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L’ululato (1981): l’anno del lupo (mannaro)

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade…». Inizia così “L’urlo”, titolo originale “Howl”, che poi vorrebbe dire ululato, il celebre poema di Allen Ginsberg.

Un’opera di rottura, carica di anticonformismo che ruota attorno ad una comunità. Se vi sembra una forzatura iniziare dalla Beat Generation per arrivare a parlare di un capolavoro con i lupi mannari, sappiate che il libro di Ginsberg è solo una delle tante citazioni lupesche, inserite da Joe Dante nel suo film.

Per l’immagine del libro presa dal film, dite grazie a Lucius.

Già perché secondo il calendario cinese, il 1981 sarà anche stato l’anno del gallo, ma nei fatti è stato quello del lupo, nello stesso anno sono uscite due pietre miliari che meritano di festeggiare i loro primi quarant’anni come si deve, anche su questa Bara. Doveroso iniziare dal film di Joe Dante, non solo perché è stato il primo a vedere il buio della sala cinematografica, ma anche perché “The Howling” è stato un film per certi versi pionieristico, il punto di equilibrio tra l’horror degli anni ’70 e quello esagerato, splatter, mutante e che tanta iconografia a noi cara ha creato, quello degli anni ’80.

La mutazione e la trasformazione sono un elemento chiave dell’horror americano degli anni ’80, gli esempi sarebbero tanti e celebri, ma per non dare l’impressione che io stia sparando pallottole d’argento in aria nel tentativo di colpire qualcosa, partiamo da Scanners. L’esplosione della testa del film di Cronenberg ha rappresentato, non solo la reazione di molti spettatori, ma anche uno dei biglietti da visita dell’horror degli anni ’80. Non cito a caso questo film, perché anche lui è stato prodotto dalla Avco Embassy e stato presentato facendo la parte del leone nei vari film festival, ma la parte del lupo è toccata decisamente a “L’ululato”, il pubblico americano ebbe modo di vederlo in anteprima nel gennaio del 1981 all’Avoriaz Fantastic Film Festival, la prima delle tante sale in cui le urla del pubblico non sono mancate. Pare che dopo la sua uscita ufficiale nel marzo dello stesso anno, Joe Dante girasse i vari cinema per assicurarsi di persona delle urla di terrore del pubblico pagante (storia vera).

«Che facciamo stasera Joe?», «Quello che facciamo tutte le sere lupo, andiamo al cinema a sentire le urla delle persone»

“The Howling” è il film che ha messo quel genio di “Mighty Joe” Dante sulla carta geografia, un giovane regista cresciuto alla corte di sua maestà Roger Corman, che si era fatto notare grazie a “Piraña” (1978) e che proprio per quello ha rischiato di finire a fare il pescivendolo cinematografico: prima gli è stato proposto “Lo Squalo 3D” e poi “L’orca assassina 2”, entrambi titoli che Dante ha schivatoper  un pelo. Nel suo destino c’era la luna piena, la proposta che gli ha cambiato la vita gli è arrivata da Allan Arkush, produttore e co-regista del suo film d’esordio “Hollywood Boulevard” (1976). Arkush nel 1979 era al lavoro su quello che io considero il più bel film della storia del cinema, se i film si giudicassero solo su parametri soggettivi, ovvero “Rock ‘n’ Roll High School” (1979). Joe Dante mentre curava la seconda unità e sostituiva in varie scene il regista, viene a sapere da Arkush che Daniel H. Blatt ha una storia di lupi mannari per le mani. Mi immagino Joe Dante fiutare l’aria solo per abbandonare i Ramones e i loro topi esplosivi nel musicarello ambientato al liceo, per correre a lanciarsi in questa nuova avventura. Ululando alla luna.

Sta dentro una cabina del telefono, sarà Superman? No meglio, è Roger Corman.

Con un milione di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, messi sul tavolo da Daniel H. Blatt e dalla Avco Embassy, Joe Dante si divora in un sol boccone il romanzo omonimo del 1977 scritto da Gary Brandner, che per Dante diventerà poco più di un canovaccio da seguire, visto che la storia verrà adattata molto liberamente in uno sceneggiatura scritta da John Sayles, a cui se volete saperlo, Dante chiederà di interpretare anche la parte dell’altissimo patologo dell’obitorio, quello che racconta della morte di un suo collega di nome Stuart, che altro non sarebbe che un omaggio a Stuart Walker, il regista di “Il segreto del Tibet” (1935), il primo film di Hollywood sui lupi mannari dotato di sonoro (storia vera).

