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L’ultimo buscadero (1972): questo non è il mio primo rodeo

Spero che abbiate portato i vostri stivali migliori perché oggi vi serviranno, ci sarà da sobbalzare parecchio con il nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

L’abbaiare del suo Cane di paglia fa così tanto rumore da suscitare scalpore, ma Sam Peckinpah è un artista iperattivo e turbolento quanto la sua vita, i suoi film fanno discutere e la sua attitudine ancora di più, proprio per questo solletica la fantasia del pubblico, il cowboy con gli occhiali a specchio, la bandana in testa che lancia coltelli durante le interviste raggiunge una popolarità incredibile, oggi Peckinpah comparirebbe in un episodio dei Simpson (il vero barometro del successo di pubblico), ma siccome nel 1971 la famiglia di Matt Groening ancora non esisteva, Bloody Sam ha avuto un onore ancora maggiore, quello di essere citato dai più grandi comici di sempre, i Monty Python in una puntata del loro Flying Circus, hanno immaginato come sarebbe potuto essere il tipico picnic inglese, se a dirigerlo fosse stato il regista di Fresno: un bagno di sangue che potete ammirare in tutta la sua ironia in Sam Peckinpah’s ‘Salad Days.

Essere passato dai Western ad un film violento, ma contemporaneo come Cane di paglia, ha contribuito ad etichettare ancora di più Peckinpah come il regista della violenza e dei “balletti di sangue”. Ancora impegnato in sala di montaggio per il suo film ambientato in Cornovaglia, Bloody Sam riceve il copione di “Junior Bonner” scritto da Jeb Rosebrook, dal suo solito fidato produttore Daniel Melnick che non ha dovuto attendere troppo la risposta del regista: «Ci sto, giriamolo!».

Non perdiamo tempo, subito in sella con i titoli di testa.

Peckinpah accetta di dirigere il film per due ragioni fondamentali, iniziamo da quella secondaria e di minore interesse. A questo punto della carriera, dopo che un film a cui lui teneva molto come La ballata di Cable Hogue è stato ignorato dai botteghini, Sam desiderava dimostrare a tutti di non essere solo quello dei “balletti di sangue”. Ok, sbrigata la formalità secondaria, passiamo al vero motivo per cui Bloody Sam ha perso la testa per la sceneggiatura di “Junior Bonner”: sembrava la storia della sua famiglia. É stato a pagina sei del copione, dove viene descritta la scena dei bulldozer di Curly che radono al suolo il ranch della famiglia Bonner, che Peckinpah ha tirato su il telefono per confermare la sua disponibilità a Melnick (storia vera).

Le macchine simbolo di una nuova epoca, non portano mai nulla di buono nel cinema di Bloody Sam.

La vita privata del regista andava di pari passo con la sua arte, lo ha sempre fatto, ad esempio in quel periodo Peckinpah si divideva tra la sua giovane fidanzata (l’attrice Joie Gould) e il rapporto di dipendenza professionale e umana con la sua assistente Katy Haber che, ovviamente, risentiva del fascino da strappa mutande del regista di Fresno. Malgrado questo strambo triangolo e una madre malata a Londra, Katy Haber non ci ha messo molto a rispondere alla chiamata di Peckinpah che in un attimo aveva già rimesso insieme la banda: il compositore di fiducia Jerry Fielding alle musiche, il sodale direttore della fotografia Lucien Ballard e due montatori, Robert Wolfe e Frank Santillo, in compenso per il cast è stato ancora più facile.

Se Peckinpah cercava un soggetto meno violento, Steve McQueen era alla ricerca di un film che non fosse la solita trama d’azione in cui tutto il pubblico desiderava vederlo impegnato, inoltre, Steve McQueen e Bloody Sam avevano quasi rischiato di lavorare insieme in “Cincinnati Kid”, prima che il film venisse tolto dalle mani del regista di Fresno, i due si erano frequentati per qualche tempo, si erano annusati e si erano piaciuti come si dice in questi casi, anche perché erano fatti della stessa pasta e poi, ammettiamolo, il regista del momento, quello degli scandali e l’attore più rovente degli anni ’70 nello stesso film, il lavoro più facile della carriera di Melnick.

