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L’uomo nel buio – Man in the Dark (2021): non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere

Aspettavo questo secondo capitolo di “Don’t Breathe”, da
noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, “tradotto” con il titolo di Man in the dark? Proprio no, perché a me
il primo film non era piaciuto per niente, fondamentalmente perché ho più di un
problema con il cinema di Fede Álvarez.

Se avete già letto il post dedicato al primo film, perdonatemi l’effetto
replica, ma mi sembra giusto argomentare: “Don’t Breathe” anche noto come “Man
in the dark”, più che per il violentissimo non vedente fatto a forma di Stephen Lang,
me lo ricordo per una scena in particolare, che non esito a definire in parti
uguali fastidiosa e vigliacca.

Senza girarci troppo attorno, era una scena di stupro
però alla Fede Álvarez, uno che vuole fare il provocatore ma con il freno a
mano tirato, nel suo film voleva la violenza e la brutalità di una scena di
stupro – piuttosto gratuita aggiungerei – ma senza mostrarla e utilizzando un
trucchetto (la trovata del siringone ripieno) per aggirarla, insomma ritengo che
la violenza sessuale non sia proprio un argomentino su cui chiacchierare al
bar, se proprio un regista o comunque un narratore, deve farne uso in una sua
storia, che lo faccia almeno con una certa dose di responsabilità. Perdonatemi
ma non riesco ad equiparare gente sbudellata male alla violenza sessuale al
cinema, ok è tutta finzione, ma se racconti uno stupro senza conseguenze o senza
approfondire quello che subisce la vittima, per me stai semplicemente alzando
la posta in gioco per attirare attenzione e poco altro. Oh, ci sarà un motivo
se quando leggo il nome di Fede Álvarez storco il naso no?

“Fede Álvarez vieni fuori, giuro che non ti faccio niente…”

“Don’t Breathe 2”, sempre prodotto da Sam Raimi e Rob
Tapert, che hanno preso Álvarez sotto la loro ala protettiva, sembra uno di
quei seguiti inattesi un po’ da tutti, specialmente dai suoi autori, che forse
non pensavano che il primo film sarebbe potuto piacere così tanto al pubblico.
Quindi per giustificare quel due scomparso dal titolo italiano e adattato nell’inutilmente
prolisso “L’uomo nel buio – Man in the Dark” cosa fanno? Replicano lo schema
del primo film epurandolo delle trovate sceme – tipo il furto in appartamento
peggio pianificato della storia del cinema – nascondendo sotto il tappeto buona
parte delle polemiche, se così possiamo chiamarle, perché la faccenda dello
stupro-ma-non-chiamatelo-stupro, penso abbia fatto arricciare il naso solo a me
e forse a pochi altri spettatori. Starò diventando più sensibile con gli anni?
Non credo anzi, credo che sia solo Fede Álvarez ad essere diventato più
paraculo, mettiamola così, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, con Norman
in circolazione mi sembra il paragone migliore.

Questo secondo capitolo inizia dove terminava il primo, una frettolosa scena di raccordo
per poi spostare la trama otto anni dopo: Norman Nordstrom (Stephen Lang) vive
nel solito sobborgo trucido di Detroit con Phoenix (Madelyn Grace) la bimba che
ha salvato e tenuto con sé, che si chiama come quello figo dei Cavalieri
dello Zodiaco
così perché è sopravvissuta al fuoco e balle varie. Ora se
pensate che sia abbastanza assurdo che un non vedente, che vive come un latitante,
possa adottare una bambina e crescerla come se fosse sua figlia, non vi
sembrerà poi così strano che i due vivano quasi integrati nella comunità, che
lui venda piante per vivere e che Phoenix ogni tanto possa anche uscire a
giocare con gli altri bimbi sperduti dei sobborghi di Detroit, una città con un
tasso di criminalità talmente alto che persino Norman Nordstrom, con il suo
nome da cattivo dei fumetti, potrebbe quasi passare inosservato.

Sembra “The last of us” invece è Detroit.

Se nel primo film, dei giovani ladruncoli improvvisati,
sceglievano la casa sbagliata da rapinare e venivano trucidati dal nostro
Norman, “Don’t Breathe 2” cerca di mettere una pezza a questa lacuna, come
fare? Facile basta sostituire gli invasori con qualcuno di palesemente
disgustoso, tanto quella faccenda del siringone e dello stupro-ma-non-chiamatelo-stupro
l’abbiamo quasi nascosta sotto il tappeto no? Quindi ora il film può calare la
maschera, cercando di lanciare Norman Nordstrom, come novello Jason e Michael
Myers della situazione. Che poi ai miei occhi sarebbe un po’ come se nei
seguiti di Nightmare, ci venisse
detto che quella storia dei ragazzini uccisi da Freddy Krueger, ma si dai! Non
formalizziamoci, sono bravate di poco conto, che volete che sia!

