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L’ultimo combattimento di Chen (1978): al gioco della morte o si vince o si muore

Lo diceva anche Terence Hill a Henry Fonda, per diventare davvero leggenda, prima bisogna morire. Oggi
parliamo di questo, di un gioco di morte nel nuovo capitolo della rubrica… Remember
the dragon!

Con meno di quattro film, il Maestro Bruce Lee aveva
conquistato il pianeta, scatenando nel mondo la mania per le arti marziali,
anche se gli americani non erano pronti ad avere un cinese protagonista di un
loro film (SPOILER: non lo sono ancora oggi), pur di avere Bruce Lee hanno
fatto carte false, per I tre dell’operazione drago fecero interrompere al Maestro le riprese di quello
che era il suo vero film-manifesto sul Jeet Kune Do. Perché Bruce Lee in una
manciata di film ci ha regalato quintali di iconografia, ma è con l’unica
pellicola che non ha mai realizzato, ad aver creato davvero il mito, quel film
si sarebbe dovuto intitolare “Game of Death”.

Era indossando una tuta rossa (con strisce bianche) che
Bruce Lee per la prima volta, ha avuto la possibilità di spiegare agli
occidentali la sua filosofia di vita applicata alle arti marziali, lo ha fatto
nella serie televisiva “Longstreet” andata in onda tra il 1971 e il 1972, io
che la tuta la indosso giusto quando devo uscire a portare fuori i cani non
faccio testo, ma ogni elemento della vita (e anche dopo la vita!) di Bruce Lee
è diventato leggenda, infatti nelle uniche scene che Lee aveva già girato del suo
“Game of Death”, una tuta gialla (con strisce nere) era il simbolo della sua
non appartenenza a nessuna disciplina in particolare, il guerriero fluido come
acqua, capace di adattarsi, «Be water my friend, be water» che poi era la
citazione usata da Lee in “Longstreet” e assegnata d’ufficio dai posteri al Maestro,
diventando la sua frase simbolo.

“Abbiamo la tuta ma non abbiamo il cane”, “Non avresti dovuto portarlo tu?”

Bruce Lee quella tuta gialla l’ha utilizzata solo in un film
che non è nemmeno tale, in una manciata di scene per la precisione, ma è
diventata parte della cultura popolare lo stesso, ve lo dico fuori dai denti,
chi ancora oggi la considera la “tuta gialla di Kill Bill” verrà scaraventato
giù dalla Bara Volante, siete stati avvisati. Anche perché tutti citano il
film di Tarantino e nessuno si ricorda mai che la celebre tutina era stata
utilizzata anche in “Shaolin Soccer” (2001).

“Citate Uma Thurman a caso e vi arriverà un Nunchaku dritto sul naso”

Ma di cosa parlava esattamente questo mitologico “Game of
Death”? Se volete saperlo con dovizia di dettagli, vi suggerisco il bellissimo
documentario realizzato montando insieme materiale ritrovato negli
archivi della Golden Harvest, intitolato “Bruce Lee: A Warrior’s Journey” di
John Little, lo trovate come contenuto speciale del DVD di “I tre
dell’Operazione Drago” (oppure sul Tubo),
ma prima di guardarlo vi consiglio quello che è il mio post preferito di sempre del Zinefilo, ovvero la vera storia di
“Game of Death” come nessuno ve l’aveva mai raccontata prima, vi piacerà.

