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L’ultimo treno della notte (1975): cinquant’anni di uno sconvolgente viaggio nella società

Due ragazze vengono brutalmente violentate e uccise, i loro aggressori, per una serie di fortuite circostanze, finiscono a case dei genitori di una di loro, una volta compresa la verità si scatenerà una vendetta di uguale ferocia.

Ora sta a voi decidere se vi ho riassunto per sommi capi la trama de La fontana della vergine di Ingmar Bergman, L’ultima casa a sinistra di Wes Craven o del film che ho atteso la fine dell’anno per celebrare, i primi cinquant’anni de “L’ultimo treno della notte” di Aldo Lado, vanno presi con le pinze, almeno per me.

Lo sapete che mi trito ogni genere di Horror, ma i “Rape & Revenge” sono quelli che mi fanno annodare le budella, i temi contenuti possono urtare più di una sensibilità, forse oggi, rappresentano anche un filone poco socialmente accettabile, ancora in voga perché la natura umana non è mai cambiata, ma molto legati agli anni ’70, sta di fatto che non sono film che rivedo mai a cuor leggero.

«Per un treno che arriva in tempo…»

L’impianto narrativo, come ho scherzato in apertura – tentativo disperato di alleggerire il carico – è derivativo, se già tra Craven e Bergman esisteva una bella differenza, geografica, stilistica e chi più ne ha più ne metta, sembrerebbero quindi più associabili il regista di Cleveland e il nostrano Aldo Lado, se non fosse per un punto chiave, che non avevo mai notato nelle mie precedenti visioni del film, forse distratto dal mio contorcermi sulla poltrona, “L’ultimo treno della notte” è decisamente più curato nella messa in scena.

Beh si certo, rispetto all’esordio di Craven direte voi, anche facile, lo zio Wes ha letteralmente imparato a fare cinema facendolo, migliorando di titolo in titolo, Aldo Lado invece, pur firmando un titolo veramente greve nei contenuti, aveva già altri cinque film da regista alle spalle, se vogliamo, resta anche un po’ la caratteristica di molto cinema di exploitation di stampo Europeo, ci sto girando intorno per non arrivare al nocciolo della questione, ma questo film può contare sulla filmografia da applausi di Gábor Pogány e a dirla tutta, anche sulla colonna sonora di Ennio Morricone, non siamo nemmeno lontanamente vicini ai titoli più famosi del geniale compositore, forse è anche uno di quelli dove si è impegnato di meno, ma comunque il contrasto tra le scene di belluina violenza e l’armonica del Maestro fa il suo dovere.

Una lunga tortura, dolorosa anche solo da guardare.

Se Craven poi faceva recitare volenterosi esordienti o giù di lì, Aldo Lado qui può contare su un cast di tutto rispetto, Enrico Maria Salerno nei panni del professor Stradi era la classe personificata, il nome di peso che per fare un paragone con il nostrano cinema contemporaneo, potrebbe essere il Toni Servillo della situazione, e mi sa che ho anche fatto un complimentone all’attore napoletano. In un ruolo chiave poi, che non avevano nè Bergman nè tantomeno Craven qui troviamo una bravissima Macha Méril, alle prese con un personaggio complicatissimo, che era più facile sbagliare che azzeccare, come invece ha fatto lei qui.

Inquadrature ricercare per scene tragicamente drammatiche.

Anche se è chiaro che a tenere banco è la brutale violenza messa in atto nei confronti della due ragazze, in viaggio su questo treno notturno che a sua volta, rimarca la distanza tra il film di Lado e i modelli di riferimento. Sia La fontana della vergine che L’ultima casa a sinistra erano giocati sullo scontro tra i civili dalla città, dalla società civile, opposti ai selvaggi provenienti dal mondo rurale, ben rappresentato dalle rispettive foreste in cui si consumava la violenza, Aldo Lado ci porta su un treno, che dovrebbe essere allo stesso tempo un luogo simbolo della società civile (non credo sia un caso che il ritardo del treno, sia un fattore nella storia) ma anche un non-luogo, in particolare nel suo viaggio notturno di rientro in Italia, diventa una terra di nessuno per le inibizioni.

Lungo i binari tra Monaco e Verona, si consuma la tragedia e Lado, non si limita ad una versione più curata e dalla regia meno grezza del lavoro di Craven, colpisce dove fa più mal nel modo in cui Lisa e Margaret vengono abusate, ma anche nel non mandarle a dire, il treno diventa il posto ideale per dimenticarsi delle regola del vivere civile, peggio di zombie o creature della notte, a bordo spuntano fuori, uomini di chiesa viscidissimi, capi d’azienda in odore di neo nazismo e ancora peggio, guardoni che potrebbero aiutare le ragazze, invece diventano parte dell’aggressione e poi, una volta tornati sulla terra ferma, nel mondo civile, denunciano nascosti dietro all’anonimato.

Una volta scesi dal treno, tutti a lavarsi la coscienza.

La violenza portata in scena alza l’asticella, sposta di qualche centimetro di lato il confine del mostrabile nei film, ma non è mai sadica, al massimo molto dolorosa da guardare, perché non spersonalizza mai, ti mantiene lì a soffrire con le protagoniste, ma se Craven, come avrebbe poi fatto anche in altri film della sua filmografia, non lavoro sullo scontro tra civiltà, non ha i trascorsi da insegnante universitario del Maestro di Cleveland, la butta proprio in politica.

“L’ultimo treno della notte” è proprio figlio del decennio di cui fa parte, il personaggio di Macha Méril è una signora bene, che in un dialogo con un passeggero del treno parla di crollo dei valori, e poco dopo, mentre la violenza si consuma belluina, Lado ci mostra la famiglia Stradi a tavola, una cena tra ricconi, in cui si pontifica su come si potrebbe ridurre la violenza tra i giovani, sarò pure un METAFORONE urlato, ma funziona alla grande, perché poi qualcuno, finirò per abbeverarsi alla fontana degli istinti più basse, ma ne uscirà pulito, altri invece dovranno fare i conti direttamente, per certi versi anche con la propria stessa natura, finendo a premere il grilletto.

Alla fine la razza umana si riduce tutto a questo.

A cinquant’anni dalla sua uscita, ancora oggi è ricordato per essere finito nella famigerata lista dei Video Nasty in Inghilterra ed è ancora un film doloroso da guardare, per me in particolare che con questo sottogenere fatico sempre molto, ma avevo un compleanno in lista e non mi tiro indietro davanti al mio dovere di pilota di Bare Volanti.

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