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L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente (1972): Chuck Norris può fare tutto (tranne battere Bruce Lee)

In quanto occidentale sento qualcosa in lontananza, come un
urlo, il verso di una pantera, ma prima di iniziare a preoccuparmi sul serio,
vi do il benvenuto al nuovo capitolo della rubrica… Remember the dragon!

Dopo aver mandato a segno un enorme successo ai botteghini di Hong Kong e poi aver replicato,
con un film manifesto in grado di
scatenare l’orgoglio di un’intera nazione, il terzo film di Kung Fu di Bruce
Lee non poteva mancare ed era invocato a gran voce da tutti, ma il Maestro
sapeva che doveva puntare ad occidente, però alle sue condizioni.

Le storie degli scontro sul set tra Lee e il tronfio regista
Lo Wei sono entrate nella leggenda, come ogni elemento della vita di Bruce, ma
quei due proprio non si sopportavano ormai più, tanto che Lee rifiutò di essere
nuovamente diretto da Lo Wei, anche se il suo nuovo film sarebbe stato un
poliziesco girato negli Stati Uniti intitolato Massacro a San Francisco, per altro ricordato come uno dei
primissimi ruoli da attore di Chuck Norris, nei panni del baffuto cattivo, ma
lasciatemi l’icona aperta, perché il buon vecchio Chuck più avanti tornerà
buono.

Le vacanze romande del Maestro Bruce Lee.

Questa volta il suo nuovo film Bruce Lee lo avrebbe scritto,
diretto e coreografato oltre che interpretarlo, ma era necessario prima trovare
i fondi e un Paese che fosse disposto a fare da testa di ponte per la conquista
dell’occidente di Lee, vi do un indizio: negli anni settanta era in fotta per i
film di arti marziali, inoltre è fatto a forma di scarpa. Questa è la storia di come
Bruce Lee sbarcò in Italia, a Roma per la precisione.

Una parte dei soldi arrivava dalla casa fondata dal Maestro,
la Concord Production Inc. insieme alla solita ricchissima Golden Harvest,
mentre il resto del denaro venne fornito dal produttore Riccardo Billi, che per
altro se siete amanti dei pettegolezzi, finì per sposare la bellissima attrice
modella Malisa Longo, che in questo film interpreta la prostituta che si porta
in camera Chen, garantendo anche la quota “bocce” nella pellicola (storia
vera).

Uno sguardo piacionico. Piacionico sarebbe… Acchiappesco. Come a dire, “poi te sdrumo!” (cit.)

Il titolo del film è cambiato più volte di quante si
cambiano i calzini in una settimana, tra le varie scelte quella che piaceva di
più a Bruce Lee era “Enter the Dragon”, che avrebbe avuto senso visto che
avrebbe rappresentato il suo arrivo nel cinema occidentale, ma venne modificata
all’ultimo in “Way of the Dragon”, ben più logico visto che nel film, Bruce Lee
osa mettere le mani sul sacro Kung Fu cinese mostrando a tutti la sua via, ma
andiamo per gradi.

Il titolo “Enter the Dragon” venne messo in un cassetto per il futuro, ma
come al solito, in uno strambo Paese a forma di scarpa abbiamo contribuito a
rimescolare le carte come solo noi sappiamo fare. Malgrado il mite contadino
cinese con l’istinto del freddo assassino sbarcato a Roma, impersonato da Lee
nel film, si chiamasse Tang Lung (come si vede benissimo anche nei titoli di
coda), la Titanus che distribuì il film dopo la morte di Lee, sostituendo il proprio logo a quello della Golden Harvest, pensò bene che visto che il
protagonista era lo stesso, così come buona parte degli attori coinvolti (la
bella Nora Miao e Wei Ping-Ao, in un altro ruolo da viscido collaborazionista), questo doveva essere un seguito diretto dei primi due film di Lee e il nome
Chen, era il modo più facile per ribadire la continuità, aggiungeteci la moda tipica di quel periodo, di sfornare titoli
chilometrici perfetti per presentare il film al pubblico ed ecco “L’urlo di
Chen terrorizza anche l’occidente”, talmente azzeccato da diventare un modo di
dire, sostituendo di volta in volta il soggetto.

Uno dei tanti titoli di lavorazione del film: Return of the Jedi dragon.

