Home » Recensioni » L’uomo che sapeva troppo (1956): quando zio Hitch rifaceva zio Hitch

L’uomo che sapeva troppo (1956): quando zio Hitch rifaceva zio Hitch

Settant’anni, ripetiamolo perché è uno di quei numeri che fanno impressione specialmente a chi si aspetta di vedere trattata solo roba contemporanea disponibile su Netflix. Nel 2026, “L’uomo che sapeva troppo” compie settant’anni e continua a portarseli addosso con una classe che farebbe invidia a parecchie produzioni moderne, non solo perché è uno dei thriller più solidi della filmografia di Alfred Hitchcock, ma anche perché nasce da un’idea che oggi consideriamo normale e che invece, all’epoca, era piuttosto insolita: rifare un proprio film, per il terzo compleanno hitchcockiano in fila dell’anno, affrontiamo (anche) questo argomento.

Ormai siamo abituati, Michael Haneke che rifà “Funny Games”, Takashi Shimizu che si porta dietro “Ju-On”, registi che una volta ottenuti più mezzi e un pubblico internazionale decidono di riprendere una storia già raccontata. Ma nel 1956 questa non era ancora una pratica così comune e, siccome stiamo parlando di Sir Alfred Hitchcock, il Maestro del Brivido era già lì ad anticipare tutti, ma per capire davvero l’operazione bisogna però tornare indietro di ventidue anni.

Dopo tutto, il primo “L’uomo che sapeva troppo” non era certo un film minore, uscito nel 1934 durante il periodo britannico di Hitchcock, raccontava la storia dei coniugi Lawrence, una coppia inglese in vacanza a St. Moritz (luogo scelto da Hitch perché ci aveva passato la luna di miele con la moglie, a fantasticare di numeri “disegnati” nella neve sciando, per una storia di spionaggio, storia vera) che finisce invischiata in un complotto internazionale dopo l’omicidio di un agente segreto. Tra rapimenti, spie e attentati, il film dimostrava già tutto il talento del giovane regista, supportato da un cast che comprendeva Leslie Banks, Edna Best e soprattutto un monumentale Peter Lorre nei panni del villain, Abbott.

La versione originale, direttamente dalla fase inglese della filmografia di zio Hitch, con il grande Peter Lorre.

Ancora oggi colpisce la velocità del film, settantacinque minuti scarsi, una narrazione che corre come un treno e una quantità impressionante di invenzioni visive, si trattava del giovane Hitchcock che sperimentava, ma di certo non un film da correggere con la penna rossa.

La domanda nasce spontanea: perché rifare un film che funzionava già alla perfezione? Per vanità? Per perfezionismo? Oppure perché nel frattempo ti chiamavi Alfred Hitchcock e potevi permetterti di tornare sulla scena del delitto con il tuo fidato James Stewart sotto braccio? Probabilmente tutte le risposte sono corrette, non a caso, quando François Truffaut, nel solito e fondamentale “Il cinema secondo Hitchcock” gli chiese conto di questa curiosa operazione, Hitchcock rispose con tutto il suo stile: «La prima versione è stata fatta da un dilettante di talento, mentre la seconda da un professionista.» oltre a passare il resto dell’intervista a ripetere che la versione del 1956, risulta migliore, insomma, zio Hitch aveva un prediletto.

Guardando il film del 1956 si comprende perfettamente cosa intendesse, nel frattempo non era più il promettente e giovane regista inglese di un tempo, era diventato Alfred Hitchcock, quello con le lettere maiuscole, quello che aveva diretto Nodo alla gola, Il delitto perfetto e La finestra sul cortile, e che stava per entrare nel periodo più leggendario della propria carriera.

Da grande avrei sempre voluto essere Jimmy Stewart, e non ho ancora cambiato ideale (storia vera)

La nuova versione cambia parecchie cose: Spariscono le montagne svizzere e arrivano i colori del Marocco (ad assistere ad uno spettacolo di saltimbanchi nella piazza del mercato a Marrakech, di spalle, si vede anche il solito cameo di Hitch, occhi aperti), sparisce la famiglia inglese e arrivano gli americani Ben e Jo McKenna, interpretati da James Stewart e Doris Day, lui è un medico, lei una cantante che ha messo da parte la carriera per dedicarsi alla famiglia. Durante una vacanza insieme al figlio Hank, i due assistono all’omicidio di un uomo che custodisce informazioni fondamentali su un imminente attentato politico e si ritrovano catapultati in un incubo che li porterà fino a Londra.

Per Stewart si tratta della terza collaborazione con Hitchcock dopo Nodo alla gola e La finestra sul cortile, una collaborazione talmente rodata che il regista sembra conoscere ogni singola piega del volto dell’attore, basta osservarlo in certe scene, un’inquadratura stretta sul suo viso vale spesso più di cinque pagine di dialogo.

Anche la scelta di Doris Day si rivela molto più azzeccata di quanto si potesse pensare, l’attrice era convinta che Hitchcock rimpiangesse Grace Kelly e raccontò più tardi di essersi sentita piuttosto insicura durante le riprese, alla fine fu lo stesso regista a rassicurarla con una frase perfettamente in linea con il suo carattere: «Non le parlavo, perché tutto andava bene, se ci fosse stato qualcosa di sbagliato, gliel’avrei detto.», traduzione simultanea dall’hitchcockese all’italiano offerta dalla Bara: Brava. Molto brava.