Rispetto al romanzo di Gary Brandner, di cui ci ha già raccontato tutto Lucius alla perfezione, Joe Dante apporta delle modifiche sostanziali, specialmente sui lupi mannari che possono trasformarsi a piacimento di giorno e di notte e che soprattutto, non sono più lupacchiotti troppo cresciuti, ma vere creature antropomorfe, con le loro regole interne alla storia che ci vengono ben esposte dall’altro grande attore feticcio di Dante, il gestore della libreria dell’occulto Dick Miller, ancora una volta nei panni di Walter Paisley, personaggio ricorrente comparso per la prima volta in “Un secchio di sangue” (1959), regia di Corman, ma quello mi sembra quasi superfluo ribadirlo con Dante in circolazione.

Leggere è divertente, leggere libri sul paranormale con Dick Miller ancora di più.

Si perché una delle ragioni per cui “Mighty Joe” era così interessato a questo film, era la concreta possibilità di portare i lupi mannari al cinema come finalmente meritavano, nel 1981 esisteva la tecnologia per farlo.

Si perché la vera maledizione del lupo mannaro, è insita nel personaggio stesso, fino agli anni ’80 il cinema, per quanto il trucco (anche di maestri come Jack Pierce) fosse all’avanguardia, la trasformazione doveva sempre avvenire fuori scena o al massimo, attraverso dissolvenze e trucchi di montaggio. Inoltre parliamo chiaro, quando la trasformazione è stata completata, se gli effetti speciali non sono più che perfetti, il lupo risulterà al massimo un puccettoso peluche, con zanne a artigli, ma sempre irrimediabilmente finto. Anche in epoca moderna, la CGI risulta troppo fredda e distante per risultare davvero minacciosa, che poi era il problema di cui soffriva “Wolfman” nel 2010. Il momento giusto per portare i cuginastri di Lupo Alberto al cinema era il 1981, Joe Dante da grande uomo di cinema lo aveva capito e aveva un asso nella manica: quel genio di Rick Baker.

Voglio sentirvi ululare sui titoli di testa del film.

Rick “Monster Maker” Baker era già una leggenda del trucco cinematografico, furono i suoi bozzetti l’arma che Dante sventolò sotto il naso dei produttori per ottenere il denaro che gli serviva, ma qui la storia si complica e i due grandi film mannari del 1981 iniziano ad intrecciare i loro destini: Baker aveva fatto una promessa ad un amico ed era pronto ad onorarla. Nel 1973 sul set di “Slok”, quello che io immagino un sudatissimo John Landis, nel suo costume da scimmione preistorico, aveva raccontato per filo e per segno a Baker il suo ardente desiderio di realizzare un grande film sui lupi mannari, furono proprio le voci sulla messa in produzione di “The Howling” da parte della Avco Embassy a convincere la concorrenza, dando il via libera a “Un lupo mannaro americano a Londra” (prossimamente su queste Bare, non vedo l’ora!), ed è qui che Baker corse da Landis, ma senza lasciare del tutto in braghe di tela Joe Dante.

«Joe, ma non ti lascio nella cacca di lupo figurati, il ragazzino è bravo fidati sa il fatto suo». Non saranno state sicuramente queste le parole di Baker, mentre sgommava alla corte di Landis, dopo aver fiutato un budget ben più sostanzioso su cui poter lavorare, non sapremo nemmeno mai le parole di risposta di Dante, ma forse è meglio così perché non credo saranno state tutte troppo gentili. Ma se Dante da quarant’anni rilascia interviste prive di ruggini riguardo a questo “cambio basket” è solo perché si è ritrovato l’oro per le mani. Il giovanotto poco più che ventenne che si è ritrovato improvvisamente a capo di tutta la sezione trucco di “L’ululato”, era l’uomo con il nome più bello della storia, uno che quella del cinema con i suoi trucchi, la storia l’ha fatta per davvero, sto parlando del leggendario Rob Bottin.

Una foto della leggenda, per la cronaca Rob Bottin è quello a sinistra.

«Pensi di poterla fare tutta questa roba?», curiosamente lo stesso tipo di domanda che Bottin avrebbe ricevuto da Carpenter pochi anni dopo. Si, Rob Bottin poteva trasformare gli attori in lupi mannari, se il cambio della forma del viso, da umano a muso di lupo era un appunto lasciato da Rick Baker, tutto il resto è stata farina del sacco di Bottin, che lavorando senza sosta ha creato, zampe, arti mozzati, orecchie, artigli, insomma ogni genere di orrifica meraviglia, al resto ci ha pensato Joe Dante, che per gli attori aveva le idee chiarissime.