La storia di “Game of Death” sarebbe stato basata su un
altro MacGuffin, necessario a togliere le armi dall’equazione, lasciando Bruce
Lee libero di esprimere le sue arti (marziali): un gruppo di criminali per
mettere le mani su tesoro nascosto all’ultimo piano di una pagoda, arruola
Bruce Lee rapendogli la sorella, il nostro armato di calci, pugni, Nunchaku e
tutina dovrà scalare i tre, cinque o sette (non è chiarissimo dai numerosi
appunti lasciati da Lee) piani della pagoda sconfiggendo ad ogni livello un
Maestro di una specialità differente, mostrando al mondo che la flessibilità
mentale di un guerriero è la sua arma più potente. Una trama minimale, per
certi versi da videogioco (prima che questi fossero inventati) che è solo uno
dei campi della cultura popolare influenzati da Lee, tra gli altri mettete
anche il ballo come la Breakdance, la musica, i fumetti e ovviamente i film di arti marziali. Nelle mani di Lee, nel ruolo di
attore, regista e coreografo “Game of Death” sarebbe diventato il suo film
manifesto, se solo il destino non si fosse messo di traverso.

Il Maestro sul set di “Game of Death” mentre consulta i suoi voluminosi appunti.

La sera del 20 luglio 1973, Bruce Lee si trovava
nell’appartamento di Betty Ting Pei, una stellina cinese che probabilmente
aveva una parte nel film, molto più probabilmente aveva una storia con Lee, poco
importa, di pettegolezzi ne abbiamo avuti anche troppi quindi atteniamoci ai
fatti. Lee in quei giorni era nervoso e più litigioso del solito, essere
diventato il divo più famoso di Hong Kong faceva di lui il pistolero più veloce
dell’West Est, quello che tutti volevano buttare giù pur di farsi un
nome in fretta, in una città dove i legami tra la malavita e l’industria
cinematografica sono sempre stati sempre meno dei canonici sei? Capirete da
soli che si trattava di una polveriera, ma quella sera Lee aveva un problema
più locale, un altro atroce mal di testa, ma l’analgesico ricevuto da Betty
Ting Pei gli è stato letale.

L’autopsia sul corpo senza vita del Maestro ha confermato
una reazione allergica provocata da uno dei principi attivi contenuti nell’Equagesic,
un’allergia di cui Lee non era al corrente, un edema cerebrale ha stroncato a
soli 33 anni la vita di uno dei più incredibili ed irripetibili bipedi che
abbia mai solcato questo pianeta. Il Re era morto, lunga vita al Re ma nel
regno, si è scatenato un pandemonio.

La stampa ha cominciato a sfornare ipotesi assurde sulla
morte di Bruce Lee, nessuna teoria complottistica venne lasciata indietro, la
posizione delle dita dei piedi del Maestro (contratte come per assestare un
calcio) diede adito a grottesche fantasie riguardo ad un attacco dei ninja e
altre amenità che preferisco non ripetere, perché si è andate ben oltre il
cattivo gusto. In compenso l’industria cinematografica, per rispondere ad una
domanda enorme di film di Bruce Lee, senza più il diretto interessato a
disposizione, ha fatto fronte comune aprendo le gabbie dove erano
ammonticchiati gli imitatori del Maesto, personaggi dai nomi più improbabili,
quindi sotto con i vari Bruce Li, Dragon Lee e Bruce Lai, insomma tutta quell’onda anomala di pellicole con il nome Bruce Lee nel titolo, ma nessuna
presenza del Maestro in nemmeno un fotogramma, la Bruceploitation alla sua massima potenza.

La Bruceploitation, quella selvaggia.

Il funerale ad Hong Kong di Bruce Lee diventa un evento che
unisce il Paese, per darvi un’idea, un po’ come se la morte di Maradona fosse
avvenuta in un momento diverso da questo 2020 di (presunto) distanziamento
sociale e fosse stato celebrato in contemporanea a Napoli e in Argentina, solo
moltiplicato per il numero dei cinesi, che sono sempre stati parecchi. Ma la Golden
Harvest stufa di vedere la popolarità del loro uomo di punta sfruttata da tutti
(tranne che da loro) mena il suo colpo più duro: armati di venti minuti di
scene inedite di Bruce Lee in tutina gialla, decidono di produrre un film che
non ha nulla a che spartire con l’idea originale di “Game of Death” e che da un
punto di vista cinematografico (e di buongusto) è l’equivalente di vedere
qualcuno urinare sulla tomba di un vostro caro. Ho usato una metafora un po’
forte? Sappiate che ancora non rende l’idea dello scempio fatto.