Se pur molto orgoglioso del risultato finale, Bruce Lee
sapeva benissimo che il suo film non era ancora all’altezza degli standard
minimi richiesti dal pubblico americano, infatti il film venne distribuito
massicciamente solo dopo la prematura scomparsa del Maestro e bisogna essere
onesti, [Cassidy inspira forte]
“L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente” [Cassidy espira forte] ha delle ingenuità legate un po’ alle mode
del periodo in cui è uscito, ma ha ancora un grosso legame con l’oriente da cui
proviene, d’altra parte Bruce Lee aveva dei conti in sospeso, in patria tutti
lo chiamavano Maestro, ma i maestri fedeli alla tradizione del Kung Fu lo
disprezzavano, considerando a livello di blasfemia le sue innovazioni portate
con il Jeet Kune Do.

Ma a dirla proprio tutta, Lee aveva anche dei conti in sospeso
con gli americani, che lo vedevano come un allenatore di VIP come James Coburn
e Steve McQueen con mire da attore, gli stessi che avevano preso la sua idea di
un cinese girovago in grado di raddrizzare i torti nel selvaggio West nella serie “Kung Fu”, e
avevano affidato il ruolo a David Carradine, che non solo non sembrava per niente
cinese, ma non sembrava nemmeno un marzialista. “Way of the Dragon” rispecchia la
condizione di Bruce Lee in quella breve porzione della sua carriera, un uomo
troppo moderno per la sua patria, me non abbastanza grande per i razzisti Stati
Uniti. Prendete un po’ il mappamondo (so che ne avete uno a portata di mano), provate
a mettere in dito su un posto che sta a metà tra Hong Kong ed Hollywood, e capirete che l’Italia era il
posto giusto per Bruce Lee.

“Perché questi cortili romani sono pieni di sassi?” , “Credo si chiamino ruderi” (Cit.)

“L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente” porta in scena
idee che Lee non era riuscito a “vendere” agli americani, ma anche una versione
abbozzata di quello che Bruce Lee voleva raccontare della sua idea di arti marziali al
cinema. Il Jeet Kune Do è troppo moderno e controverso, meglio continuare a
chiamarlo Kung Fu anche se la filosofia di Lee era già chiarissima, il cinese
con i pugni nelle mani (cit.) invece
che vagare per il selvaggio West qui diventa giramondo e in quello che in teoria
avrebbe dovuto essere la sua prima avventura, va a sistemare torti a Roma, in
cui il cliché del ristorante (ovviamente cinese) minacciato dalla Mafia locale
è l’ennesimo espediente per arrivare a mostrare Bruce Lee, fluido combattente
capace come l’acqua di adattarsi, ai rigidi dogmi del Karate Giapponese,
rappresentato da tre Maestri di questa disciplina affrontati uno via l’altro in
sequenza, in uno struttura che oggi chiameremmo “da videogioco”, ma era quella
che Lee sognava di poter raccontare e avrebbe fatto solo in parte in “Game of
death”, se il destino non avesse parato i suoi colpi.

Parliamoci chiaro, “Way of the Dragon” è un film che ci
mette una vita ad ingranare giocandosi momenti stupidotti di pura commedia, non
era ancora l’idea di cinema che Lee sognava ma comunque, contiene il più
clamoroso combattimento della settima arte e un Bruce Lee carico a molla, quindi già
solo per questo si merita un posto tra i Classidy!

Bruce Lee Tang Lung Yen Chen sbarca a
Fiumicino ed è subito disagio. Un’anziana signora lo fissa come se fosse caduto
da Marte e anche mangiare è un problema visti i problemi linguistici e la
differenza di culture, ad esempio al ristorante l’affamato Chen incapace di
leggere i caratteri latini sul menù, ordina come si farebbe dalle sue parti,
quattro o cinque portate invece del primo e secondo (con dolce, caffè ed
ammazzacaffè) come si fa da noi, ritrovandosi a scodellarsi cinque zuppe alla
velocità della luce nemmeno fosse Son Goku. Tanta zuppa vuol dire tanta pipì,
il dato più significativo per descrivere “L’urlo di Chen terrorizza anche
l’occidente” a chi non lo avesse mai visto, è che nei primi 23 minuti di film,
Chen chiede di andare in bagno tre volte (storia vera).

“Spero tu non voglia mangiarla con le bacchette tutta quella zuppa”

Nora Miao lo porta al ristorante, obbiettivo dei criminali
che non possono proprio vivere se non ne faranno il centro nevralgico delle
loro attività losche, in compenso in questo ristorante si fa tutto tranne che
mangiare (poi chiediamoci perché i ristoranti cinesi ancora oggi qui da noi,
non godano di ottima fama), ad esempio i camerieri nel tanto tempo libero si
allenano con il rigido Karate giapponese, e qui Bruce Lee inizia a snocciolare
un po’ della sua filosofia di arti marziali applicate alla vita: se una tecnica
di combattimento può insegnarti qualcosa e salvarti la pelle in una rissa, tu
devi impararla e farla tua, anche se per la dimostrazione pratica bisognerà far
scorrere altri minuti di film, il Maestro Bruce Lee aveva già cominciato la sua
lezione.

