
Questo compleanno andava per forza affidato a Rebel Rebel, non serve nemmeno spiegare il perché no? Anche se voglio aggiungere una nota personale, già sapete della mia passione per la musica e i film con David Bowie, quello di oggi che spegne le sue prime candeline, è stato L’UNICO film di fantascienza che mi è stato consigliato da mia madre, storicamente molto poco avvezza a questo genere (storia vera), per inciso, uno di quei casi in cui ho trovato molto più bello il film del comunque molto valido romanzo da cui è ispirato, ed ora, vi lascio nelle capaci mani della nostra aliena Rebel Rebel!

Amici della Bara, è forse superfluo farlo, ma è stato scritto talmente tanto su questo film che sento la necessità di mettere subito le mani avanti dicendovi, sin da ora, che ciò che mi accingo a scrivere è solo un parere personale, privo della benché minima ambizione di fornire qualsiasi elemento di novità o di particolare interesse. Non che per le altre mie recensioni fosse diverso, ma nel caso di oggi, preferisco ribadirlo, siate gentili please.
Mentre da un altro ingresso dell’universo cinema faceva la sua comparsa Taxi Driver con al centro un protagonista iconico straniante e straniato, nello stesso anno precipitava dalle stelle L’uomo che cadde sulla Terra recando con sé un’altra storia di solitudine e alienazione (qui in variante umanizzazione). The Man Who Fell To Earth (1976) è tratto dall’omonimo romanzo, datato 1963, dello scrittore statunitense Walter Tevis. Scomparso a soli 56 anni, questo autore, dalla breve e travagliata esistenza, nonostante sia riuscito a regalarci solo una manciata di scritti, è stato ampiamente saccheggiato dal cinema (Lo spaccone, Il colore dei soldi, La regina degli scacchi) e, nel caso di specie, aveva conferito alla sua opera un carattere decisamente più politico, incentrando la storia sulle questioni etiche riguardanti il rapporto tra società e individuo. Nel film non è che tali tematiche spariscano ma vengono sacrificate e ritorte in favore della assoluta centralità del personaggio protagonista che, vista la stoffa del soggetto chiamato a dargli un volto, tramuta il tutto in un semi-delirio fantapop. È il romanzo che serve lui e non lui a servire la sua causa, e la trasposizione cinematografica ne sarà completamente dominata.

Diretto dal londinese Nicolas Roeg il quale si era fatto strada nell’ambiente cinematografico inglese come apprezzato direttore della fotografia, lavorando con registi come Corman (La maschera della morte rossa del 1964) Truffaut, Schlesinger, solo per fare qualche nome, LCCST segna per l’appunto il folgorante esordio sul grande schermo di David Bowie il quale aveva già dato ampia prova della sua alienità e dunque soggetto perfetto per impersonare un visitatore proveniente dallo spazio capace allo stesso tempo di demolire ogni punto di riferimento.
Tra i primi approcci di Roeg nelle vesti di regista figura Sadismo del 1970, co-diretto a quattro mani con un noto personaggio di spicco della scena londinese degli anni ‘60, nonché suo amico di lunga data, Donald Cammel. La vicenda narra di un giovane criminale in fuga dalla legge che si rifugia in uno scantinato nel quale convivono un tormentato cantante di nome Turner, interpretato da uno splendente (quanto inquietante) Mick Jagger, e le sue due amanti. Ho pescato questo titolo tra la produzione di Roeg perché nella mia esperienza di spettatrice, le due opere hanno molto in comune a partire dal dettaglio, che non vi sarà sfuggito, della scelta di contemplare nel cast la presenza, ovvero l’utilizzo, dell’infinito carisma anticonvenzionale ed estraniante di due icone inglesi degli anni ‘70 (carisma già diffuso pure un po’ prima e pure dopo in direzione dell’eternità). Ed è una scelta che deve avere la sua ragion d’essere in una comunanza d’intenzione tra questo genere di pellicole e l’impatto dirompente delle star che vi prendono parte riversando in esse tutto il loro magnetismo. Roeg infatti è un cultore della tecnica cinematografica del Cut-up (o fishbowling) consistente nel destrutturare in fase di montaggio, con tagli non premeditati, la pellicola (come pure un testo, una poesia) per poi ricomporla in modo casuale generando infine un nuovo elemento. Il risultato ricercato dai seguaci di questo metodo (in letteratura per esempio Burroughs) è un coacervo di stranezze generate dalla casualità, una profusione di bizzarrie, un focus sull’espressività dell’immagine, per cui alla resa finale tutto appare serenamente sconclusionato, con buona pace delle linee narrative. Cioè a dire che sta alla buona volontà dello spettatore, del pubblico e della critica, trovare, nel caso se ne sentisse la necessità (io sono tra questi) uno straccio di coerenza narrativa. Coerenza o meno (diciamo meno) la sua regia si sposa alla perfezione con la forza di fuoco destrutturante, musicalmente e culturalmente rivoluzionaria, di un Jagger e di un Bowie. E a proposito della potenza dell’immagine che hanno incarnato, lascio a voi ogni altra considerazione.