Due controfigure di Bruce Lee (ben poco somiglianti) come
Kim Tai Chung e Yuen Biao per alcune scene, vengono assunte e costrette a
recitare la parte di Billy Lo, il più grande divo di Hong Kong minacciato
dalla mafia cinematografica. Se pensate che questa sia una scelta di cattivo
gusto, aspettare di scoprire il resto!

La mafia cinematografica, quella che oggi pianifica rifacimenti e reboot.

I sosia per ottanta minuti vengono inquadrati di spalle, da
lontano, oppure con degli enormi occhiali da sole in stile Antonello Venditti
(anche di notte), mezzucci da poco per coprire il loro volto, utilizzando con
un montaggio barbaro, primi piani di Lee pescati dai suoi vecchi film, ma anche
la scena di combattimento di L’urlo di
Chen terrorizza anche l’occidente
, tanto per poter infilare in cartellone
anche il nome di Chuck Norris, accreditato senza coinvolgimento un po’ come
succede a Gunnar Hansen nei vari seguiti di Non aprite quella porta. Ma pur di mascherare il volto di Lee, sono state
provate proprio tutte, compreso far recitare gli attori davanti ad uno
specchio, su cui era stato appiccicato un ritaglio di cartone del volto di Bruce,
una sorta di brutta maschera di carnevale, un’inguardabile trovata in stile
Art-Attack, oggi avrebbero utilizzato la CGI, ma il risultato finale è
imbarazzante lo stesso.

Nemmeno Giovanni Muciaccia armato di colla vinilica avrebbe mai osato tanto.

La regia di questo crimine contro il buongusto è stata
affidata ufficialmente a Robert Clouse, per lo meno per le parti di recitazione
con attori occidentali, tra cui la bella Colleen Camp (ricordate la cameriera
popputa di “Signori, il delitto è servito” del 1985? Certo che la ricordate,
che domande!) che qui interpreta la fidanzata del protagonista Ann Morris,
impegnata anche a cantare la canzone sui titoli di coda.

L’indimenticata Yvette, la cameriera nel film di Jonathan Lynn (ma che scrivo a fare, nessuno leggerà mai la didascalia)

Mentre la vera regia
del “film” (se così possiamo chiamarlo) è stata affidato così come le
coreografie a Sammo Hung, che aveva avuto degli screzi con quell’incapace di
Clouse sul set di I tre dell’operazione drago e che qui ci regala uno dei pochi momenti decenti del film, prima di
quei magnifici venti minuti scarsi finali, ovvero il suo combattimento con il
solito Bob Wall, dove Sammo con la
sua “panzetta” in bella vista ci dimostra tutto il suo talento e la sua incredibile
agilità (malgrado la zavorra), anche da questa parte della macchina da presa.

Quando vi criticheranno per le maniglie dell’amore, ricordatevi di Sammo.

Come abbiamo visto durante tutta la rubrica, in uno strambo
Paese a forma di scarpa ci abbiamo dentro con la fantasia, quindi “Game of
Death” qui da noi è diventato “L’ultimo combattimento di Chen”, in modo da
assicurarci con il nome del personaggio in bella vista, una sorta di continuità
tra tutti i film di Bruce Lee, anche se poi tocca sorbirci le disavventure di
un sosia che per altro si chiama Billy Lo, quindi non aspettatevi la logica, in
questa operazione postuma ai limiti del sacrilego non ne troverete molta.

Questo sarebbe Bruce Lee? Non è credibile nemmeno come sosia di Antonello Venditti.