Per utilizzare le parole nel film, quando “il drago agita la
coda” i primi sgherri mandati ad intimidire i ristoratori vengono stesi da Chen
senza difficoltà, anche se a ben guardare, uno potrebbe lanciarsi in una
spericolata chiave di lettura alternativa, per cui “L’urlo di Chen terrorizza
anche l’occidente” sia la storia di come Bruce Lee si sia opposto al cattivo
gusto, tra sgherri con camicie inguardabili e il tappeto di peli sul petto di
Chuck Norris, Bruce Lee prende a pugni, tutti i pugni negli occhi estetici forniti
da questo film. Tra ristoranti risollevati e consigli estetici, non capisco
perché i film di Bruce Lee non vengano replicati a ripetizione su Real Time,
sarebbe un notevole miglioramento del palinsesto di quel canale. Ok ho
caSSeggiato abbastanza, torniamo al film!

Quelli vestiti male verranno picchiati per primi (non si salvo nessuno…)

Se gli sgherri attaccano Chen con un winchester che sembra
un rimasuglio di uno dei Western di Giuliano Gemma, lui risponde dando lavoro a
tutti i dentisti di Roma utilizzando non uno, ma due Nunchaku e mi fa sempre
un’estrema tenerezza lo sgherro che nel tentativo di non farsi rifare i
connotati, afferra uno dei due Nunchaku lanciati via da Chen, ma poi è talmente
incapace di usarlo che finisce anche lui sulla poltrona del dentista.

Quando un uomo con il fucile…

… Incontra un uomo col Nunchaku. Sapete già come va a finire (per quello con il fucile)

Se il film successivo di Bruce Lee ha un’impronta smaccatamente
Bondiana per certi elementi, complice l’ambientazione Romana mi è sempre
risultato difficile non vedere un collegamento tra questo film e quelli di Bud
Spencer e Terence Hill. L’eroe buono che risolve tutto a scanassoni, il cattivo
che coinvolge campioni locali sempre più forti, forse era solo il gusto
popolare dei primi anni ’70, ma per certi versi “L’urlo di Chen terrorizza
anche l’occidente”, sembra una versione seria di “…altrimenti ci arrabbiamo!”
(1974), solo che qui ad arrabbiarsi è uno dei più grandi artisti delle arti
marziali che l’umanità abbia mai visto, quindi ci scherzerei poco.

“… Anzi, siamo già arrabbiati!”

Se i primi venti minuti comici del film, dimostrano che
Bruce Lee poteva cavarsela perfettamente anche con un registro comico che nel
tempo ci siamo abituati a vedere addosso ad uno come Jackie Chan, è nell’ultimo atto del film che “L’urlo di Chen
terrorizza anche l’occidente” si guadagna di diritto il suo posto nella storia
del cinema. A finire a terra sono prima il campione di Karate giapponese (interpretato
dal coreano Ing-Sik Whang) e poi a ruota lo “sfregiato” Bob Wall, che come ci
ha brillantemente raccontato Lucius Etruscus (e se vi siete persi il suo speciale su Chuck Norris, fate sempre in
tempo a recuperarlo) è finito nel film perché ha accompagnato a Roma il suo
socio, colui che Bruce Lee voleva nel film… Enter the Chuck!

Niente barba ma un incredibile stile anni ’70 per Chuck Norris.

Chuck Norris era il campione americano di Karate, Bruce Lee
lo ha voluto proprio per questa ragione, anche se tra le mille voci che
ruotavano attorno alla vita di Lee trasformandosi in leggende, girava anche
quella per cui il Maestro volesse studiare i suoi calci da vicino per
migliorare il suo Jeet Kune Do, ma sono dicerie, la verità è la porzione di
telefonata tra i due che vi riporto, ringraziando Lucius per la fonte ghiotta:
Chuck chiese «Ah, quindi tu batterai l’attuale campione del mondo di karate?»,
e Bruce Lee rispose «No, io ucciderò l’attuale campione del mondo di karate!»
(storia vera).