«Vieni in Marocco, vedrai che bello, ci divertiremo da matti!» (quasi-cit.)

Ma la vera differenza tra il dilettante di talento e il professionista va cercata altrove, va cercata alla Royal Albert Hall, dove Hitchcock mette in scena una delle più grandi lezioni di suspense della storia del cinema. Tutto il film converge verso quella sequenza, dopo aver annunciato il ruolo chiave dei piatti fin dal primo fotogramma del film, il regista mette i protagonisti nella condizione di sapere che verrà compiuto un attentato, noi spettatori sappiamo che verrà compiuto un attentato, zio Hitch ci informa chi rischia di morire e sappiamo anche che un sicario sta aspettando il momento giusto per sparare. L’unica informazione che ci manca riguarda il quando, ma a ben guardare sappiamo anche questo: Truffaut, intervistando il Maestro inglese, sottolineava come Hitch avesse fatto sentire il pezzo due volte prima dell’esibizione alla Royal Albert Hall e Alfred Hitchcock conferma di aver dato anche un indizio visivo, l’inquadratura sullo sparito, sulla nota che dovrà suonare l’uomo dei piatti, per chi sa leggere la musica, una mappa per anticipare il climax… Diavolo di un Hitch!

Hitchcock prende la sequenza già presente nel film del 1934 e la espande fino a trasformarla in un meccanismo perfetto, trasformando l’urlo della prima versione nel colpo di piatti, l’elemento chiave della scena è infatti la “Storm Clouds Cantata” di Arthur Benjamin. Il killer deve sparare esattamente in coincidenza con un determinato colpo di piatti, sfruttando il fragore della musica per coprire il rumore dell’arma, di conseguenza, ogni nota che sentiamo avvicina i personaggi e gli spettatori al momento fatale, ed è qui che entra in gioco Bernard Herrmann.

Prima di Liam Neeson a cui rapivano i parenti, avevamo solo Doris e Jimmy.

Quando si parla di Hitchcock si finisce giustamente per ricordare le sue immagini, ma senza Herrmann molti dei suoi film non sarebbero gli stessi, l’uomo dietro le musiche di La donna che visse due volte e Psycho compare addirittura sullo schermo in questa sequenza, dirigendo personalmente l’orchestra della Royal Albert Hall, una presenza quasi simbolica.

Herrmann non è soltanto il musicista del film, diventa l’uomo che scandisce il conto alla rovescia verso il delitto, ogni movimento della sua bacchetta avvicina lo sparo. Ogni volta che la macchina da presa torna sulla partitura o sui musicisti, la tensione cresce di qualche altro grado. Hitchcock trasforma così la musica in un cronometro narrativo e il direttore d’orchestra in una sorta di tragico arbitro del destino.

Didascalie che potete sentire (in tutti i sensi, soprattutto l’udito!)

La cosa incredibile è che il regista riesce a tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona per diversi minuti quasi senza dialoghi, ci sono sguardi, dettagli, strumenti musicali, spartiti e primi piani. Tutto il resto viene affidato al montaggio e al sonoro, insomma Cinema con la “C” maiuscola, raccontato attraverso immagini e ritmo invece che con l’abuso di spiegoni.

Quando finalmente arriva il famoso colpo di piatti, accompagnato dal grido disperato di Jo McKenna, la tensione accumulata trova sfogo in uno dei momenti più memorabili dell’intera filmografia hitchcockiana, anche se la soluzione per la famiglia, passa sempre attraverso un altro momento musicale, ovvero l’esibizione sulle note di “Que Sera, Sera”, la canzone che avrebbe vinto l’Oscar e che diventa parte integrante della trama, lo strumento attraverso cui madre e figlio riescono a ritrovarsi nel finale, ancora una volta per Hitch, il suono non accompagna la storia, è la storia, non è un caso se il suo allievo più talentuoso abbia seguito la sua lezione.

Ok forza, tutti insieme, la parole le conoscete!

Settant’anni dopo la sua uscita, “L’uomo che sapeva troppo” resta uno dei titoli più affascinanti dell’intera carriera di Alfred Hitchcock, non soltanto perché è un thriller magnifico, non perché contiene una delle scene più tese della storia del cinema, ma perché rappresenta qualcosa che capita raramente di vedere, un autore abbastanza grande da poter tornare su una propria opera e riconoscere che esiste ancora spazio per migliorarsi, il giovane Hitchcock aveva già realizzato un gran film, il professionista, invece, ne ha realizzato un Classido.

Settimana prossima, continueremo con la parata di compleanni hitchockiani, il 2026 è ricco e qui, siamo solo a metà del guado, ci sarà ancora tanto zio Hitch su questa Bara, non mancate!

4.8 4 voti
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
10 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Film del Giorno

Under the shadow (2016): quando sibila il vento delle bombe sventolano i veli della follia

Troppo facile un Horror per la “Spooky season”, troppo facile un compleanno Horror per questo mese, meglio il compleanno di un Horror iraniano molto bello, per voi, oggi, offerto da [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing