
Torniamo al nostro consueto viaggio tra i miracoli e le ossessioni del Maestro di New York, questa volta non raccontiamo solo peccato e redenzione nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Il regista Martin Scorsese ha abbandonato la via del sacerdozio in favore del Cinema, ma non ha mai abdicato alla sua Fede. Anzi, il suo cinema è pieno di “poveri Cristi”, uomini e donne in perenne, spesso precario equilibrio tra peccato e redenzione. Un universo di anime che si dibattono, cercano una grazia possibile e ne pagano il prezzo in sangue e colpa, oroprio per questo, fin da giovane, il ragazzo cresciuto tra le chiese e i vicoli di Little Italy sognava un film su quello che potremmo definire il modello originale: la vita di Gesù Cristo. Non l’agiografia, non il santino, ma la storia dell’Uomo dietro il Dio.
Sul set di America 1929 (dove per altro andava in scena la prima crocifissione della filmografia del Maestro, un caso? Non credo) fu la protagonista Barbara Hershey a mettere nelle mani di Scorsese la miccia: una copia del romanzo “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos Kazantzakis, già considerato all’epoca un testo scandaloso e controverso. Un vangelo alternativo, dove Gesù non è il simbolo inaccessibile del sacrificio ma un uomo che dubita, che desidera, che teme di non essere all’altezza della propria missione. Scorsese ne fu conquistato, riconoscendovi il cuore del suo cinema: l’eterna lotta tra lo spirito e la carne, tra la vocazione e la tentazione.

Il Buon Vecchio Zio Martin affidò la sceneggiatura al suo “apostolo” più fidato, Paul Schrader, l’uomo che aveva già scritto Taxi Driver e Toro scatenato, completando così la trilogia ideale dei tormentati. Ma trovare i fondi per portare sullo schermo il Gesù secondo Scorsese fu una vera e propria Via Crucis produttiva, come ricorderete, la scorsa settimana con Fuori Orario avevamo visto il regista impegnato nel suo “piano B”, nato proprio dopo il fallimento del primo tentativo di realizzare “The Last Temptation of Christ”. La Universal, infatti, nel 1983 si era tirata indietro a quattro giorni dall’inizio delle riprese, terrorizzata dalle valanghe di lettere di protesta piovute nella buca della posta dello studio: una crociata moderna contro un film che ancora non esisteva (storia vera).
Solo nel 1988, con un budget più contenuto — sette milioni di dollari di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti —, “L’ultima tentazione di Cristo” vide finalmente la luce, ma per farlo serviva un Gesù, sorpresa! Robert De Niro non era della partita. Impegnato con C’era una volta in America, e convinto di non essere adatto al ruolo, il “tradimento” di Bob aprì un piccolo deserto di casting: In un primo momento Scorsese pensò ad Aidan Quinn, selezionato durante il primo tentativo di girare il film, poi a Christopher Walken, ma alla fine la parte andò a Willem Dafoe, notato in Vivere e morire a Los Angeles e nel suo ruolo quasi “cristologico” in Platoon. E qui bisogna dirlo: Dafoe, trentatré anni ai tempi delle riprese, è un Gesù perfetto, volto scavato, fragile, ma attraversato da una luce inquieta e umanissima, l’attore che in altre vite cinematografiche sarà il Goblin (o il Joker) dei sogni dei nerd, qui è figlio del Grande Capo più terreno mai apparso su uno schermo.

Il resto del cast è una piccola comunità di fedelissimi scorsesiani: Harvey Keitel interpreta Giuda con rabbia e devozione, un Giuda fratello e discepolo, non solo traditore, e Barbara Hershey — la donna che aveva dato origine a tutto consegnando il libro — è una Maria Maddalena sensuale, dolente e profondamente umana. In un film dove l’amore carnale diventa veicolo di compassione, la sua presenza è una ferita viva. Per il ruolo di Pilato, invece, Scorsese pensò prima a Sting, ma finì per affidarlo a David Bowie, il Duca Bianco arrivò sul set, da vero professionista, incastrò i suoi impegni da rockstar e girò tutte le sue scene in un solo giorno, naturalmente fu perfetto, perché Bowie aveva in sé quella ambiguità elegante e distante che rende Pilato un personaggio fuori dal tempo.