Tutta la selezione del cast è stata di fatto costruita attorno alla mitica Dee Wallace, attrice che Dante aveva apprezzato molto in Le colline hanno gli occhi da cui arrivano anche molte delle ossa esposte nel film. Si perché Wes Craven aveva riciclato molti degli oggetti di scena di Non aprite quella porta, portati a bordo del suo pick-up dallo scenografo Robert A. Burns, lo stesso che mettendo mano alla sua spaventosa collezione, ha agghindato la baita dell’assassino Eddie Quist nel film di Dante e a cui il vecchio Joe, in tutta risposta ha chiesto di interpretare il gestore del sexy shop dove si svolge la prima scena di “L’ululato” (storia vera).

«Dopo questa storia, nemmeno più il gatto di casa vorrò vedere!»

Bisogna dire che Dee Wallace è stata un osso piuttosto duro da sgranocchiare per Dante, attrice vecchio stampo dai sani principi, come è stato ben raccontato nei contenuti speciali del DVD del film, la Wallace ha fatto mettere a contratto due clausole: niente scene di nudo o sesso se non quelle necessarie alla trama e niente trasformazioni pelose per il suo personaggio (storia vera). Inoltre per il ruolo di suo marito nel film, il personaggio R. Bill Neill (omaggio di Dante a Roy William Neill, regista di “Frankenstein contro l’uomo lupo” del 1943), la Wallace ha proposto Christopher Stone, che nella vita intrepretava già da tempo il ruolo del marito dell’attrice e questo spiega come mai, durante la torrida scena di sesso tra lui e la lupa Marsha Quist (la bellissima e sfortunata Elisabeth Brooks), Dee Wallace abbia passato una serata al bar a berne a coppie di due. Occhio non vede, moglie non duole (storia vera).

«È tornato quel periodo del mese», «Ehm in che senso?», «Luna piena, cosa avevi capito?»

Un altro personaggio cucito dal sarto attorno a Dee Wallace è stato Robert Picardo, che qui interpreta il serial killer Eddie Quist, un attore destinato a diventare uno dei feticci di Dante (ma anche il Dottore della Voyager in “Star Trek”), che il suo provino lo ha fatto tutto senza essere mai inquadrato in faccia. Dante lo ha scelto solo sulla base delle reazioni di terrore che ha saputo provocare sul volto della Wallace, recitando le righe di dialogo del “Peep show” all’inizio del film. Bob sei disposto a passare molte ore in sala trucco? Assunto!

«Precisare la natura dell’emergenza», «Ehm licantropia direi»

“L’ululato” è un film di rottura proprio come il poema di Allen Ginsberg, da cultore e vero professore di cinema (di genere ma non solo) Dante ha proiettato nel futuro i lupi mannari, tenendoli ben ancorati a solide radici, tutti i personaggi nel film portano i nomi di registi legati ai film mannari, come ad esempio il mitico Slim Pickens, che interpreta lo sceriffo Sam Newfield (regista di “Mostro pazzo” del 1942). Per certi versi “The Howling” è totalmente radicato nella tradizione delle favole (i primi veri horror), una storia di lupi che invitano i protagonisti a seguirli nel bosco, ma anche un film incredibilmente carico di sensualità per certi versi ancora legato agli horror degli anni ’70 nello stile, a partire dalla musica del compositore di fiducia di Dante, Pino Donaggio che non parlando mezza parola d’inglese, e che ha dovuto mediare con Dante comunicando un po’ a gesti e un po’ in spagnolo, per arrivare a firmare una colonna sonora tutto sommato abbastanza generica, perché bisogna dirlo, “L’ululato” ha anche dei difetti.

«Ma piccoli eh? Cioè sto cercando il pelo nell’uov… Ehm!»

Con la sua durata perfetta (91 minuti) il film non ha un solo calo di ritmo che sia uno, guardandolo e riguardandolo da bambino non mi sono mai accorto di nessuno dei suoi problemi, e questo è sicuramente un pregio, ma riguardandolo con occhi adulti è chiaro che il montaggio (curato dallo stesso Dante) ha subito dei tagli necessari a lasciare il giusto spazio alla trasformazione curata dagli splendidi effetti speciali di Rob Bottin. A farne le spese sono alcuni passaggi della trama che risultano comprensibili ma ben poco logici, i due… credo siano giornalisti, il loro mestiere non è molto ben illustrato, Chris Halloran (Dennis Dugan) e la bionda Terri Fisher (Belinda Balaski, il cui personaggio è un omaggio a Terence Fisher, regista di “L’implacabile condanna” del 1961), non solo entrano nella trama a gamba tesa, ma per molti minuti Terri sembra la vera protagonista del film. Lo stesso psicologo a capo della comunità interpretato da Patrick Macnee e chiamato Dr. George Waggner (come il regista di “L’uomo lupo”, il film lupesco più omaggiato in assoluto da Dante) compare ad inizio film e poi a trama avviata, senza che sia mai davvero chiaro cosa voglia ottenere con la sua comunità di recupero per L.A. (Lupi Anonimi).

