosa del cuore, ma a Shane Black.

Messo in cassaforte il ruolo del protagonista, veniamo alla parte complicata, ovvero adattare una storia sulla carta molto dialogata in un film la cui sinossi è presto riassunta: un uomo che si risveglia da solo a bordo di un’astronave nello spazio, non ha alcun ricordo della propria identità, del luogo in cui si trova o del motivo per cui è lì, la situazione diventa ancora più inquietante quando si rende conto che la stella che vede non è il Sole, ma quella di un altro sistema stellare, a molti anni luce di distanza dalla Terra.
Poco alla volta i ricordi iniziano a riaffiorare, l’uomo si chiama Ryland Grace, un insegnante di scienze delle scuole medie, mandato nello spazio perché il Sole sta lentamente morendo e l’umanità rischia l’estinzione, la missione di cui fa parte ha lo scopo di scoprire perché la stella davanti a lui è l’unica, nella zona della galassia vicina alla nostra, a non subire lo stesso fenomeno. Quindi nessuna bomba atomica da spararci dentro, ma l’obiettivo finale è lo stesso di Sunshine, evitare l’estinzione.

Durante la sua missione, però, Grace non sarà completamente solo, nei pressi di Tau Ceti, la stella oggetto della sua ricerca, si trova anche un’altra astronave con a bordo un essere vivente proveniente da un altro pianeta. Un alieno un po’ ragno, un po’ Mano della famiglia Addams e tutto fatto di roccia, che Grace decide di chiamare Rocky, un ingegnere abilissimo da un altro mondo con il suo stesso obiettivo, quindi, se non fosse già complicato dover salvare la propria specie dallo spegnimento del Sole, aggiungetevi il dover trovare un modo per comunicare in modo costruttivo con un ingegnere.
Ad Andy Weir piacciono i problemi tecnici da far risolvere ai suoi isolati protagonisti spaziali, tutta roba appassionante e spesso al limite del “problem solving” da leggere su carta, complicatissima da rendere sul grande schermo, chi ha avuto l’ardire di riuscire nell’impresa? Sempre loro, i due genietti che rispondono al nome di Phil Lord e Christopher Miller, loro che di personaggi rimasti soli sono esperti ma che soprattutto, arrivano dall’animazione, visto che gli dobbiamo il mai abbastanza celebrato “Piovono polpette” (2009) ma ancora di più il (giustamente!) ultra celebrato film d’animazione su Spider-Man e relativo seguito. Anche perché a ben guardarlo, anche “Project Hail Mary” con il suo pastrocchiato titolo italiano, potrebbe tranquillamente essere un film d’animazione, avrebbe funzionato benissimo anche in quel formato, considerando che Rocky è interamente realizzato in CGI e spesso, ruba la scena anche al protagonista.

Eppure per far fare completamente il salto a questa trama, e trovare la chiave giusta per farla funzionare al cinema, ci voleva l’ultimo elemento fondamentale, l’altro grande nome mai abbastanza celebrato Drew Goddard, in amicizia detto GODdard, perché quasi tutto quello che tocca diventa oro e che Weir deve averlo davvero capito, visto che anche “The Martian” portava la sua firma.
Risultato finale? Senza stare a girarci intorno, quando saremo verso dicembre, se tutti questi grandi nomi, tutti talentuosi e tutti dati fin troppo per scontati non saranno ancora una volta stati dimenticati, si parlerà ancora di “Project Hail Mary” come uno dei migliori film del 2026, lo scrivo ora che siamo a marzo, perché il risultato finale è splendido.
Un po’ film della Pixar – uno di quelli fatti bene – ma con attori quasi tutti in carne ed ossa (ed esclusione di Rocky), un po’ “Cast Away” (2000) nello spazio, ma con una posta in gioco ancora più alta, il film è un trionfo di: ho un problema, trovo una soluzione. Ryland Grace non è l’uomo giusto nel posto giusto, è l’uomo con lo spirito, il cuore e la testa giusta, che sulla lunga distanza farà di lui l’uomo giusto, esattamente come il Mark Watney di “The Martian”, non si butta giù davanti alle difficoltà, non perché sia uno spaccone megalomane spaziale, ma perché con la giusta dose di ironia, sangue freddo e caparbietà, è in grado di trovare una soluzione ad ogni problema, a differenza di Watney però, non è completamente solo.

Se Ryan Gosling è davvero azzeccato nella parte, anche se sono sicuro che NESSUNO si lamenterà del fatto che è troppo manzo per essere un professore delle medie, perché certe lamentele estremamente intelligenti le riservate solo ai film di Michael Mann. Sfruttando bene il suo registro comico, Gosling manda a segno questo personaggio per cui è facile fare il tifo, anche se è innegabile che in molti momenti a rubare la scena sia Rocky, immaginatevi Wilson, il pallone di “Cast Away” se avesse potuto muoversi, interagire e – dopo lunghe vicissitudini per risolvere il problema di comunicazione tra diverse specie – parlare.
I difetti del film sono molto pochi, forse l’unico che riesco a riscontrare, ma solo perché mi è capitato per caso di aver già letto il romanzo prima, una certa dose di semplificazione, del tutto naturale se non necessaria quando si tratta di adattamento, quindi siamo nella zona dei difetti minori, il resto è un piccolo gioiellino di equilibrio messo su da Lord, Miller e GODdard, che si muove agile tra tensione, ironia ed emozioni.

Per essere essenzialmente due sceneggiatori, con più esperienza con l’animazione che con gli attori in carne ed ossa, la regia di Lord e Miller è curatissima, forse è proprio per i loro trascorsi che la resa tecnica finale di Rocky regge così bene, facendolo funzionare come vero personaggio e non solo come mascotte in CGI, questa specie di “Buddy movie” spaziale è il classico film che ti va uscire dalla sala gasato per aver visto un bel film (robe da cinefili, tutto normale, non siamo cattivi solo un po’ strambi) ma anche il messaggio della trama, nel suo essere universale, qui viene ricordato molto bene.
“L’ultima missione: Project Hail Mary” è un titolo italiano che non farebbe venir voglia a nessuno di vedere il film, ma resta una storia davvero riuscita nel suo celebrare il valore della cooperazione, non è vero che ci si salva da soli, potrai resistere ed essere caparbio quanto vuoi, tutte virtù ottime che ti faranno fare tantissima strada, fino allo spazio profondo se necessario, ma finché non capisci che in un universo popolato, l’ultimo chilometro, lo puoi percorrere solo se ti apri al comunicare efficacemente con gli altri, buttando via preconcetti e barriere mentali, allora potrai raggiungere l’obiettivo e trovare il tuo posto nel mondo, anche se non per forza questo.

Tutta roba che Lord e Miller riescono a raccontare benissimo, in punta di penna senza mai pontificare o fare la paternale a nessuno, tutta roba che non rappresenta il classico barattolone di miele, ma con cui prima o poi tutti noi ci siamo scontrati e che qui, viene raccontata perfettamente.
Visto che ci si lamenta sempre che il cinema propone sempre le stesse quattro storie, e che non si provano mai strade nuove portando in sala nuove trame, io vi ho avvisato per tempo, Lord, Miller e GODdard hanno colpito ancora, se voi ve la sentite di perdervi uno dei migliori film dell’anno, poi non venite e dirmi che non vi avevo avvisati eh?


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