Una perfetta coppia di vecchi cowboy.

“L’ultimo buscadero” è il titolo che uno strambo Paese a forma di scarpa appioppa a “Junior Bonner”, Steve McQueen non soffriva del nostrano bisogno di vedere attori, comparire in film che riportano il nome del suo personaggio in locandina, nemmeno quando lo fanno davvero come in questo. Per certi versi, “L’ultimo buscadero” suona un po’ più epico e malinconico, quindi non è uno stravolgimento che devasta la percezione del film, inoltre dopo Il mucchio selvaggio è il secondo film di Peckinpah che finisce per ispirare il nome di una rivista di musica italiana (storia vera).

Il film viene girato a Prescott in Arizona il 30 giugno del 1971, le riprese terminarono il 17 agosto dello stesso anno con un solo giorno di ritardo sulla tabella di marcia, ma un milione di fogli verdi con sopra facce di altrettanti ex presidenti defunti oltre il budget stabilito (di due milioni e mezzo) a causa del brevissimo tempo disponibile per la pre produzione, solo cinque settimane, ma malgrado questo? Una crema, pare che tra Sam Peckinpah e Steve McQueen fosse tutto uno scambio di Bro-Fist e cinque alti, la leggenda vuole che il regista abbia anche concesso al Divo di modificare alcune righe di dialogo, vuoi perché la sceneggiatura era “solo” stata riscritta da Peckinpah, ma soprattutto perché McQueen era uno che anziché aggiungere, amava lavorare per sottrazione, la sua politica era semplice: non darmi un dialogo da recitare, dammi un primo piano. Insomma: come due vecchi pistoleri, i due nomi grossi del film si erano proprio trovati.

Anche perché McQueen i primi piani se li giocava così.

Anche perché per Steve McQueen, il personaggio di Junior “JR” Bonner è quasi un’estensione di se stesso: ribelle, senza fissa dimora, idealista, legato ai valori del passato e con l’aria da eroe romantico. Non è un caso se molti considerano la sua prova in questo film una delle sue migliori prestazioni sul grande schermo, in un titolo dove il sangue sullo schermo non basta nemmeno per un cerotto (uno di quelli piccoli), ma il sudore del protagonista, quello non manca.

Junior Bonner è un cowboy da rodeo, ultimo esponente di un mondo ormai al tramonto per tutti, ma non per lui. Poi chiedetevi perché Peckinpah si è innamorato di questo soggetto al volo, non solo McQueen aveva materiale per immedesimarsi, ma anche perché attorno a Bonner ruota tutta la sua famiglia, personaggi così realistici e ben scritti, da sembrare quasi reali, per Peckinpah moltissimo visto che avevano tanto dei componenti della sua famiglia.

La famiglia Bonner (come i Peckinpah) possedeva un enorme ranch in cui sono cresciute entrambe le famiglie, il patriarca di entrambe è carismatico, ma si comporta come un re decaduto, Ace Bonner (un azzeccatissimo Robert Preston) è l’adorato campione dei rodei del passato, un personaggio strampalato che gradisce ancora le belle figliole e sogna di mollare questo mondo ormai tutto meccanizzato e consumista, raggranellare un po’ di soldi e andarsene laggiù in Australia, dove un vecchio cowboy può ancora trovare un po’ della vecchia frontiera, nel film la libertà oltre il confine è rappresentata dal continente australe che qui copre il ruolo di facente funzione dell’amato Messico di Peckinpah.