“L’ultima tentazione di Cristo” non è un film religioso, o almeno non lo è nel senso convenzionale, piuttosto risulta una riflessione sul dubbio, sulla paura e sulla necessità di scegliere, Gesù, nella visione di Scorsese, non è il Dio che sa già tutto, ma l’Uomo che deve capire chi è, le prime immagini lo mostrano tormentato dalle voci, in preda alle visioni, intento a costruire croci per i Romani: un Cristo che fabbrica lo strumento della propria morte. È una metafora crudele ma potente — il peccato originale dell’uomo è la consapevolezza, e Gesù ne è pieno fino alla vertigine. Schrader e Scorsese, come due teologi con la cinepresa, fanno del sacrificio un atto di volontà e non di destino, non è l’obbedienza cieca al Padre, ma la scelta consapevole dell’uomo che decide di accettare la croce.

La regia, asciutta ma febbrile, porta addosso la polvere e il sudore del deserto, zio Martino gira con l’occhio di un credente tormentato, uno che non cerca di convincere, ma di capire. La fotografia di Michael Ballhaus alterna colori terrosi e bagliori accecanti, come se la luce stessa fosse in lotta con la materia, fino alla sequenza chiave, quella “tentazione” finale in cui Gesù, sul Golgota, immagina di essere sceso dalla croce, di aver sposato Maria Maddalena, di aver avuto figli, di aver vissuto una vita intera da uomo comune. Il risultato è una visione struggente, umanissima, quasi scandalosa nella sua tenerezza, una bestemmia per molti: mostrare un Cristo che desidera vivere. Ma è proprio qui che Scorsese compie il suo miracolo cinematografico, ricordandoci che la santità non è l’assenza di desiderio, ma la capacità di rinunciarvi per amore.
Harvey Keitel, con la sua rabbia da strada, porta in scena un Giuda non più semplice simbolo del male, ma il discepolo più fedele, quello che ama abbastanza da tradire per compiere il disegno. Barbara Hershey, già musa del progetto, incarna la Maddalena come un’anima redenta dalla carne stessa. Tutti i personaggi di Scorsese, da Travis Bickle a Jake LaMotta, lottano con la propria redenzione, e qui, finalmente, il regista sembra guardare al modello originario di tutte le sue ossessioni, l’uomo che deve scegliere tra sé e Dio.

Una menzione speciale la merita la colonna sonora, firmata da quel genietto di Peter Gabriel. L’ex Genesis (nome Biblico, calza a pennello) costruisce un tappeto sonoro che fonde strumenti arcaici e pulsazioni moderne, un ponte tra l’antico e il contemporaneo, il tutto avvalendosi della collaborazione di artisti internazionali come Youssou N’Dour, Baaba Maal, Billy Cobham, Ravi Shankar e Nusrat Fateh Ali Khan. Gabriel non ha lavorato spesso nel cinema, ma quando lo ha fatto ha lasciato il segno, e qui realizza una delle colonne sonore più evocative degli anni Ottanta: spirituale, tribale, terrena. Le nomination ai premi — e persino i Razzie per Keitel (valli a capire!) — sono solo dettagli che alla Bara, come sapete, interessano il giusto, il vero riconoscimento è l’impronta che resta, rintracciabile ancora oggi nella cultura popolare.

A distanza di più di trent’anni, “L’ultima tentazione di Cristo” resta un film impossibile da incasellare, un’opera teologica, un dramma psicologico, un sogno febbrile, un atto di fede personale. Scorsese idealmente parla a Dio usando il linguaggio che conosce meglio: il Cinema. C’è qualcosa di profondamente onesto in questo film, nella sua imperfezione, nella sua urgenza, malgrado le polemiche non è mai un film che vuole provocare, ma vuole capire, anche se quando si parla di Fede, religiosa o cinematografica, sembra sempre un atto rivoluzionario.
Quello che spiazzava nel 1988 e forse ancora oggi di un film così, è il suo svoltare verso la zona “What if…?!” (cito la Marvel in un post su Scorsese… SACRILEGIO!) sta nel fatto che quando pensi di conoscere la storia, che è quella del primo libro di sempre, ad un certo punto la trama svolta ed è qui che Scorsese fa arrivare fortissimo il suo messaggio, così chiaro che per molto pubblico, risultò troppo.

Per molti fu uno scandalo, per altri un fallimento, per chi scrive resta una delle vette più oneste e coraggiose del cinema del regista, che in parte, sarebbe ritornato sul tema della Fede nella forma più pura con il suo Silence. Perché raccontare Gesù non come mito ma come uomo è forse il gesto più cristiano che si possa fare, Scorsese, ex seminarista e cinefilo, riesce dove molti teologi falliscono: ci fa sentire la fede come dubbio, e il dubbio come atto d’amore.
Tra sette giorni ci ritroviamo qui, per un nuovo capitolo del nostro viaggio nella filmografia del Maestro di New York. Nel frattempo, come direbbe qualcuno lassù o quaggiù… fate i bravi e stirate la vostra camicia con il colletto a punta, vi servirà.


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