Insomma i buchi logici dovuti ai tagli del montaggio ci sono, ma sapete come si chiama amare qualcuno o qualcosa anche per i suoi difetti? Si chiama amore, e “L’ululato” se ne merita tanto perché il film di Joe Dante è un Classido!

L’inizio di “The Howling” è micidiale, la coraggiosa giornalista Karen White (Dee Wallace) decide di fare da esca per catturare il terribile assassino che minaccia la città. Con l’orrore della puritana Wallace, vediamo il suo personaggio avventurarsi “attraverso lo specchio” e la scena iniziale nel sexy shop trasmette tutto l’orrore di una società malsana in cui prede e predatori non mancano. Se invece ve lo state chiedendo, l’uomo fuori dalla cabina del telefono è il maestro di Dante, sua maestà Roger Corman che per una volta ha recitato gratis sotto la direzione del suo pupillo.

La scena iniziale di “L’ululato” trasuda sensualità distorta e perversione, una discesa all’inferno che vediamo sul volto terrorizzato di Dee Wallace, che prima viene disgustata dal filmato porno – girato con sommo disagio dallo stesso Joe Dante, esattamente come il finto porno diretto da Landis nel film gemello “Un lupo mannaro americano a Londra”, perché i gradi di separazione tra questi due titoli, sono molti meno dei canonici sei – e successivamente terrorizzata da Eddie Quist, che prima di essere falciato dai colpi della polizia fa in tempo a traumatizzare la protagonista. Nel romanzo la protagonista era vittima di uno stupro, nel film invece non è ben chiaro quale sia l’origine del turbamento della protagonista, ma la cura secondo il dott. Waggner è la stessa: un mesetto nella sua comunità tra i boschi.

«Un bel campeggio nei boschi, per rilassarci», «Sta vicino a Crystal Lake?», «Cosa?», «No niente come non detto»

Trovo geniale il modo in cui Dante e John Sayles abbiano caratterizzato il marito di Dee Wallace, un uomo a cui tutti ripetono quanto sua moglie sia stata coraggiosa, uno che sottolinea il fatto che lei sia diventata famosa sul piccolo schermo utilizzando il suo nome da signorina. Un maschietto che si dichiara vegetariano e che ha promesso alla moglie di non usare più un fucile, insomma un personaggio estremamente remissivo all’inizio del film, uno palesemente destinato a seguire le parole del dott. Waggner sulla repressione come causa delle nevrosi.

Infatti Bill Neill non ci metterà molto a cedere, cadendo tra le grinfie di una bella predatrice, una lupa mangia uomini come Masha (… e non facciamo rime facili dai! Manteniamo un po’ di contegno!). La loro scena di sesso davanti al fuoco è diretta da Dante come se fosse un sabba, un rito iniziatico che termina con un bellissimo ellisse narrativo: l’ululato dell’uomo in piena trasformazione (realizzata con un’animazione invecchiata bene) che sfuma nell’ululato sul registratore di Terri il mattino dopo. La grazia nel dirigere di Dante è spesso drammaticamente sottovalutata.

Ellissi narrativi ben fatti e dove trovarli.

Inutile girarci attorno, questo film così radicato nello stile degli anni ’70 e nella tradizione dei film di lupi mannari degli anni ’40, porta i lupastri nel futuro grazie alla trasformazione di Eddie Quist. Una scena girata come al solito con grande ironia da Dante, che mescola l’aggressione a Terri con il cartone animato (sempre a tema lupesco) “Little Boy Blue” (1936).

Ma è la lunga (lunghissima!) trasformazione di Eddie Quist, che avviene tutta in favore di macchina da presa per la gioia degli spettatori, il vero momento pionieristico del film di “Mighty Joe”, per la prima volta la drammatica trasformazione da uomo a lupo può avvenire in bella vista, in tutto il suo orrore, anticipando un decennio che sarebbe stato pieno di Body Horror, incoronando per sempre un ragazzo di poco più di vent’anni, diventato il re degli effetti speciali quelli giusti, quelli analogici e belli che resistono nel tempo. Il regno di Rob Bottin è stato costruito a colpi di zanne e artigli.