«Australia? Ma non stiamo mica girando Crocodile Dundee»

Il nostro Junior campa montando cavalli e tori, rigorosamente senza sella, ma anche lui come si dice in questi casi, non è al suo primo rodeo e di certo non ringiovanisce, le cicatrici e gli acciacchi si accumulano a differenza dei soldi messi da parte, sempre troppo pochi anche per contribuire all’impresa australiana paterna, in più Junior ha un conto in sospeso con un toro di nome Sunshine, un bestione grosso come un camion che intelligentemente Peckinpah ci presenza in apertura del film. “L’ultimo Buscadero”, infatti, inizia con un rodeo, pronti via e siamo nell’azione, l’eroe del film finisce subito con il culo a terra, ma ha la testa abbastanza dura da non voler ammettere la verità: quel toro è troppo per lui, il tempo non si può riavvolgere e lui ormai è l’ultimo della sua specie, una sveglia analogica in un mondo che sta diventando sempre più digitale.

«Preferisco salire in groppa ad un toro che continuare a leggere questa infinita premessa di Cassidy»

A questo aggiungiamo il carico da novanta: il fratello Curly Bonner (Joe Don Baker) è l’esatto opposto di Junior, uno che ha capito che il vento è cambiato, infatti sta svendendo il terreno del vecchio ranch di famiglia in tanti piccoli lotti, inoltre per la gioia del fratello ha anche messo su uno spettacolo, basato sul mito della frontiera e sul vecchio Ranch di famiglia, una cafonata per turisti con ragazze in shorts e cappello da Cowboy buono solo per vendere paccottiglia a tema. Curly è il Capitalismo che avanza, la società moderna che divora il mito della frontiera un pezzo alla volta, secondo voi come può andare a finire il tentativo di uno così, di tirare dentro il suo fratellino al suo progetto? Non benissimo, Curly finisce preso a pugni dal testardo fratello: meglio regnare nell’inferno dei Rodei che essere schiavo in un paradiso per cowboy di plastica.

Come svendere il mito della frontiera per quattro spiccioli.

Il Sam Peckinpah di “L’ultimo buscadero” è un predatore nel suo territorio naturale, cavalca la malinconia per la fine della frontiera come un cowboy da rodeo farebbe con un toro, ecco perché la scena della parata del quattro luglio dura così tanto, un modo per portare in scena i tempi andati, proprio come nella scena nel bar (o forse dovrei dire saloon?) che, ovviamente, prevede anche una rissa come da tradizione, “Junior Bonner” è un Western contemporaneo ambientato negli anni ’70 che ha un grande pregio: dura 103 minuti che scivolano via agili grazie alla regia e al montaggio, ma sembra di essere stati nella vita dei personaggi qualcosa come una ventina d’anni, sono tutti così sfaccettati e recitati bene che sembra di conoscerli da sempre, come accade in cui romanzi scritti davvero bene.

Non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello di andare da qualcuno che non ha mai visto un film di Peckinpah dicendogli: «Oh zio, devi troppo vedere “L’ultimo buscadero” a tutti i costi». Un po’ perché io non uso espressioni tipo «Oh zio!», ma soprattutto perché non è il film più rappresentativo della sua filmografia, però è senza ombra di dubbio la pellicola che forse parla meglio dell’uomo Sam Peckinpah, ecco perché la scena dei bulldozer è così importante.

La testardaggine di chi non vuole arrendersi alla fine del proprio tempo.

Junior Bonner torna sul terreno dove sorgeva il ranch di famiglia per fare visita alla madre che ora vive in una roulotte su consiglio di quel furbone di Curly. Arriva giusto in tempo per vedere le macchine portarsi via la vecchia casa di famiglia, Peckinpah dirige la scena utilizzando uno dei suoi caratteristici rallenti perché nella poetica del regista la violenza (che tanto affascina e ripugna gli esseri umani) va guardata così, nel dettaglio, per Peckinpah non c’è nulla di più violento di vedere i bulldozer, braccio armato di cavalli vapore del progresso che avanza, spazzare via i resti di un ranch del tutto identico a quello in cui è cresciuto anche lui, il luogo dove ha mitizzato l’ideale della frontiera americana.