La trama è presto detta ed è nella sua ossatura in certo modo un classico plot di genere fantascientifico. Thomas Jerome Newton (David Bowie) è il nome terrestre che si è scelto un alieno dal portamento regale che cade (e già!) sul nostro pianeta (come altri alieni famosi). Per la precisione atterra nella desolata provincia americana, zona Kentucky, con lo scopo di cercare acqua e risorse energetiche per salvare il suo pianeta sull’orlo del collasso. Sfruttando le sue conoscenze tecnologiche, avanzatissime rispetto a quelle umane, Newton contatta un avvocato di New York specializzato in brevetti industriarli (Buck Henry) e col suo aiuto fonda una multinazionale, la World Enterprises Corp che, in virtù di una superiorità scientifica che non teme concorrenza alcuna, diviene in breve un impero finanziario. Si unisce alla squadra anche un accademico, il professor Nathan Bryce (Rip Torn che avrebbe ancora avuto a che fare con gli alieni) il quale, oltre a nutrire una passione sfrenata per le diciottenni, è incuriosito dal personaggio e dalle sue sorprendenti invenzioni, ragion per cui abbandona l’Università per collaborare con la compagnia e carpirne le conoscenze. Nel suo viaggiare per gli USA, Newton incontra un’ingenua cameriera Mary-Lou (Candy Clark) con cui intreccia un’amicizia che nel corso del film diviene una specie di matrimonio anche se non consumato nel senso che intendiamo noi. La permanenza sul nostro pianeta e il perseguimento dello scopo per cui Newton è giunto sulla Terra (salvare il suo arido pianeta e la sua famiglia, moglie e due figli piccoli, rimasta lì a patire) si rivelano sempre più difficoltosi. Solitudine e senso di spaesamento fanno sempre più presa. Inoltre la CIA insospettita da tanto potere tecnologico e finanziario, con la complicità dell’autista, sequestra Newton prima che questi possa intraprendere il viaggio di ritorno e portare a termine la sua missione. Intrappolato in una condizione che non è né umana né più aliena egli realizzerà il fallimento del suo progetto rimanendo per sempre giovane e solo mentre tutto il resto intorno a lui invecchia inesorabilmente.

