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L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (2016): Dalla blue meth alla minaccia rossa



Dalton Trumbo,
uno dei più grandi scrittori e sceneggiatori del mondo, interpretato da Bryan “Più
grande attore del mondo” Cranston. Mi sono convinto a guardare film per molto
meno, dico sul serio.

Come sapete ho un brutto rapporto con le biopic,
inoltre sembra che in questo periodo dell’anno, siano i film più in voga,
nemmeno fossero la frutta di stagione, ma che ci volete fare, fino a fine febbraio, qui una volta era tutta Accademy e anche oggi le cose non sono
cambiate. Da un certo punto di vista, “Trumbo” ha tutto quello che non mi piace
vedere nelle biopic, a questo aggiungete anche il lavoro del titolista italiano, che trasforma un titolo semplice, diretto ed efficace, in una roba smarmellata
ad esageratamente lunga, sono sempre un fanatico dei vecchio titoli tipo
“L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”, ma ditemi cosa volete “L’ultima
parola – La vera storia di Dalton Trumbo” non ha lo stesso livello di carisma.
Dalton Trumbo
era a dir poco mitico, autore di uno dei romanzi più anti militaristi di sempre
come “E Johnny prese il fucile” e regista dell’adattamento cinematografico
dello stesso, se dovessi iniziare ad elencarvi tutti i suoi lavori, i suoi
camei (come quello nel film “Papillon”) o le curiosità tipiche del genio, tipo
il fatto che amasse scrivere nella vasca da bagno, mi ritroverei a riscrivere
la sua pagina di Wikipedia, cosa che a suo modo ha già fatto il regista del
film, Jay Roach.



“Eh allora! Vogliamo chiudere la porta, c’è gente che sta cercando di scrivere qui!”.
Al pari della
biografie, ho uno strambo rapporto anche con GIEI Scarafaggio, gli ho sempre
voluto benissimo per la serie “Austin Power” un po’ meno per i vari “Ti
presento i miei”. Impossibile non notare il fatto che il nostro “Scarrafone”
sia da regista che da produttore, denota una certa passione per i provocatori,
i personaggi controversi e non disegna certo storie di natura politica, che
siano più comiche (“Borat” o la serie tv
The Brink) oppure più realistiche, come “Game Change” un film per la TV in
cui Julianne Moore interpretava quella scoppiata di Sarah Palin, per altro, con
pellicola con molti punti in comune con “Trumbo” lasciateli l’icona aperta che
ripasso.
Basato sulla
biografia di Dalton Trumbo scritta da Bruce Alexander Cook, il film ha un buona
messa in scena, poi io ho un debole per i film ambientati nell’epoca d’oro di
Hollywood, dove TUTTI i personaggi fumano e bevono come se non ci fosse un
futuro, da questo punto di vista non si può criticare nulla a Jay Roach, al suo
direttore della fotografia e al reparto costumi che fa un ottimo lavoro, anche
solo per lo sforzo di confezionare gli assurdi cappellini di Hedda Hopper (Helen
Mirren).
Se conoscete
Dalton Trumbo saprete già di che parla il film, a grandi linea sappiate che è
la storia di come Trumbo e altri nove scrittori (i famigerati “Dieci di
Hollywood”) finiscono prima nelle liste nere e poi in carcere, per le via del
loro simpatizzare con il partito Comunista. In direzione ostinata e contraria
(citando Fabrizio De André) Trumbo continuò a lavorare usando mille pseudonimi
e vinse non uno, ma due premi Oscar per le sceneggiature di “Vacanze Romande” e
“La più grande corrida”. Serve che aggiunga “storia vera”? Vabbè lo dico… Storia
vera.



“I’m not in danger Skyler, I’m the danger!”
Il problema di
“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, che picchiò il cane, che
morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò”, sta
proprio nella mancanza di dramma della storia, al protagonista capitano cose
atroci, lui e la sua famiglia vengono perseguitati per qualcosa che non è
nemmeno un reato, viene bollato come traditore e si ritrova costretto a subire
l’infamia di lavorare in gran segreto. Tutto questo viene portato in scena con
una leggerezza disarmante.
L’esperienza
devastante subita da Trumbo viene rimpicciolita sullo schermo (invece che
enfatizzata), tutto è talmente edulcorato che anche il soggiorno in prigione
dello scrittore, sembra quasi un piccolo incidente di percorso, infatti tutta
la parte carceraria del film non solo è gestita poco (e male) e frettolosamente,
ma si conclude anche in maniera sbrigativa per procedere con la storia.