Qui di solito e dove bisogna dire: ma che denti grandi che hai!

Fino a questo punto, con le sue trasformazioni e con lo scontro finale con la comunità lupesca, “L’ululato” sarebbe stato un film in grado di smarcarsi dalla solita struttura, morso, maledizione e dramma del protagonista, che invece Landis avrebbe abbracciato totalmente (vi ho già detto che parleremo anche del suo film, vero?), ma tutto sommato un film dal finale piuttosto canonico, se non fosse per quel tipo di guizzo che può venire in mente solo ad un genio, uno come Joe Dante insomma.

Con il risicato budget ormai terminato e il paletto del contratto di Dee Wallace, che di essere trasformata in lupo nel film, non voleva nemmeno sentirne parlare, “Mighty Joe” piazza la zampata del grande artista, dimostrando di essere cresciuto alla corte di Roger Corman, raduna lo stretto indispensabile tra attori e maestranze, illumina gli uffici di produzione utilizzando i fari delle auto (perché l’attrezzatura era già stata restituita) e li trasforma nella diretta televisiva del telegiornale di Karen White. Non si sa quante ore di mediazione siano state necessarie al regista del New Jersey per convincere Dee Wallace, ma il risultato è stato storia del cinema.

Karen White ha una sola occasione per far credere al mondo che la maledizione dei lupi mannari esiste, la sua trasformazione in diretta TV, fa trasparire tutta la disperazione della protagonista. Il fotogramma dura mezzo secondo ma è la singola scena più iconica di un film, quella che ha davvero cambiato l’iconografia dei lupi mannari al cinema per sempre, basta quella singola lacrima che solca il volto di Dee Wallace a rendere immortale questo finale.

Cioè che a luna piena e quando il cielo è cupo / La mia signora diventava lupo (cit.)

Senza rinunciare alla satira, Joe Dante nel suo film sui lupi mannari mai così realistici, riesce a ricordarci quanto la società umana possa essere selvaggia, tanto quanto la comunità di lupi, piazzando una sonora zampata satirica nel finale, in grado di mettere in dubbio tutta la credibilità dei media. Se attraverso la finzione televisiva, guardando scene del film “L’uomo lupo” Chris e Terri ricevuto il più grosso indizio per risolvere il mistero della comunità, sempre attraverso la televisione il sacrificio di Karen White diventa vano, rendendo ancora più drammatica quell’unica silente lacrima. Una conclusione geniale, che anticipa decenni del nostro attuale scetticismo, se oggi assistessimo alla trasformazione di una donna in lupo durante una diretta su qualcuno dei Social-cosi più popolari, ci crederemmo? Joe dante nel 1981 aveva già la risposta e ha affidato il ruolo dello scettico sulla poltrona di casa, al futuro regista Mick Garris.

«Ma cos’è sta roba? Metti su un film di King»

Joe dante con la scena finale di “The Howling” a parità di intenti satirici, si è spinto anche più in là di dove era arrivato John Carpenter, in Essi Vivono la rivelazione sull’identità degli alieni dava una scossa al mondo, qui invece si perde come l’ululato di un lupo in una notte buia a tempestosa. Anzi, si perde come un hamburger messo a cuocere sulla griglia in quei titoli di coda ben cotti, anzi, al sangue.

Dritti sparati tra i titoli di coda più geniali della storia del cinema (vegani astenersi)

“L’ululato” è una pietra miliare, un film con solide basi ben radicate nella storia del cinema, quelle che solo un artigiano armato di enorme talento e identica dose di amore per la materia poteva donare alla sua opera, ma è stato anche un film futurista, che ha saputo essere satirico e post moderno senza mai farlo pesare al pubblico. Basta guardare l’omaggio a “The Howl” di Ginsberg, il Chili marca “Wolf”, la bottiglia di trattamento Wolfe e tutte le migliaia di divertenti citazioni che sono sparse nel film, perché si può fare molta paura anche con ironia ed utilizzare entrambe queste potenti armi, per fare la storia del cinema come ha fatto Joe Dante. Quindi mi unisco a mia volta all’ululato: auuuUUUUguri “The Howling”, grazie per aver fatto diventare grande il cinema mannaro.

Ma la mia trasformazione personale non è ancora completata, il ciclo lunare si divide in più fasi e questa era solo una di quelle che illumineranno il volo di questa Bara. Mentre aspettatiamo il prossimo peloso capitolo che arriverà la prossima settimana, non osate perdervi il post del Zinefilo dedicato a questo film, ma mi raccomando, tenente le pallottole d’argento a portata di mano, vi serviranno.

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