In LCCST la trama non conta poi tanto. Infatti come accennavo prima, il punto di vista che sceglie Roeg è quello dell’alieno, inscindibile dall’uomo (?) Bowie con cui si fonde completamente e non saremo mai in grado di definire dove finisce l’uno e dove comincia l’altro. Con una colonna sonora anch’essa straniante, scissa dalle immagini che accompagna, il film sceglie un approccio estetico illogico. Le immagini del pianeta alieno ormai divenuto deserto scaturiscono da una precedente condizione di paesaggi verdeggianti rappresentati da quadri impressionisti, gli aggeggi tecnologici prodotti dalla compagnia di Newton sembrano oggetti di una mostra pop-art, gli amplessi umani sono sul filo del grottesco con un’aurea incongrua da porno degli anni ‘70 e quelli alieni sono immagini psichedeliche di umanoidi fluttuanti che si cospargono di fluidi sconosciuti. Gli ambienti interni risultano totalmente incongruenti; fra tutti il laboratorio in cui viene imprigionato Newton dopo il rapimento che pare il magazzino di un teatro di posa, costellato da avanzi di pezzi di scenografie di opere diverse tra loro. L’alcol scorre a fiumi, bottiglie vuote e bicchieri sparsi ovunque, ad umiliante testimonianza della debolezza del genere umano, debolezza che finirà per contagiare anche il nostro protagonista rendendolo a sua volta sconfitto tra gli sconfitti. Alcune scene appaiono inutili allo svolgimento del film da qualsiasi punto le si guardi, una per esempio, quella del siparietto erotico-famigliare nell’abitazione dell’agente della CIA, Peters, personaggio che nel corso della storia non ha pressoché alcun peso. E poi stramberie che sembrerebbero asservire più una necessità estetica ma che forse a ben vedere servono a reiterare il concetto di caos e nonsense che potrebbe essere la vera struttura portante del film: assurdi i caschi brillantinati da giocatori di football che indossano gli agenti della CIA per non farsi riconoscere con la visiera trasparente che li rende perfettamente identificabili. Due ore e passa di farneticazione, sì. Eppure una certa potenza c’è e ci riconduce da dove siamo partiti.

LCCST vede la luce nel momento di più profonda alienità/alienazione di Bowie. Non la facciamo troppo lunga, diciamo solo che la grande notorietà arriva già nel ‘69 con Space Oddity; The Rise And fall Of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars usciva nel 1972 e la prima traccia dell’album è Five Years in cui al mondo sull’orlo dell’apocalisse rimangono solo cinque anni di vita, nello stesso disco c’è Starman. Lui è Ziggy e diventerà in seguito Major Tom, scriverà Life on Mars e più avanti Loving the Alien che potremmo qui idealmente dedicare al personaggio di Mary-Lou disperata nel suo amore impossibile che non potrà mai essere realmente ricambiato. È ormai acclarato, la sua musica e lui arrivano dallo spazio. La villa in cui si trasferisce l’alieno di LCCST è arredata in stile giapponese, altra passione di vecchia data di Bowie si pensi al suo incontro col teatro kabuki o con lo stilista Kansai Yamamoto che creerà molti degli abiti iconici dell’artista inglese. Ah, e a proposito, Newton ha un passaporto inglese e questo è sufficiente agli americani del film per spiegarsi la sua eccentricità. In quei tempi Bowie era già una star che girava in limousine con una guardia del corpo, proprio come il nostro sig. Newton e aggiungiamo che in questi anni, soprattutto durante la sua permanenza negli USA, l’abuso di cocaina toccava il picco massimo. Alieno ed alienato. Questa lunga e probabilmente scontata premessa è per dirvi che The Man Who Fell to Earth era lui prima ancora che il film fosse concepito. L’aspetto androgino che nel film diviene pretesto per una sessualità perturbante e pansessuale, l’estrema magrezza, il pallore, lo sguardo unico, sempre malinconico. In lui si condensa plasticamente l’estetica e la sostanza di un essere superiore che in quanto divinità è destinato alla solitudine e per il quale gli umani si riveleranno solo una grande delusione: deboli e meschini. Ma se il protagonista del film si ritrova umanizzato e perciò stesso declassato nell’assimilazione ad una razza inferiore che non riesce nemmeno a cogliere la straordinaria opportunità di poter progredire nella relazione con un essere superiore, nel caso dell’artista Bowie, è accaduto il contrario. L’umanità ha goduto e prosperato della sua immensa arte migliorando la propria posizione nella scala evolutiva musicale e culturale di diverse distanze siderali. p.s: per altro, lui è riuscito a far ritorno il 10-01-2016.
Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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