“L’ultimo buscadero” è anche importante per comprendere qualcosa del rapporto di Peckinpah con le donne, nella sua carriera il regista di Fresno è stato etichettato frettolosamente di sessismo (anche per film come “Cane di paglia”), si potrebbe scrivere un libro solo su questo argomento (vi ho già suggerito il saggio “Se si muovono… Falli secchi!” di David Weddle vero?), ma questo film ci offre uno spunto interessante. Nella vita di Peckinpah le donne sono state fondamentali, anche se spesso considerate oggetto di conquista, un punto di vista datato e da “macho” quanto volete, però portato avanti in tutta la sua vita e nella sua filmografia. Ma in questo film viene aggiunto un tassello importante, la madre del protagonista, Elvira Bonner (l’ottima Ida Lupino) ha un’età e un ruolo che la esula dall’essere un oggetto di conquista, infatti è l’unico personaggio che può permettersi di parlare ad un testone come Junior alla pari, un po’ perché in lei Peckinpah riconosce una abbastanza tosta (proprio come aveva fatto con Susan George, dopo averla strapazzata sul set di Cane di paglia), un po’ perché il personaggio ricorda sua madre, Fern Peckinpah che proprio nel suo ranch ha tirato su tutta la sua famiglia.

Tua madre, che ti guarda ancora come quando rincasavi alle cinque del mattino a quindici anni.

“Junior Bonner” incarna alla perfezione gli eroi testardi e orgogliosamente controcorrente che popolavano il cinema americano degli anni ’70 e che mi sono sempre piaciuti tanto, perché con la testa che mi ritrovo, non posso che patteggiare per personaggi così. Un film malinconico, ma leggero, in cui una vittoria va inseguita per tutta la durata della pellicola, ma non è un grande trionfo che cambierà il mondo del protagonista per sempre, al massimo è un duello reso spettacolare dalla bellissima regia di Peckinpah, ma che resta solo una vittoria personale per Junior contro la sua Moby Dick, il toro Sunshine che, come detto, non rappresenta un trionfo risolutivo, ma solo un modo per procrastinare di un altro giorno l’arrivo della modernità, un testardo atto di follia (perché ci vuole anche quella per decidere di salire in groppa ad un bestione scalciante che pesa una tonnellata) per tenere in vita quel modo di vivere da cowboy che è l’unico che Junior Bonner conosce e che piaceva tanto sia a Peckinpah che a McQueen e se siete qui a leggere, magari anche a voi.

Facciamo un bel brindisi, il vecchio Sam avrebbe apprezzato.

Malgrado la produzione senza troppi intoppi e le tematiche autoriali del regista di Fresno bene in vista, la ABC Pictures con “L’ultimo buscadero” fa lo stesso errore che fece la Warner Bros. con La ballata di Cable Hogue, invece di farlo uscire prima in piccole sale dove avrebbe trovato di sicuro il suo pubblico, sfida il toro della popolarità portata dai nomi di Peckinpah e McQueen distribuendo il film nelle grandi sale del Paese, pubblicizzandolo come il nuovo film d’azione del Divo, una scelta suicida a cui non è servita nemmeno l’opposizione dello stesso McQueen, contrario a questa scelta (storia vera). “L’ultimo buscadero” al pubblico non piace perché non è quello che era stato loro promesso, finisce con il culo a terra e porta a casa poco meno di tre milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, coprendo a malapena le spese.

A questo punto della sua carriera Sam Peckinpah è idolatrato dal pubblico, amato dai critici che riconoscono i tratti dell’autore di razza, ma gli manca nella sua filmografia un titolo in grado di fare soldi al botteghino, il successo di pubblico che porta soldi e con quelli, la possibilità di considerarsi affermati per davvero. Di solito in questi casi sapete cosa si fa? Una rapina che, poi, è proprio quello che farà Peckinpah, una rapina, solo una delle più grandi della storia del cinema. Ma ne parleremo la prossima settimana, sincronizziamo gli orologi, ci vediamo qui tra sette giorni, vi aspetto qui davanti con il motore della Bara Volante acceso, portate il passamontagna.

Sepolto in precedenza giovedì 12 novembre 2020

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