Nel tentativo di sfruttare quante più scene già girare da
Lee esistenti, “L’ultimo combattimento di Chen” con un tocco di cattivo
gusto
meta cinematografico ci porta sul set di Dalla Cina con furore giusto per farci vedere ancora una volta il
suo epico finale, aggiungendo montagne di cinesi intenti ad allestire il set e
il criminale mandato dalla Mafia cinematografica per sparare al protagonista,
il colpo va a segno ma Billy viene spacciato per morto, in modo che possa
cambiare identità ed essere finalmente libero dai suoi aguzzini, il problema è
che questa scena, con l’attore a terra, la sua fidanzata sul set che urla
disperata e il proiettile a salve scambiato con uno vero, è una sinistra
anticipazione di quanto accaduto sul set del film Il Corvo al figlio del Maestro, Brandon Lee, morto giovane dopo aver
recitato in una manciata di film, per altro esattamente vent’anni dopo il
padre. Di fatto il sogno bagnato di tutti i complottisti del mondo, che davanti
a questo scempio sono gli unici a fregarsi le manine.

Materiale per tutti i complottisti del pianeta.

Tutto finito? Billy creduto morto dai nemici è finalmente
libero? No, prima meglio far recitare i sosia con il volto bendato in stile Darkman per un po’, dopodiché ci si
arrangia con una barba posticcia da Abramo Lincoln, mentre la storia prosegue
nel tedio più assoluto. Ve lo giuro, pochi film sanno generarmi un senso
intenso di fastidio come questo crimine contro la decenza intitolato “L’ultimo
combattimento di Chen”, anche perché la Golden Harvest non si è fatta problemi
nemmeno a montare nel film anche scene del vero funerale del Maestro con tanto
di bara aperta (storia vera, purtroppo). La tentazione di lanciare fuori
dalla finestra questo film, spezzandone il disco del DVD con un calcio volante
è fortissima, ma bisogna resistere, tra gli sgherri motorizzati in tutina (nera
con strisce gialle), uno indossa quella resa leggendaria da Lee, finalmente la
Golden Harvest dopo aver fatto un giro lunghissimo e a tratti osceno, ha finalmente
raccordato la sua storia con il girato originale di Bruce Lee, il film può
iniziare per davvero.

“Se non vi dispiace, da qui in poi vado avanti io, che dite?”

“L’ultimo combattimento di Chen” è dolore e sofferenza, se
siete appassionati di Cinema solo brutto da fare male agli occhi, se invece siete
cresciuti con il mito di Bruce Lee è un po’ come se gli occhi, ve li
prendessero a rasoiate. Per un’ora è il peggior film della storia, per gli
ultimi venti minuti, gli unici che contano invece diventa un Classido!

La Golden Harvest sacrifica completamente le scene che
vedevano protagonisti i complici di Lee (Chieh Yuan e il solito inossidabile di
James Tien), per concentrarsi
completamente su Bruce, quindi se anche gli interni sono quelli della pagoda,
l’obbiettivo diventa quello di raggiungere il “Big Boss” (mi sembra il caso di dirlo), ma prima bisogna
attraversare tre piani, ognuno difeso da un leggendario Maestri, tre nomi che
sono pura mitologia: il filippino Dan Inosanto maestro di Eskrima (la cui
figlia Diana Lee Inosanto si chiama così, perché porta il nome del suo padrino,
storia vera), il secondo è il coreano Ji Han Jae maestro di Hapkido e l’ultimo
è il Newyorkese Kareem Abdul-Jabbar, maestro di pallacanestro e di “gancio
cielo”. Nella classifica dei migliori marcatori della NBA, al quinto posto troviamo
Michael Jordan, al quarto Kobe Bryant, al terzo LeBron James e al primo posto,
con 38.387 punti proprio Kareem Abdul-Jabbar, malgrado si sia ritirato dalla
NBA nel 1989 (storia vera).

Che siano filippini, coreani e campioni NBA, Bruce è pronto ad affrontarli tutti.