…Put him in a prison cell but one time he could-a been. The champion of the world.
L’inizio del
film ha un buon ritmo, poi, purtroppo, la sceneggiatura di “Trumbo” non è
all’altezza del Trumbo sceneggiatore, parafrasando una battuta del film, se
avessimo avuto la possibilità di sottoporla all’eccentrico scrittore,
probabilmente lui avrebbe detto: “Qui dentro, da qualche parte, c’è una buona
storia”, purtroppo non esce mai fuori a vedere la luce. Il risultato è un
compitino, fatto bene, ma comunque scolastico.
Essendo lievissimamente
appassionato di Cinema, penso sempre che, in quanto arte, dovrebbe
fornire il suo contribuito, come per The Imitation Game, quando un film risulta essere l’alternativa a leggersi la
pagina di Wikipedia del protagonista (e in certi passaggi sfoggia anche lo
stesso livello di pathos) vuol dire che qualcosa non sta funzionando. “Trumbo”
è l’ennesima biopic che chi non ha mai sentito parlare di Dalton Trumbo può
guardare per sapere tutto quello che serve sul personaggio, efficace certo, ma il Cinema dovrebbe essere qualcosa di più dal mio punto di vista.



Speravo fosse un falso, invece è la vera locandina Italiana del film (FACCIAPALMO).
Andando a
riprendere l’icona lasciata aperta lassù, posso dirvi che GIEI Scarafaggio ha
utilizzato nuovamente lo stesso registro di “Game Change”: un grande cast, con
attori famosi in ogni ruolo (altra cosa che amo molto poco vedere al cinema) che con l’ausilio di trucco, parrucco
e del loro talento, sono chiamati ad impersonare i reali protagonisti degli
eventi. Il tutto è portato in scena lasciando i giusti tempi di “Stupore”
allo spettatore, ad esempio, quando Kirk Douglas (un Dean O’Gorman abbastanza
somigliante) propone a Dalton di riscrivere la sceneggiatura di un film a cui
sta lavorando, arriva l’inevitabile domanda “Come si intitola?”, la risposta
(che è ovviamente “Spartacus”, come sono sicuro avrete già intuito) arriva dopo
quei due secondi di silenzio, messi apposta per stupire il pubblico…
Inoltre, Jay
Roach cercando di confondere le acque tra realtà a finzione, utilizza filmati
d’epoca (ad esempio il processo di Trumbo) su cui va ad aggiungere le scene
girate dagli attori, quindi non stupitevi quando vedrete una scena (vera) del
film di Stanley Kubrick, ma con un primo piano su Dean O’Gorman, invece che sul
vero Kirk Douglas, mentre interpreta il finto Spartaco, però in un film vero,
che in quanto film però è finto… Qualcuno di voi ha una pastiglia per il mal
di testa?



“Dai gente, sono l’unico al mondo con la fossetta giusta per fare Kirk”.
Visto che sono
sull’argomento, parliamo ancora una volta della questione somiglianza degli
attori con i personaggi (reali) che interpretano, una cosa che piace molto
all’Accademy è vedere i Divi di Hollywood trasformarsi (e spesso imbruttirsi)
per somigliare al vero qualcuno. Personalmente non ritengo che la somiglianza
con il personaggio interpretato sia fondamentale alla riuscita del film (tipo
“The Social Network” per fare un titolo), ma è qualcosa che capita spesso e, a
volte, con risultati fin troppo esagerati (sto pensando a “Black Mass”). Però se
si sceglie la via della somiglianza a tutti i costi, caro il mio Jay Roach, non
puoi far venire giù David James Elliott per interpretare John Wayne! Elliot è
stato scelto perché è evidentemente il più alto di tutto il cast, ma le
somiglianze con il Duca terminano qui.