Lo scontro finale nel Colosseo è uno di quei momenti
trionfali che solo la celluloide può creare, così mitico che infatti molto di
quello che vediamo è ovviamente finto. Malgrado la ferma convinzione di molti è
chiaro che gli esterni, tra cui la mitica scena del “pollice verso” di Chuck
Norris a Bruce Lee, sia stata girata nel vero anfiteatro, gli interni invece
sono stati ricostruiti (anche non proprio alla grande, bisogna dirlo) in uno studio ad Hong
Kong, dove Bruce Lee ha tenuto tutti in ostaggio per tre giorni di lavoro, dove ha ossessivamente curato tutto, gli angoli d’inquadratura (tra il “duello” tra
lui e Norris e la camminata verso il tramonto sui titoli di coda di Chen, gli
echi Western si sprecano) e tutte le coreografie di combattimento fino
all’ultimo dettaglio.

Ave Cesare Chuck morituri te salutant.

Se Ing-Sik Whang viene battuto per maggiore flessibilità del
Jeet Kune Do sul rigido Karate giapponese, Bob Wall finisce a terra perché il
combattente secondo Lee, deve anche saper sfruttare il terreno intorno e
qualche “trucchetto” per avere la meglio, ma lo scontro con Chuck Norris è il
manifesto programmatico della filosofia di arti marziali applicate alla vita
del Maestro Lee.

Bisogna essere onesti, con tutte i Chuck Norris facts ad alimentare il mito sull’irsuto attore,
rivedere “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente” per quanto invecchiato e
con il suo finto Colosseo posticcio, diventa ogni anno più mitico, di fatto
Bruce Lee ha la meglio su uno che nel frattempo è diventato una leggenda
vivente, anche se il più peloso sul set non era Chuck Norris, ma il gattino. Ho
visto e rivisto questo film tante volte, ma una spiegazione al micio che assiste
al combattimento proprio non l’ho mai trovata, se non il parallelismo tra il
felino Bruce Lee che prima del combattimento scioglie la schiena facendo il
classico movimento del “gatto”, ma più che questo non saprei dirvi, anche perché
il resto del combattimento è veramente degno di analisi, quello sì.

Il buono, il brutto, il gattino.

Chuck Norris in questo film si presenta senza la sua
caratteristica barba, ma in compenso tra torace e schiena sembra un tappeto
umano, roba che Chewbacca levati, ma levati proprio! Infatti uno dei momenti
caratteristici è quando Chen si ritrova con un pugno di peli del suo avversario
nel pugno, mi sono sempre chiesto se tra le scene eliminate del film, ci fosse
anche una con il gattino, intento a sputare una palla di pelo di Chuck Norris,
chissà se è stata mai girata?

“Vieni qui che ti rimando in Texas, Walker”

Lo scontro tra Norris e Lee e quello tra occidente ed
oriente, tra la rigidità e le regole inflessibili del Karate, contro la
flessibilità e la capacità di adattarsi del Kung Fu non puro di Lee, che
infatti per avere la meglio deve tenere fede alla massima, che tutti credono una sua frase (quando si trattava di una citazione), ovvero “Be water by
friend”, adattandosi e “sporcando” la sua arte marziale prendendo qualcosa in
prestito dalle altre, nello specifico la Boxe, dove il movimento di piedi, che come
in molte discipline è fondamentale.

Bruce Lee inizia a muovere i piedi
tenendoli costantemente in movimento, così facendo può intercettare meglio i
colpi avversari diventando più veloce. Proprio come il povero malcapitato che
tentava invano di imitare Chen usando il Nunchaku, anche Chuck Norris tenta la
tecnica dei “piedini ballerini” ma è tardi, quindi ricordate, i “Chuck Norris
facts” ci hanno insegnato che Norris può fare tutto… Tranne battere Bruce Lee!

Lo scontro tra culture, ben prima di zio Sly.

Gli ultimi minuti di “L’urlo di Chen terrorizza anche
l’occidente” servono più che altro a concludere le trame lasciate aperte,
l’apice del film è già stato raggiunto nello scontro con Chuck Norris che
rappresenta il manifesto programmatico di Bruce Lee, per essere un film
sbalestrato capace di adattarsi (come l’acqua) come fa Chen, passando da
commedia spicciola a dramma da combattimento, il risultato finale non è ancora
quel grande film che Bruce Lee sognava per entrare ad Hollywood dalla porta
principale, dimostrando all’interno pianeta la sua filosofia di vita applicata
alle arti marziali, ma è ancora un film in equilibrio tra oriente e occidente, però talmente grande da finire per sfondare tutti i botteghini del mondo
alimentando ulteriormente la leggenda di Bruce Lee.

La prossima settimana, l’asticella del mito si alzerà di un
altro metro abbondante, stiamo per entrare nella cultura popolare quella vera,
a colpi di calci volanti, non mancate!

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