Ovviamente Bruce Lee ha la meglio sui primi due, armato di
Nunchaku gialli e della solita irriverenza che lo contraddistingue, perché lui
è il guerriero “puro”, non assoggettato ai dogmi di uno stile di combattimento,
capace di adattarsi a tutto, ecco perché proprio lo scontro con Kareem
Abdul-Jabbar diventa il più significativo nell’economica del messaggio che
Bruce Lee voleva tramandare con la sua filosofia di vita e arti marziali. Nato Lewis
Alcindor prima della conversione religiosa, Kareem Abdul-Jabbar era già il più
alto della classe alle elementari, la maestra che lo vide la prima volta
durante l’appello, lo riprese perché pensava fosse seduto sul banco (storia
vera), il suo tiro in gancio era indifendibile su un campo da basket perché
partita dall’estremità del suo braccio, calcolate 2,18 metri più un braccio
chilometrico e questo spiega i 38.387 in carriera. Quello che non si spiega è
l’irrepetibilità dell’essere umano, un intellettuale nero con la passione per
il Jazz, che in carriera ha scritto romanzi e soprattutto, era allievo personale
di Bruce Lee.

In lui Lee ritrovava non solo un corpo atletico del tutto
unico, ma anche un marzialista privo di ogni precetto dettato dallo stile,
infatti la “pedata” (con tanto di orma lasciata sulla tutina di Bruce), rende
davvero l’idea di uno scontro tra un uomo di 2,18 contro uno di 1,72 e secondo
me il Maestro Lee ha anche lucrato un paio di centimetri, noi maschietti lo
facciamo.

Più sono grossi…
… Più fanno rumore quando cadono per terra.

Il personaggio di Kareem Abdul-Jabbar, nel film chiamato
Hakim (o Mantis stando al girato originale) ha una sola debolezza, che poi è
curiosamente anche quella dell’attore che lo interpretava, gli occhi, visto che
Kareem giocava con vistosi occhialoni sportivi da vista. Hakim invece con gli
occhiali da sole è una sorta di vampiro più allergico ai raggi solari di me,
una debolezza che Bruce Lee sfrutta rompendo i vetri della pagoda e facendo
entrare la luce, come faceva vostra madre quando vi doveva tirare già dal letto
per mandarvi a scuola, perché il guerriero fluido é capace di adattarsi come predicava Bruce Lee, padrone anche dell’ambiente che lo circonda.

Ovviamente lo scontro finale con il “Big Boss” che la Golden
Harvest piazza prima della canzone cantata da Colleen Camp non cambia niente, pura appendice, resta un
apostrofo giallo e nero tra le parole “andate” e “a fanculo” (per lo scempio
fatto). Con venti minuti scarsi di girato mai completato per davvero, Bruce Lee
oscura completamente lo scempio, facendocelo dimenticare nel migliore dei
modi possibili.

Nessuno ha mai difeso così bene su Kareem Abdul-Jabbar.

Con l’idea di eliminare le armi dall’equazione, lasciando
spazio solo alle arti marziali, con un protagonista pronto a combattere nemici
su più livelli, Bruce Lee aveva anticipato di quasi quarant’anni “The Raid”
(2011), si era candidato a padrino delle arti marziali miste e aveva lasciato
questo gnocco minerale che ruota attorno al sole prima del tempo, come Marilyn,
James Dean, Jim Morrison e Jimi, icona da esporre sulle pareti delle camerette
di tutto il mondo.

Con venti minuti incompleti Bruce Lee è diventato un’icona
di tale portato da trascendere la morte per certi versi, il suo corpo fisico ci
ha lasciati il 20 luglio 1973, ma se siamo ancora qui tutti noi a ricordare il
Drago nell’anno del suo ottantesimo compleanno, beh qualcosa vorrà dire no?
Parafrasando una frase di una serie televisiva famosa: al gioco della morte o
si vince o si muore. Nessuno ha mai battuto la signora in nero, tranne forse
l’uomo con la tutta gialla.

Oggi a volare qui, non è solo la Bara.
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