“Sei proprio tu, John Wayne? E io chi sarei?” (Cit.)
Sono, quindi,
arrivato al cuore di “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo travolto
da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto si sospettano moventi
politici”, ovvero: il fatto che quanto c’è di buono nel film, arriva tutto dagli
attori.
Edda Hooper,
paladina dell’America ossessionata dalla “Minaccia rossa”, risulta una cattiva
monodimensionale nella sua fissazione, ma è proprio Helen Mirren a riuscire a
caratterizzarla come un animale perfettamente a tuo agio sui red carpet,
guardatela come sorride in posa davanti ai fotografi, ad esempio.



“Bevo per dimenticare” , “Che cosa?” , “Il tuo cappello”.
Michael
Stuhlbarg dopo Steve Jobs, pare si stia specializzando in biopic, l’ho sempre
considerato un attore magnifico dai tempi di “A serious man” dei Coen e della
sua parte in “Boardwalk Empire”, qui si divincola molto bene con il non
semplice personaggio di Edward G. Robinson. Nei ruoli minori ho
apprezzato Christian Berkel nei panni di Otto Preminger. Tranquillo Chris,
tutte le parti da Tedesco/Austriaco nei film di Hollywood, da qui ai prossimi
vent’anni sono tue!
Piccola nota
personale: il fan di “Firefly” che c’è in me si esalta tantissimo ogni volta
che rivede (anche per poco) il grande Alan Tudyk.
Ma la vera
costante è un’altra: ogni volta che compare in un film, l’uomo di cui sto per
parlarvi ha la capacità di mangiarsi la scena, personalmente lo considero uno
degli attori più sottovalutati di sempre, ma anche questa volta John Goodman è
il migliore tra i personaggi di contorno del film. il suo produttore di B-movie
Frank King è talmente magnifico, che verrebbe voglia di vedere uno spin-off su
di lui, la scena con la mazza da baseball (con le buone si ottiene tutto…) è da
applausi a scena aperta!



“Ricordati che io sono ‘Buonuomo’ solo di cognome!”.
Il meglio me
lo sono tenuto per la fine, ovviamente sto parlando della prova di Bryan “Più
grande attore del mondo” Cranston, la cui nomination come migliore attore per
la prossima cerimonia degli Oscar è del tutto meritata. Cranston scompare
dentro il personaggio di Dalton Trumbo, riuscendo a portare sullo schermo la
sua energia, il suo genio, la sua grossa attitudine alla polemica, ma anche una
certa aggressività mai fisica, ma molto visibile (il suo incontro/scontro con
John Wayne ad esempio). Un personaggio non semplice, perché se sei un ricco
padre di famiglia e allo stesso tempo credi nei valori del comunismo, rischi
di peccare di poca coerenza. In realtà il personaggio funziona alla grande e
in certi momenti è impossibile non pensare al fatto che abbia molto in comune
con il cuoco di metanfetamina Walter White/ Eisenberg, ma anche delle notevoli
differenze, se non volete SPOILER su “Breaking Bad” tranquilli, non ne farò,
amo troppo quella serie per rovinarvela in questo modo.



“Say my name…”.
L’ego
smisurato e la voglia di essere riconosciuto è la stessa del “Mite” (si fa per
dire) Walter White, la differenza sostanziale tra i due personaggi sta nel
rapporto con i familiari: il chimico in tutte le stagioni di “Breaking Bad” non
ha mai ascoltato ragioni passando sopra tutti i rapporti umani pur di arrivare.
Dalton Trumbo, invece, dopo uno scontro con la moglie (l’ottima Diane Lane) e
con la figlia Elle Fanning (la sua sola presenza nel cast garantisce uno
scontro con il padre, tutto come da programma), cambia direzione e comprende i suoi sbagli. In soldoni: il
classico ruolo simile-ma-diverso di cui Cranston aveva bisogno.
Quello che
resta costante è il talento di Bryan Cranston, che s’inventa tutta una
mimica adatta a Dalton Trumbo, ma, soprattutto, fa un lavoro micidiale sulla voce
del personaggio. Confrontatela con quella del vero scrittore nell’intervista
che si vede sui titoli di coda (pensavate davvero non ci fosse insieme alle
foto dei veri protagonisti? Il manuale della biopic standard la impone) e
capirete perché questo film va visto in lingua originale. Se sono riusciti a
stravolgere il titolo in quel modo, non voglio nemmeno sapere cosa potrebbero
fare con il doppiaggio.
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