I sostituti invasori, facente funzione di carne da
cannone ci vengono presentati con una delicatezza incredibile, direi lo Zen e l’arte
di rappresentare gli avversari al cinema, ma d’altra parte il film è stato
scritto dallo stesso Fede Álvarez e dal suo socio, Rodo Sayagues, qui promosso
anche a regista del film. Per altro questi due, sono al momento al lavoro sull’ennesimo
seguito (o rilancio che sia) della saga di Non aprite quella porta, il che se devo essere onesto, se da una parte mi
lascia sperare dall’altra mi preoccupa molto, direi 60 e 40 in favore della
preoccupazione.

Phoenix si ferma per una sosta pipì in un bagno pubblico?
Un viscidone la avvicina con intenti ben poco nobili, proprio mentre comincia a
girare al TG la notizia di un tizio che rapisce i bambini per portar loro via
gli organi interni per il mercato nero. Questo è il livello di “pennarellone a
punta grossa” con cui Álvarez e Sayagues delineano i cattivoni, pedofili e
trafficanti di organi, ci mancava solo aggiungere che regalano le figurine con
la droga dentro ai bambini nei parchi pubblici e poi il quadretto sarebbe stato
completo, perché è chiaro che se la volontà è quella di lanciare Norman
Nordstrom, nascondendo quasi del tutto sotto il tappeto il suo passato da
stupratore, ci vuole qualcuno di ancora più disgustoso di lui da opporgli
contro no? Se riuscite meglio di me a dimenticare i trascorsi del personaggio interpretato
da Stephen Lang, allora potrete godervi di più “Don’t Breathe 2”, la cui parte
migliore arriva quando abbraccia in tutto e per tutto il sottogenere “home invasion”.

“Arzate a cornuto arzateee!” (cit.)

I cattivoni secondo la descrizione che loro stessi
forniscono, sono ex soldati congedati con disonore, ma a loro detta non esiste
disonore in una guerra disonorevole, che più che una critica sociale all’industria
bellica, sembra uno scioglilingua, trentatré soldatini vennero disonorati con
disonore tutti e trentatré trottoleranno. Ma sta di fatto che quando proveranno
a fare irruzione in casa di Norman per prendere Phoenix, faranno una fine brutta. Molto brutta.

Senza ombra di dubbio questa resta la porzione migliore
di “Don’t Breathe 2”, quella in cui un cattivo tratta dei cattivi molto ma molto male,
trasformando ogni oggetto della sua casa in un’arma letale e quando dico ogni
oggetto, intendo anche quelli apparentemente innocui, tipo la colla a caldo ad
esempio. Si perché di fatto Norman Nordstrom cancella dall’equazione la sua
cecità, facendo un discreto culo a capanna agli ex soldati, che in casa sua, al
buio, sono prede più che predatori.

Il nostro Norman di fatto è posseduto dal super poter
dell’incazzatura, se si arrabbia diventa semi immortale e se vi sembra una
trovata cretina e poco realistica, diventa anche difficile darvi torto ma per
nostra fortuna, Stephen Lang è talmente convincente da permetterci di sospendere
l’incredulità quel tanto che basta da goderci per lo meno il massacro a parti
invertite. Anche perché parliamo chiaro, Stephen Lang è in giro da parecchio
tempo, ha fatto una notevole gavetta e solo ora, grazie a parti da “grande
vecchio”, si è guadagnato quella visibilità che in carriera forse non ha mai
avuto prima, ironico che lo abbia fatto grazie ad un personaggio non vedente. Però
se scavate indietro nella memoria, ricorderete che Stephen Lang non è nuovo a
ruoli da matto con il botto, in ogni caso ho un post in preparazione sull’argomento,
quindi al massimo ne parleremo quando sarà il momento.

“Ucci ucci sento odor di soldatucci”

Quello che poi spiazza ancora di “Don’t Breathe 2” è che superata
la grande mattanza, il film prende una piega differente, in cui Phoenix e il
suo passato salgono in cattedra, le motivazioni dei cattivoni vengono
approfondite e la storia diventa il romanzo di formazione della ragazzina, la
sua presa di coscienza con tanto di finale a cui manca solo la quasi citazione: «Come ti chiami?», «Phoenix
come?», «Phoenix Skywalker».

Insomma, per assurdo si potrebbe tranquillamente cominciare
a vedere questa – forse – neonata saga con protagonista un novello Jason non
vedente, proprio partendo dal capitolo diretto da Rodo Sayagues, che malgrado il limite
delle scene molto buie (per ovvie ragioni di trama), muove bene la macchina da
presa e dimostra di saper dirigere. Quindi l’adattamento italiano forse per una
volta, fa il gioco di Álvarez e Sayagues, facendo sparire il numero due dal
titolo, un colpo di spugna e passa la paura.

Quindi se volete 99 minuti di un “Home invasion”
piuttosto violento con svolta giovanile finale, questo Don’t Breathe 2 L’uomo
nel buio – Man in the Dark potrebbe fare al caso vostro, da parte mia, ogni
volta che avverto la presenza di Álvarez nei paraggi, sento puzza di bruciato, ci sto lavorando ma per ora posso farci ben poco.

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